Americana - Bored to death. Investigatore per noia

Descrivere concretamente un’operazione come Bored to death non è certo un esercizio semplice. Se da un lato, infatti, la labilità dei contorni di questo strano prodotto americano impedisce allo spettatore ogni tentativo di definizione conclusiva, dall’altro, però, è proprio il contributo di questa sua ostentata indefinitezza a rendere la serie HBO una delle più belle iniziative televisive che l’epoca recente ricordi. Qualora volessimo, quindi, potremmo anche avventurarci nel tentativo di rinchiudere il lavoro ideato da Jonathan “The Herring Wonder” Ames (scrittore, fumettista e boxeur a tempo perso) entro sommarie ed esplicative definizioni. Potremmo riconoscerlo come un piccolo divertissement svagato ed elitario, frutto della genialità di un individuo che ha voluto infrangere le regole classiche attraverso un’elegia rivolta all’inutilità. Alla maniera di Charlie Kaufman per intenderci. Oppure potremmo individuare in esso il risultato di un complesso sistema di riferimenti intrecciati tra loro – letteratura sofisticata e di genere (hard boiled), cinema di consumo e d’autore, fumettistica, arte contemporanea, filosofia esistenzialista – con lo scopo di dar vita al fatidico connubio tra il nonsensical puro e la televisione commerciale (ma comunque ragionata). Volendo, potremmo anche ridurre la serie televisiva a un semplice tentativo di commistione tra generi cinematografici, noir e commedia soprattutto; ma in questo modo rischieremmo di rendere assai superficiale l’analisi di un evento mediatico ben più superiore a qualsiasi forma di delimitazione e generalizzazione.
È più utile allora invertire completamente la rotta, abbandonare per ora semplicistiche valutazioni sommarie e passare a scorgere con la lente d’ingrandimento i singoli elementi che fanno di Bored to death un così apprezzato esempio di innovazione.
Partire, ad esempio, dal volto di Jason Schwartzmann, leggero e mellifluo attore della nuova generazione perennemente attaccato a una figura da tipico bamboccione anni ’90 cresciuto a canne, fumetti e atti di autoerotismo (la variante spastica del motto rivoluzionario sessantottesco “sesso, droga e rock’n’roll”) vorrebbe dire, nel compendio di questo percorso, riconoscere il ruolo fondamentale del nipote di Coppola e il decisivo contributo che il suo personaggio fornisce alla completezza di questo ‘viaggio allucinante’. Scrittore e giornalista in difficoltà, il suo Jonathan Ames (questa l’omonimia di un personaggio creato ad arte da un autore in cerca di deliri autoreferenziali) è un uomo bizzarro e stravagante, una folle maschera della modernità che tenta di esorcizzare la crisi della propria vita sentimentale e le difficoltà professionali attraverso la ricerca di un nuovo ruolo da ricoprire nella quotidianità. Per passare il tempo e uccidere così la noia che pervade l’evoluzione della sua esistenza, egli si ritaglia un ruolo da detective privato alla Chandler, inserisce su Craiglist il proprio nominativo (con tanto di falsa dichiarazione) e si mette al servizio di clienti bisognosi d’aiuto pur non avendo alcuna licenza abilitativa. Il punto fondamentale è che Ames procede in questa direzione senza essere mosso da alcuna aspirazione o sentimento, la sua è solo una reazione inebetita nei confronti di una condizione esistenziale in perenne stato catalettico. L’incapacità a mantenere una relazione stabile, una maturità che sembra non arrivare mai, l’abuso scriteriato di svaghi effimeri quali il vino bianco e la marjiuana lo hanno reso e lo rendono tuttora agli occhi degli altri (spettatore compreso) un eterno adolescente in cerca di emozioni, di sussulti improvvisi. Di deviazioni nette da compiere su un percorso altrimenti destinato a spegnersi nell’anonimato.
Sostanzialmente Jonathan Ames è un supereroe postmoderno (chiede all’amico di ritrarlo così in uno dei suoi fumetti), un personaggio da fumettone vecchio stile, ridisegnato però in chiave minimale e stilizzata su una superficie dinamica, colorata e interattiva. Su di essa convogliano evidenti interferenze artistico culturali (sia dichiarate che desunte) come quella del già citato Raymond Chandler e della vasta letteratura hard-boiled da lui ottimamente rappresentata (il protagonista nell’esercizio delle sue finte funzioni ama firmarsi Philip Marlowe), o anche quella di Paul Auster, uno dei massimi rappresentanti della letteratura americana contemporanea che con la sua trilogia di New York ha non poco influenzato l’evolversi assurdo delle scorribande newyorkesi rappresentate nella serie. I vari ‘fantasmi’ più volte descritti da Auster nei suoi romanzi sembrano infatti appalesarsi, con le sfumature aggiuntive dell’ironia, nei volti secondari di Bored to Death. Così come la New York di quella sua trilogia iniziale non appare poi così distante dal ’non luogo’ su cui è costretto a girovagare lo spaesato detective Ames durante le sue avventure. Al pari di Bored to Death, anche i suoi romanzi sono detective-stories consegnate all’eccentricità dei gesti, dello spirito e dello stile narrativo. Le prove di questa affinità sono sotto gli occhi di tutti. Oltre a citare apertamente Paul Auster in uno degli episodi, Ames lascia intravvedere sulla sua opera televisiva un evidente condizionamento specialmente di Città di Vetro, il primo dei romanzi della trilogia in cui il protagonista Quinn, scrittore come i due Ames, si finge, dopo alcuni eventi scatenanti, un detective chiamato Paul Auster (?) pronto a risolvere un caso tanto bizzarro quanto quelli destinati al nostro personaggio (Il caso dello skateboard rubato, Il caso della sceneggiatura persa, Il caso del bel ricattatore).
A innestarsi sullo spirito letterario dello scrittore americano c’è però nella serie una componente comica aggiuntiva che, nello stile letterario dell’autore di Moon Palace, manca totalmente. Questa è frutto esclusivamente della vena umoristica di Jonathan Ames, autore dalla scrittura graffiante e sagace manovratore di un nonsense sottile e strisciante (lontano dal fragore dei Monty Python e più vicino all’incomprensibilità domata delle scenette di Wes Anderson), nonché della capacità dissacrante del gruppo di attori protagonisti, i quali contribuiscono con le loro caratteristiche sia fisiche che caratteriali a rendere ancor più stravagante il complesso illogico di sottofondo.
All’umorismo sornione di Jason Schwartzmann, splendido mattatore che, oltre a rappresentare il trait d’union con il cinema di Anderson, richiama per l’occasione, con la sua noncurante glacialità, una certa tradizione comica ebraica di ispirazione alleniana (J. Ames: «Avevo sentito che gli israeliani avevano monopolizzato i traslochi come i greci con le tavole calde, ma sembra strano avere dei traslocatori ebrei. No? Fare un lavoro così fisico?». Risposta del traslocatore: «Ma chi sei? Un altro newyorchese ebreo che odia sé stesso?»), è necessario aggiungere il talento e l’incisività di due dei più quotati caratteristi del panorama audiovisivo contemporaneo: Ted Danson (famoso in America in particolare grazie ad alcune sit-com), interprete di George Christopher, editore sempre in cerca di esperienze nuove, e soprattutto Zach Galifianakis (Una notte da leoni, Tra le nuvole), qui alle prese con la follia di Ray Hueston, fumettista svitato sempre al fianco del vecchio amico Ames. Il terzetto di sgangherati amici contribuisce a circa il 90% della comicità di Bored to death e garantisce, attraverso la costruzione di momenti concitati alla Hangover, di situazioni surreali alla Jarmusch (special guest in un episodio) o di freddure in stile Yiddish, un livello umoristico difficilmente eguagliabile nella tv odierna. Non fine a se stesso ma oltretutto valorizzato da una struttura di base sempre molto attenta a far emergere quel ridicolo senso di straniamento a cui la serie aspira costantemente (nel contrasto spiazzante tra musiche frivole, azioni inspiegabili e indagini apparentemente drammatiche).
Ma Bored to death non è soltanto comicità, è anche pura leggerezza al servizio della follia e della deviazione, è caos ricondotto a una normalità apparente, è stile e intuizione. E’ un misto tra la freschezza di Juno (la sigla, le musiche, la colorazione), i dirottamenti narrativi de Il ladro di orchidee, gli inserti acidi e “scomodi” di una commedia apparentemente conciliante come Little miss sunshine. Bored to death è una serie incredibilmente rivoluzionaria, per la qualità di una scrittura coinvolgente, efficace, innovativa. Per quella sua capacità di saper coltivare l’irrazionale in contesti e luoghi fortemente legati alla concretezza della quotidianità. Per la voglia di filtrare dinamiche cerebrali e attitudini umane attraverso la semplicità di un linguaggio diretto – da vignetta, sit-com o fumetto (quelli di Jacques Tardi) – e il ricorso a una iconografia ampiamente abusata dall’arte visiva del XXI secolo (locali, motel, strade bagnate e tanto altro ancora). Bored to death colpisce perché in ogni suo piccolo episodio mostra la consistenza del lungometraggio e mescola sapientemente e senza mai fallire le giuste dosi di umorismo e straniamento, inventiva e libertà. Non si smetterebbe mai di vederlo, di godere dei suoi bizzarri passaggi. Non solo, ma una volta finito si ricomincerebbe subito perché, nonostante nel suo cammino non raggiunga mai una parvenza di senso compiuto, Bored to death ti avvolge con le sue assurde storie, con i suoi improponibili protagonisti e con quella sua immodificabile, profonda predisposizione alla deriva intellettuale. Senza perdere il gusto di intrattenere con le armi popolari dei generi di consumo, tanto apprezzati dal vasto pubblico televisivo, Bored to death si permette il lusso, nella televisione odierna, di portare in scena la noia e l’alienazione umana senza gli usuali e gratuiti intellettualismi di circostanza, ma solo con lo spirito beffardo e canzonatorio di chi vuole smontare gli assunti della vita attraverso l’onestà e l’arte dell’evasione mentale.
