Americana - Boardwalk Empire: il Pilota

Con Boardwalk Empire un altro pezzo da novanta del cinema moderno cede alle lusinghe della televisione contemporanea. Dietro il progetto di una serie televisiva pensata dallo sceneggiatore dei Soprano Terence Winter e voluta dalla tv d’America forse più attenta alla qualità del prodotto (HBO), c’è infatti l’imprimatur artistico di un genio come Martin Scorsese, produttore della serie assieme all’amico Mark Wahlberg (e allo stesso Winter) nonché realizzatore di un pilot che egli stesso ha voluto regalare al pubblico del Festival di Roma 2010 (anche se il regista è venuto a presenziare l’evento legato a La dolce vita). E non è un caso che si sia scelta una rassegna cinematografica di prestigio come quella capitolina, e non un evento strettamente legato al mondo televisivo, per presentare un’opera che sprizza cinema da tutti i pori; più di tante opere etichettate come cinematografiche ma, al massimo, relegabili al palinsesto di terza fascia del più ignoto canale televisivo di provincia.
La storia tocca tematiche e vicende profondamente legate all’immaginario tipico del cinema di Scorsese: gli anni del proibizionismo, l’ascesa della criminalità organizzata in quel di Atlantic city e la descrizione di personaggi dediti alla violenza e all’illegalità. Il contesto è quello in cui il suo tocco inconfondibile affonda con la maestria dei tempi migliori e con l’entusiasmo del giovincello alle prime armi. Si rivive il suo cinema passato nelle vicende di Nucky e dei suoi scagnozzi, nelle chiacchierate conviviali svolte attorno ai tavoli dei locali del boardwalk (lungomare prestigioso della cittadina atlantica), nell’escalation di violenza che, già da questo primo episodio, attanaglia lo spettatore in una angoscia simile a quella di Casinò. Sembra di rivedere il campionario del suo cinema migliore sottoposto ad un restyling compiuto nel rispetto delle esigenze televisive e in nome di una eleganza che non vuole ricalcare la propria maniera di fare cinema ma solo citarla e arricchirla di storie e possibilità nuove.
In questo pilota di 72’ (che sbarcerà su Sky Cinema 1 venerdì 14 gennaio in prima serata) Scorsese ci porta dentro la vicenda che sarà sviluppata negli altri episodi, ci permette di conoscere i protagonisti, su tutti il gangster politico Nucky e il giovane scagnozzo Jimmy Darmody, e di assistere alle prime avvisaglie di una guerra dell’illegalità iniziata all’indomani dell’entrata in vigore del proibizionismo. Lo fa con l’eleganza che lo contraddistingue e con una capacità di narrazione paragonabile, se non superiore, a certi suoi prodotti cinematografici. Una evoluzione costante delle storie raccontate, una tensione emotiva crescente elevata da un montaggio alternato che trova il suo punto di massima esaltazione nella scena finale (un dono divino per i nostri occhi), nonché l’architettura visiva sofisticata su cui il maestro newyorkese ha basato una messa in scena ricca di elementi da scoprire, sono gli elementi sostanziali di un prodotto completo e ineccepibile. Vedendo Boardwalk Empire c’è la netta sensazione che Scorsese si sia divertito con ciò che più gli sta a cuore, come il virtuosismo della m.d.p. a cui fa compiere in certi momenti le traiettorie sinuose di L’età dell’innocenza e in certi altri l’indagine antropologica dei criminali alla Goodfellas; come la ricerca musicale dei pezzi coerenti da inserire negli sviluppi della narrazione (brani sofisticati, leggendari per rarità e bellezza); o come la riduzione visiva del binomio mitologia-storia legato al concetto di nazione, da sempre considerata duale se non addirittura contraddittoria nello spirito di chi l’ha animata per secoli, nei film che l’hanno descritta e nei libri che l’hanno raccontata. Ivi compreso Boardwalk Empire: The Birth, High Times, and Corruption of Atlantic City di Nelson Johnson, testo che ha ispirato la serie e da cui Scorsese, come sua abitudine, ha tratto lo spirito profondo di un’epoca fondamentale per la storia d’America.
Una volta erano New York, Boston, ora è Atlantic City. Martin Scorsese dimostra di possedere ancora la forza di girare sul territorio per ricercare le origini dell’epoca moderna e portare avanti così quella tradizione mitica che ha ispirato in passato la curiosità degli Arthur Penn, dei Robert Altman, dei Sydney Pollack e dei Peter Bogdanovich. Quattro cantori della nazione America, quattro poeti dell’immagine che al pari di Scorsese si sono eretti a portavoce di un’epoca lunga decine di anni. Boardwalk Empire rappresenta per le sue qualità tecniche (irraggiungibili), per la sua linearità, per la sua semplice incisività e le sue doti artistiche (attori sensazionali, su tutti Steve Buscemi, Michael Shannon e Michael Pitt, fotografia patinata e rispettosa della gamma dei colori anni 20) la massima espressione di questa manifestazione. Come tutti hanno sottolineato, riuscire ad avere al festival un prodotto così notevole e decisivo, non solo per la tv ma anche per il cinema, è stato un colpo importante messo a segno dalla direzione artistica. Per questo va riconosciuto il giusto merito ad una commissione criticata in molte occasioni per alcune scelte discutibili ma anche capace di ottenere perle come il nostro Boardwalk Empire.
(Boardwalk Empire) Regia: Martin Scorsese; sceneggiatura: Terence Winter; fotografia: Stuart Dryburgh; montaggio: Sidney Wolinsky; musiche: Jim Dunbar; scenografia: Bob Shaw; costumi: John A. Dunn; interpreti: Steve Buscemi, Michael Pitt, Kelly MacDonald, Michael Shannon, Dabney Coleman, Shea Whigham; produzione: HBO; rete televisiva: Sky Cinema 1; origine: Stati Uniti; durata: 72’.
