Americana - You Don’t Know Jack. Il dottor morte

Non saranno certo molti coloro i quali, soprattutto nel nostro continente, avranno sentito parlare di Jack Kevorkian, il medico di origini armene che tra il 1990 e il 1998, negli Stati Uniti, si conquistò l’appellativo di Dottor Morte per aver agevolato la dipartita fisica di 130 pazienti afflitti dalle più gravi forme di patologia. Con le sue pratiche estreme e i suoi interventi motivati dal rispetto dell’espressa volontà del malato, Kevorkian impose per la prima volta all’opinione pubblica statunitense il concetto di eutanasia quale atto medico ufficiale di assistenza al paziente, tentando al contempo di eliminare attorno ad esso le reminescenze culturali che, da sempre, lo relegavano nell’alveo del crimine e di portarlo, così, definitivamente tra i diritti naturali di ogni essere umano libero e consenziente. La battaglia del medico di Pontiac attirò per anni le critiche, le invettive, le contestazioni di gran parte della società civile (soprattutto quella di ispirazione vetero-cattolica che vedeva in lui niente altro che un assassino seriale pronto a sfruttare le debolezze umane) la quale si ritrovò improvvisamente divisa su una delle questioni più spinose e delicate che un paese possa e debba affrontare. La separazione tra il "diritto alla vita" quale inattaccabile principio su cui nessuno ha la facoltà di interferire e legiferare e il "diritto alla vita dignitosa" espresso secondo una visione laica e umanistica dell’esistenza, si trovarono così, su quel terreno e in quel contesto preciso, a doversi confrontare, aprendo la strada all’intervento di una giurisprudenza sino ad allora inesistente e ad una riflessione più profonda e complessa. Che fosse quanto meno lontana dall’oscurantismo dietro cui per anni si sono nascoste problematiche di questo tipo. Dieci anni di battaglie legali dovette affrontare il dottor Kevorkian, tra arresti e carcerazioni improvvise consumatesi sulla scia di decessi considerati il più delle volte criminosi e per i quali si trovò a pagare con una condanna definitiva (giustamente o ingiustamente lo lasciamo stabilire ad ognuno di voi) negli ultimi anni della sua vita. Dire che da allora la questione, in America e altrove, si sia risolta non solo è sbagliato ma è anche ingiusto nei confronti degli stessi che quella battaglia l’hanno vissuta, da una parte e dall’altra. Perché un confronto su questioni di questo tipo non può essere risolto e non deve essere risolto senza traumi, processi ed evoluzioni della specie umana. Importanti argomenti come quello dell’eutanasia meritano di essere dibattuti in continuazione con un senso di responsabilità elevato e soprattutto con una apertura mentale capace di alimentare costruttivamente il dibattito invece di ridurlo al consueto strumento di propaganda mediatica o politica.
Solo con questo spirito costruttivo possono nascere opere interessanti come You Don’t Know Jack, il tv-movie drammatico della HBO che il veterano Barry Levinson ha voluto dedicare alla figura controversa, ma comunque affascinante (quanto meno dal punto di vista cinematografico) del Dottor Morte. A prescindere dalle opinioni che si possano avere sull’argomento, infatti, rimane indiscutibile la potenza, la forza e l’impatto con cui una storia umana del genere riesce a coinvolgere lo spettatore e a farlo riflettere più di quanto non facciano i numerosi pseudo-approfondimenti televisivi dedicati al tema. Il merito di averne tratto il meglio va ovviamente al suo ideatore, all’intelligenza di una mente vivida, alla maestria di un regista troppo spesso sottovalutato nell’ambiente. Quello stesso Barry Levinson che nel volgere di due anni, come se niente fosse, è riuscito a farci ridere di gusto con la parodia dissacrante dedicata al mondo di Hollywood (What just happened) e a proporci ora, con la stessa efficacia di allora, un prodotto inteso a stimolare la nostra riflessione.
Levinson, nell’affrontare la vita, la storia e le faccende legate a Kevorkian, si affida infatti ad una compostezza e ad una riflessività probabilmente mai invocate dal suo cinema precedente. La lucidità con cui egli porta in scena l’ottimo script di Adam Mazer ci fa dimenticare per un attimo le peculiarità tipiche di un autore in grado di essere brillante anche nei suoi film più impegnati (Rain Man su tutti) e ci presenta il volto nuovo di un regista da sempre eclettico, il cui unico intento, oggi, nell’approccio al mezzo televisivo, sembra essere diventato il raggiungimento dell’obiettivo finale attraverso gli strumenti semplici della linearità, della sinteticità e dell’eleganza. Niente più scorciatoie di un tempo, quindi, o deviazioni varie. L’evoluzione sia narrativa che drammaturgica di You Don’t Know Jack è asciutta, ridotta ad un mero esercizio progressivo, in cui la cronaca si mescola ad accenni di racconto biografico sullo sfondo di una tensione drammatica perenne. Essa avvolge completamente la struttura del film, si insinua in ogni pertugio della storia fino a diventarne parte integrante se non addirittura protagonista assoluta. Levinson e Mazer infatti non solo raccontano e rappresentano senza remore il momento del trapasso vissuto dal malato ma lo valorizzano abilmente e, a tratti, ne accentuano il potere suggestionale attraverso la crescita continua di un sostrato angoscioso pressante, prepotente, quasi asfissiante. In questo modo lo spettatore vive il dramma del malato e della sua scelta, ne condivide gli attimi di sofferenza senza il rischio di un patetismo del tutto assente e, soprattutto, senza farsi assalire necessariamente da sussulti di ideologismo mai evocati dalle immagini di Levinson. Grazie a questa precarietà emotiva spinta a forza dagli autori nelle piaghe del film, lo spettatore riesce così ad immergersi a fondo nella questione e ad elaborarla nella maniera migliore possibile.
Nel complesso di uno stravolgimento del Levinson autore e cineasta che come abbiamo potuto vedere è abbastanza sostanziale rispetto al passato, emerge però una costante a cui è doveroso dare opportuno risalto in conclusione. L’unica componente in You Don’t Know Jack a rimanere veramente inalterata rispetto ad una metodologia lavorativa passata (e l’unica che probabilmente non muterà mai) è la capacità di tirare fuori dagli attori cosiddetti grandi (che quasi sempre animano i suoi film) delle performance ancor più virtuose di quanto non ci si attenda dal loro talento. You Don’t Know Jack rappresenta in questo senso l’ennesima prova di come molte volte si riesca ad andare oltre il limite del miracolo se a confrontarsi contemporaneamente si ritrovano professionisti intelligenti, talentuosi, eclettici e disciplinati. Doti che di certo non mancano ad uno dei più bravi e riconosciuti direttori d’attori che il cinema abbia mai prodotto ma che non difettano neanche allo straordinario protagonista del tv-movie. Un Pacino esemplare (che offusca anche altri grandi componenti del cast come Goodman e Sarandon), artefice di una performance perfetta e struggente, a tratti sofferente come le pene vissute nel film, per di più giocata sull’intimità e l’esigenza di riservatezza espressa da un carattere, quello del dottor Kevorkian, particolarmente introverso e chiuso. È commovente notare come il fenomenale Al, nonostante il ruolo da vecchio e ingobbito riservatogli da Levinson, sia in grado con una interpretazione stupefacente di fornire al telespettatore l’ennesimo saggio del suo talento naturale. Un tassello indispensabile che all’età di 70 anni appena compiuti si va ad aggiungere ad una carriera unica che non smetterà ancora di sorprenderci.
