Americana - Eastwick

Chi non ha mai sentito parlare di Eastwick e delle sue streghe? Chi non ha mai udito le strane notizie provenienti da quella piccola cittadina americana partorita dalla fantasia di un talentuoso scrittore d’oltreoceano? Pochi probabilmente, visto l’alto numero di appassionati e curiosi che, almeno una volta nella vita, si sono imbattuti o hanno sentito parlare del mitico racconto scritto dallo statunitense John Updike, creatore originario di quel mondo moderno animato da streghe, stregoni ed eventi paranormali.
C’è chi sicuramente avrà avuto modo di leggere direttamente l’originale libro del 1984, ma c’è anche chi avrà scoperto il fascino di questa storia solo grazie a un altrettanto mitico adattamento cinematografico curato da George Miller appena tre anni più tardi. Un film passato alla storia per la sua freschezza, per l’energia emanata dalle vicende raccontate e per un’alchimia unica raggiunta sul set da un cast composto per l’occasione da Jack Nicholson e da un terzetto di attrici del calibro di Cher, Michelle Pfeiffer e Susan Sarandon. Le streghe di Eastwick, questo il titolo della versione di Miller, è a tutt’oggi un film unico nel suo genere. È un’opera che ha segnato un’epoca e ha rappresentato, attraverso il suo stile vistoso e irriverente, una piacevole sorpresa all’interno di una tipologia di cinema particolare. Essa ha goduto probabilmente di una congiunzione astrale favorevole che ha contribuito a rendere la sostanza dell’opera difficile da imitare e il successo della stessa quasi impossibile da ripetere.
In molti ci hanno provato nel tempo. Soprattutto i responsabili delle principali televisioni d’America così desiderosi di veder adattata per il piccolo schermo una delle storie potenzialmente più efficaci che una serie televisiva possa accogliere. Ci ha provato nel lontano ’92 la NBC senza ottenere alcun risultato; nel 2002 invece è stato il turno della Fox di Murdoch e anche in questo caso il tentativo è naufragato inesorabilmente (entrambi i progetti si sono fermati alle rispettive puntate pilota). Ciò dimostra quanto in realtà sia difficile tale impresa e come, di fronte alla necessità anche solo di pareggiare gli stessi importanti risultati prodotti dal lungometraggio di riferimento, ogni progetto sia, sino a oggi, imploso.
Ma il tempo degli esperimenti, soprattutto in televisione, è sempre dietro l’angolo. È capace di tornare anche dopo otto anni e ripresentarci improvvisamente l’ennesima versione delle streghe di Eastwick, finalmente rinfrescata e rinvigorita da un nuovo importante intervento creativo, quello di Maggie Friedman, e da un sostegno produttivo non indifferente, stavolta offerto dal colosso televisivo ABC.
Cominciamo però dalla fine di questa storia. Lo sforzo di produrre un’operazione mediatica rilevante, che andasse cioè in scia alle opere originarie ma che pretendesse al contempo di catturare nuove e più ampie porzioni di pubblico, sembra essere già stata, anch’essa, consegnata nelle mani di un destino atroce e fallimentare. È notizia abbastanza recente, infatti, la decisione dell’improvvisa cancellazione della serie da parte del network a causa di una serie di scadenti risultati d’ascolto ottenuti in patria dalla prima stagione (terminata a dicembre negli Stati Uniti). Il dovere di cronaca dovrebbe a questo punto imporci un ulteriore commento relativo al fallimento ripetuto di un progetto ormai vecchio, al limite anche un’analisi razionale della maledizione sotto cui esso è costretto a vivere da molto tempo. Preferiamo però concentrarci sullo sforzo della Friedman, sulla dose di coraggio messa in campo dalla ABC e sulla consistenza effettiva di una serie magari non perfetta e di certo non innovativa nella sua struttura, ma comunque frizzante per l’intrattenimento offerto e divertente per i suoi risvolti contenutistici.
Il punto di riferimento del lavoro della Friedman è ovviamente il film di Miller con il quale essa si lega, oltre che per l’impronta caratteriale dei personaggi e per le evoluzioni drammaturgiche sviluppate, anche per la distanza nei confronti dell’opera letteraria ispiratrice, molto più cupa dei suoi successori bidimensionali e molto meno incline alle rappresentazioni scanzonate dei fenomeni paranormali (effetti compresi). L’impronta della storia di oggi ricalca praticamente quelle prodotte dal passato. Siamo ancora immersi nel microcosmo sociale caratteristico del piccolo paesino ammirato nel 1987 e siamo ancora in presenza di tre percorsi femminili distinti la cui traiettoria riprende, seppur con qualche modifica e rimescolamenti vari, quelle prodotte dalle figure straordinarie del film di Miller. Cambiano i nomi, cambiano ovviamente le interpreti - tutte molto brave - ma la storia del reclutamento delle tre streghe ritorna ancora oggi in una versione moderna e aggiornata. Così come ritorna il fatto scatenante dell’intera vicenda, la scintilla su cui si innesca la sequenza di incredibili avvenimenti che si succedono in tutti gli episodi della stagione. L’improvvisa comparsa in città del misterioso magnate tuttofare dall’aria conturbante e dai modi grezzi Darryl Van Horne è infatti ancora il punto da cui tutto parte, l’elemento caratterizzante attorno al quale ruotano le storie della bionda Roxie Torcoletti (scultrice tenace e grintosa con tanto di figlia al seguito, un compagno deceduto alle spalle e uno molto più giovane al suo fianco), della bruna sensuale Joanna Frankel (giovane giornalista in cerca di scoop con un carattere disordinato, nevrotico ma molto simpatico) e della rossa Kat Gardener (infermiera insoddisfatta, mamma di cinque figli nonché moglie sfinita da una sorta di marito-parassita). Il loro è un percorso inizialmente separato che per una sorta di sortilegio si incrocia improvvisamente davanti alla fontana della cittadina, punto cruciale in cui la magia delle streghe di Eastwick si riattiva improvvisamente sul rumore dello scontro tra le monete trovate dalle donne e da loro lanciate in aria.
La struttura del racconto vuole ovviamente che, almeno in un primo momento, le tre donne non sappiano dare spiegazione dei fenomeni strani che le circondano con sempre più frequenza. Questo, se vogliamo, costituisce il primo grande elemento di una serie capace di giocare molto sul sensazionalismo, sul colpo di scena e sul carattere di gioiosa rappresentazione affidati all’intera messa in scena. La scrittura della serie tiene ovviamente conto della leggerezza del mezzo a cui essa si affida e costruisce così la carriera paranormale delle tre colleghe in stregoneria sulla facile presa dei singoli accadimenti, costruiti principalmente sul gioco delle parti, sull’equivoco o sul carattere dissacrante dell’insieme che persiste anche nei momenti di evidente tragicità. Le capacità paranormali delle tre donne (Roxie riesce a vedere il futuro tramite visioni improvvise, Joanna riesce a spostare oggetti e condizionare menti attraverso la forza del pensiero mentre Kat provoca fenomeni climatici vistosi in risposta alle proprie esigenze personali) rappresentano il principio ispiratore di un intreccio sempre più fitto, fatto di amori attesi e falliti, amicizie rinnegate, solidarietà femminili ("Desperate Housewitches!").
Composto di singole linee narrative tinteggiate dai colori dei diversi generi di riferimento (thriller, giallo, noir, inchiesta, melodramma) attraverso i quali la Friedman pretende di far passare la propria opera, per donargli quello spessore che la sola leggerezza non gli avrebbe garantito, tutto si muove sotto l’influenza di un ’diavolo’ del nuovo millennio, un esponente dell’alta società con un background misterioso che, nonostante non regga il confronto con il cinico istinto di Jack Nicholson, affascina comunque il pubblico e le tre protagoniste grazie alla sua sensuale autorità e all’irriverente spirito tranchant che lo caratterizza.
Come impone la storia, tutto in Eastwick si svolge secondo il volere del ’diavolo’ Van Horne, tutto accade sotto l’influenza di un personaggio ambiguo e controverso che rappresenta anche, se vogliamo, una metafora evidente della strafottenza, della pacchiana superbia su cui la classe sociale più elevata molto spesso basa la propria potenza. Il collegamento tra la società circostante, il potere di quest’uomo e le tre streghe da lui plagiate e indirizzate, costituisce il filo conduttore della storia, quell’elemento proveniente dal passato su cui si è concentrato il lavoro principale di Maggie Friedman. Molto attenta nel saper adattare ai ritmi del nuovo millennio gli avvenimenti descritti e nel saper donare nuova linfa ad un meccanismo particolarmente delicato, la Friedman è stata anche brava nel saper incastonare di tanto in tanto piccoli e a volte anche gustosi riferimenti al passato ingombrante di Eastwick e alle protagoniste che allora contribuirono a quel successo (su tutti il collegamento offerto dall’attrice Veronica Cartwright, presente sia oggi che allora, e i rimandi nascosti alle inimitabili carriere delle attrici del film), riuscendo in questo modo a fidelizzare un certo tipo di pubblico cosciente e a non infastidirlo con sterili e inappropriate riproposizioni.
Il risultato è perciò soddisfacente soprattutto se pensiamo al rischio del progetto. La serie riesce a intrattenere sia il pubblico che per la prima volta si confronta con la legenda di Eastwick, sia quello che già era addentro ai fatti raccontati, creando una sorta di veste originale a una mitologia che non ha un tempo e uno spazio precisi. Ed è sostanzialmente un peccato che Eastwick non abbia la possibilità di replicare in futuro le proprie storie, perché siamo convinti che ci siano prodotti peggiori nella televisione di oggi e perché riteniamo che finalmente si sia pervenuti a un giusto compromesso tra il libro di Updike, il film di Miller e le esigenze dell’industria televisiva. Soprattutto crediamo che la serie si dimostri efficace nel costruire una struttura non pretenziosa ma divertente, non originale ma sostanzialmente riuscita per quella sua scorrevolezza senza intoppi, per quella sua natura a metà tra mito e modernità e per quella sua intrinseca capacità di raccogliere in maniera trasversale e indiscriminata il proprio pubblico.
Certamente non ci troviamo in presenza del meglio televisivo, della riflessione allo stato più elevato o di chissà quale altra alchimia artistico-culturale, ma quanto meno un po’ di sano, puro e gradevole intrattenimento questo Eastwick ce lo concede. E con tutta la sincerità e l’onestà del caso. Per cui non ci resta che cogliere questa occasione e godere delle vicende delle nostre streghe fino alla fine della prima e unica stagione realizzata (in onda su Mya fino agli inizi di aprile). Per poi magari salutare il progetto e dargli appuntamento al prossimo eventuale futuro adattamento.
