Americana - Mildred Pierce

Il trascorrere del tempo nasconde molto spesso delle insidie difficili da affrontare. Una di queste è la perdita di memoria. Più il tempo passa, più ci si discosta dalle vicissitudini in questione e più si rende necessario un lavoro di ricostruzione approfondito fatto di indagini e ripensamenti. A questo servono, il più delle volte, le riletture del passato. Qualunque natura esse abbiano (giornalistica, letteraria, televisiva, cinematografica e persino musicale) la loro fruizione ci regala non solo il piacere istantaneo ma ci riporta automaticamente ad una atmosfera per qualcuno dimenticata, per altri totalmente ignorata. Il campo televisivo ha avuto in questo un ruolo fondamentale, soprattutto negli ultimi anni, con la nascita di prodotti di qualità (Mad men, Boardwalk empire) capaci di affrontare, seppur da punti di partenza differenti e con obiettivi distanti l’uno dall’altro, il salto nel passato con particolare precisione e una puntualità impressionante.
Alla luce di ciò è altrettanto chiaro quanto si possa definire importante nel quadro della tendenza revivalistica che si sta imponendo nel mercato televisivo il caso rappresentato da Mildred Pierce, miniserie in 5 episodi diretta da Todd Haynes, approdata in tv (per HBO) dopo l’originale letterario del 1941 (il romanzo di James M. Cain) e quello cinematografico del 1945 (il film di Michael Curtiz). Rispetto ai casi citati precedentemente siamo perciò di fronte ad un livello di ripensamento storico molto più complesso ma che, al pari degli altri e con la loro stessa riverenza, ci guida dentro atmosfere, sensazioni e dinamiche a noi molto lontane. Il periodo di riferimento è quello della grande depressione americana, sfondo sul quale sorge, cresce e muore la parabola di una donna al contempo combattiva e vulnerabile, ostinata e ingenua, intraprendente e tenace. Mildred è una donna di stampo borghese, educata sui principi di una cultura vagamente classista e maschilista. Al momento della separazione dal marito vive come un trauma, quasi un’umiliazione, il passaggio da moglie e donna di casa a individuo costretto al mantenimento della prole attraverso le fatiche di umili e modesti impieghi. Doversi adattare a fare la cameriera costituisce perciò per lei, oltre che un ridimensionamento, una novità assoluta, con cui aprirsi però ad una vita del tutto differente. All’apprendimento di una nuova concezione dell’esser femmina in un mondo di maschi. Ma Mildred Pierce oltre a narrare al proprio spettatore la graduale emancipazione di una donna, la costruzione dei suoi successi economici e lavorativi (da cameriera diventerà la titolare di una catena di locali sparsi per l’intera zona di Los Angeles) racconta, allo stesso tempo, di fallimenti umani (amori sbagliati), di disgrazie quotidiane (morti e partenze), di rapporti interpersonali macchinosi e comunicazioni difficili da costruire (con la figlia Veda). È la messa in scena delle interferenze quotidiane alle quali un essere umano è costretto nel lungo e arduo cammino della propria esistenza.
L’affresco che ne esce è intenso e struggente, armonioso in ogni sua parte. Sulla suggestione di una storia d’epoca classica, già di per se affascinante e coinvolgente, Todd Haynes ci innesta sopra il suo stile elegante e il suo approccio registico inconfondibile, mentre la sua poetica raffinata e malinconica fa il resto imponendo una netta deviazione al carattere noir e misterioso di libro e film. La predilezione del regista per il melò più puro (vedi Lontano dal paradiso) coinvolge infatti in maniera prepotente l’essenza della miniserie, smussando da una parte le spigolosità della storyline originale e dall’altra arricchendola di uno strato ulteriore tutto giocato sull’emotività dei gesti, delle azioni e delle parole. Per questo non sono casuali i pochi ma fondamentali cambiamenti apportati da Haynes e Jon Raymond in fase di scrittura, come non è casuale la totale emancipazione della performance offerta dalla strepitosa Kate Winslet rispetto a quella originale di Joan Crawford. Più multiforme l’interpretazione dell’inglese, più asciutta e essenziale quello della diva Hollywoodiana (con la quale ha ottenuto l’Oscar). E’ forse proprio la recitazione a fare la differenza in un prodotto come questo, così dichiaratamente incentrato sulla figura della protagonista e così forzatamente declinato sulle sue molteplici relazioni (splendidi i duetti con Evan Rachel Wood e con Guy Pearce). Sono gli attori a rappresentare la scena e a dare valore ad una cornice (due dei cinque Emmy sono andati proprio alla Winslet e a Pearce), senza dubbio pregevole e ricca di elementi ma pur sempre secondaria rispetto al verbo e alla sua potenza. Vedere la vasta gamma di emozioni espresse dal volto della Winslet, così come assistere alle puntuali ed emozionanti interpretazioni del resto del cast rappresenta un’esperienza unica che offusca, se non del tutto, almeno parzialmente, la strabiliante architettura visiva ideata da Haynes e la stupefacente aderenza ad un mondo, quello degli anni ’30, perfettamente restituito in ogni suo elemento e in ogni più piccolo dettaglio. Mildred Pierce è un capolavoro di eleganza e stile, è un esemplare unico nel suo genere capace di ammaliare con le stesse armi adoperate dal cinema più alto. E’ un piacere per gli occhi dello spettatore assistere allo scorrere di fotogrammi pregni di significato e a sequenze armoniose, calibrate tra loro perfettamente e arricchite da una colonna sonora d’epoca (curata da Carter Burwell) struggente e a tratti solleticante. Altro elemento grandioso tra un insieme di componenti di qualità sopraffina che contribuiscono a rendere Mildred Pierce uno dei prodotti più belli e completi dell’intera stagione televisiva.
