Americana – Terra Nova

Ciò che si trova alla base di questa nuova serie fantascientifica targata Fox (prodotta da Steven Spielberg, Brannon Braga e Jon Cassar e scritta da Kelly Marcel and Craig Silverstein) è l’idea del percorso che corre tra mondi lontani e distinti, l’uno antitesi dell’altro, mentre i passi carichi di speranza di una moltitudine di pellegrini lasciano dietro di sé un presente divenuto ormai insostenibile, un 2149 reso invivibile a causa dell’inquinamento atmosferico e della sovrappopolazione: la meta è un ritorno al passato, 85 milioni d’anni prima, fin dentro il cuore d’una pericolosa giungla preistorica dove però è forse possibile dare vita a una nuova Età dell’Oro, in una colonia il cui nome ha il dolce e agognato suono di ’Terra Nova’.
Una storia molto americana quindi, che affonda le radici nel mito fondativo di un’intera nazione, per un’opera al cui interno si parla espressamente di pellegrinaggi: piccole ondate di gente alla ricerca di una pace fisica e anche spirituale in un mondo lussureggiante posto in una dimensione parallela, migranti che si muovono secondo ondate intervallate anche da innumerevoli anni (perlomeno secondo le modalità attraverso le quali il tempo scorre nel 2149), fiumane di persone scelte a seconda delle loro qualità e ambiti professionali, altre estratte semplicemente a sorte. In ogni caso estremamente fortunate, malgrado noi tutti sappiamo come, per poter raggiungere il Paradiso, bisogna pur affrontare qualche piccolo Sacrificio: per esempio il doversi trovare spesso rinchiusi in un recinto, nell’insediamento di Terra Nova difeso da barriere che tengano i suoi abitanti lontani dalla natura selvaggia, in primis taluni feroci dinosauri; oppure l’essere costretti a lavorare tutti insieme per il raggiungimento del bene collettivo, aiutati ma comunque al di sotto dei militari che tengono in mano il comando del villaggio; infine affrontare il desiderio di vendetta dei Sixers, un gruppo di fuoriusciti da Terra Nova, giunti lì assieme al Sesto pellegrinaggio, capitanati da Mira, la quale sembra tenere particolarmente in odio il comandante Nathaniel Taylor (lo Stephen Lang di Avatar), il pioniere di quei luoghi, il primo ad avere attraversato il portale e ad essere giunto fin lì, rimasto completamente da solo per i primi, durissimi, 118 giorni. Tali vicende vengono filtrate attraverso gli occhi degli Shannon, l’unico nucleo famigliare composto di cinque persone, ribellatisi a una società, quella del 2149, che permette di dare la vita solamente a due figli.
Come detto inizialmente, Terra Nova cerca di far coesistere due mondi differenti, innestando le tecnologie più avanzate, fantascientifiche nel vero senso della parola (basti pensare ai mezzi di cui può servirsi Elisabeth Shannon, dottoressa nell’ambulatorio locale) su di un ambiente preistorico e vergine, un luogo che evidentemente non aveva fino ad allora conosciuto alcun intervento umano: ci troviamo quindi di fronte a un futuro che, in una sorta di paradosso temporale (quasi un paradosso, poiché si tratta comunque di dimensioni parallele), arricchisce il presente grazie alla mano dell’uomo. Allo stesso modo si possono considerare gli effetti speciali visivi atti a ridare vita ai dinosauri (non sempre ’realmente’ riusciti, per dire la verità). Tutti questi fattori insieme rappresentano sì un appoggio per la trama, ma risultano tuttavia come un aspetto perlopiù esteriore, esile filo abituale in molta fantascienza maggiormente legata alla messa in scena di un’oggettistica vicina ai ’gadget’, piuttosto che ad un’attenzione rivolta principalmente verso tematiche, forme e narrazione.
Nello specifico, per quanto riguarda quello che dovrebbe essere il vero scheletro di un’opera di racconto audiovisivo, non si può dire che Spielberg (e gli altri realizzatori) sia poi riuscito ad andare molto oltre la sua precedente incursione nella sci-fi, ovvero l’estremamente deludente e dilettantesco Falling Skies. Questo perché Terra Nova soffre di evidenti problemi di cast artistico, défaillances in misura non minore rispetto al suo predecessore: poco interessante e di basso profilo, seppure la sua scelta possa essere considerata come consapevole (avendo magari l’obbiettivo di mettere in risalto l’aspetto di comunità all’interno della quale nessuno dovrebbe prevalere in modo particolare), in generale la recitazione non è per nulla aiutata dal progetto generale e comunque, da parte sua, è assolutamente incapace di rivitalizzare almeno un po’ una scrittura di per sé mai particolarmente briosa e trascinante. Giacché Terra Nova non sa vivere di passioni forti che riescano a premere almeno un po’ sui nervi dello spettatore, essendo più che altro interessata a sedare le conflittualità che di volta in volta cercano di aprire una breccia nella dura scorza dell’inutilità. Poiché, episodio dopo episodio, sono il Male e il Disordine – o almeno quelli che appaiono come tali – gli elementi che cercano di insinuarsi nella placida tranquillità famigliare della colonia (ove gli Shannon rappresentano un epitome di tale nucleo sociale allargato), risultando perlopiù come un espediente che, in quanto tale, diviene unicamente un mezzo per far procedere la linea drammatica, senza aggiungere altro alla visione. Ed evidente è il richiamo a una serie come Lost (simbolo del genere survival e, ovviamente, esempio tra i più fulgidi della televisionarietà di questi ultimi anni), in particolare per quanto riguarda l’immagine de ’Gli Altri’. Alterità che in Terra Nova è stata finora affrontata con stanchezza, in un certo senso contraddicendo lo stesso assunto di partenza, ossia quello dei due mondi contrapposti: e questa è una prova - sempre che ve ne fosse ancora il bisogno - di come questa serie, seppure dovesse in futuro mostrare una qualsivoglia impennata di ingegno, non potrebbe tuttavia mai risollevarsi dalla fossa nella quale ha essa stessa deciso di gettarsi.
