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Anniversari - Gene Hackman: Gli 80 anni di un mito del cinema americano

Pubblicato il 30 gennaio 2010 da Lorenzo Vincenti


Anniversari - Gene Hackman: Gli 80 anni di un mito del cinema americano

Uno spaventapasseri nel cuore d’America

Si è ritirato dalle scene da oltre quattro anni ma la sua arte sublime rimane ancora fortemente impressa nella mente del pubblico grazie agli innumerevoli volti che in più di 40 anni di carriera ne hanno accompagnato la crescita, la maturazione e l’estasi professionale. Eugene Allen Hackman, meglio conosciuto al grande pubblico con il nome di Gene, compie oggi 80 anni e nel voler festeggiare la ricorrenza dell’uomo ci sembra naturale e doveroso parlare dell’artista straordinario che si cela dietro quell’aspetto da uomo qualunque. E’ proprio la semplicità dell’immagine la chiave di ingresso che ci consente di entrare nel mondo hackmaniano e decodificare finalmente l’aria da vicino di casa anonimo, da americano medio solitario e menefreghista da sempre legata all’attore di San Bernardino. Un marchio di fabbrica intimo e personale, il suo, sul quale ha saputo nel tempo costruire e difendere l’anomalia di un immagine pubblica imperscrutabile, così poco glamorous rispetto ad una spettacolarizzazione eccessiva imposta dallo star system e così profondamente debitrice nei confronti di una estrazione, umile, talvolta sofferente ma estremamente dignitosa. Il volto antidivistico di Hackman (vicino in questo al suo grande amico e compagno di corso Hoffman), niente di più lontano dal prototipo californiano, con quella fronte alta, con il capello riccioluto che cede agli effetti del tempo e con quel baffo composto che quasi si scontra con la bellezza dell’occhio ceruleo, rappresenta così la sintesi più estrema e significativa di una carriera nata dal niente, essa è la raffigurazione concreta di uno sforzo iniziale, di quella gavetta sofferente che tanto costringeva il giovane Gene ad arrabattarsi in lavori umili pur di vedere realizzato il sogno di una vita. Ma essa è anche il simbolo di una concezione semplicistica del ruolo attoriale, svuotato delle sovrastrutture, degli eccessi e delle forzature che solitamente lo accompagnano per essere finalmente riportato alla semplice dimensione professionale. Per questo motivo Hackman, a dispetto del successo che lo ha travolto, si è mostrato sempre e comunque alla stessa maniera. Con quella purezza ed istintività che gli hanno consentito di non cedere mai ai richiami di una recitazione giullaresca (a parte qualche sporadica eccezione – vedi il Lex Luthor di Superman) e che gli hanno permesso, per semplice scelta stilistica, di rifiutare l’utilizzo della maschera posticcia. Hackman si è distinto da molti suoi colleghi per la capacità di affrontare qualunque ruolo senza stravolgere la fisionomia del corpo, inteso come semplice mezzo su cui far scivolare di volta in volta tipi, caratteri e personaggi differenti. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Quasi mezzo secolo di storia americana attraversata solo con la forza del proprio volto e con l’abnegazione tipica dell’operaio stachanovista.

Circa ottanta film all’attivo, molti capolavori ma anche tanti sterili filmetti di serie B a cui Hackman ha però partecipato con la serietà e l’impegno del grande attore, donando molte volte ad essi e ai rispettivi realizzatori quella visibilità che altrimenti non avrebbero avuto. Di scelte estreme, controverse, così poco riconducibili al mondo di appartenenza, Hackman ne ha fatte tante durante la propria carriera! E’ sufficiente scorrere per questo la sua vasta filmografia per comprendere come l’attore abbia sin dagli inizi intrapreso un percorso fatto di valutazioni, selezioni e scelte non sempre comprensibili. Ostiche, a volte infelici ma sempre e comunque coraggiose. Non si è mai legato ad un regista in particolare (gli unici con cui si è spinto oltre il secondo film sono stati Michael Ritchie e Arthur Penn), non ha mai privilegiato un genere (li ha incontrati praticamente tutti) e non ha mai disdegnato l’idea di meravigliare in ognuno di essi (le sue migliori interpretazioni nascono indistintamente in ogni tipo di film realizzato). Ha più volte preferito defilarsi di fronte ad altri attori (lasciando la ribalta a colleghi talvolta molto meno bravi di lui), ha prediletto ruoli da antagonista ed ha costruito film dopo film l’immagine stereotipata dell’uomo burbero, del cattivo insensibile e meschino, del losco trafficante poco incline alla regolarità dei comportamenti. L’immagine di Hackman è ormai legata in maniera quasi indissolubile a tutti i suoi personaggi controversi, oscuri, terribilmente concreti. Vengono in mente gli uomini in giacca e cravatta che ostinatamente tramano dietro le strutture imponenti della giustizia, dell’esercito, della politica, della finanza e della pubblica sicurezza. Tornano alla mente personaggi straordinariamente cattivi come il manesco e puttaniere presidente degli Stati Uniti di Potere assoluto, con quella protervia fastidiosa persino agli occhi del vero criminale (ma gentiluomo) Eastwood; lo sceriffo Herod, dittatore del west raimiano (Pronti a morire) capace di uccidere il proprio figlio pur di abbeverarsi alla fonte del potere; il recentissimo consulente giudiziario Fitch, protagonista del bel thriller di Gary Fleder La giuria, in cui Hackman è chiamato ad interpretare il ruolo di un manipolatore di giurie attivo per conto di una multinazionale delle armi processata, per finire poi con l’interpretazione magnifica, sporca, spigolosa di un altro mitico sceriffo del west americano, quel Little Bill Daggett che con i suoi eccessivi comportamenti e il suo sadismo nauseante ha contribuito ad arricchire uno dei più grandi western dell’epoca moderna. Il capolavoro eastowoodiano Gli spietati la cui grandezza ha permesso ad Hackman di replicare con una seconda meritatissima statuetta la vittoria dell’Oscar ottenuta nel 1972 per The French Connection. Facciamo un salto indietro e andiamo proprio a quegli anni. Il lavoro di William Friedkin è probabilmente il primo grande spartiacque nella carriera di Hackman. A quattro anni dall’esplosione definitiva avvenuta con l’interpretazione di Buck Harrow in Gangster story di Arthur Penn e dopo una serie di interpretazioni altalenanti, l’attore californiano raggiunge infatti l’apice del successo con quella che ad oggi è forse la sua migliore interpretazione. "Popeye" Doyle, ancor più dei precedenti citati, è forse l’emblema dei personaggi hackmaniani in quanto si pone al comando di una lunga schiera di cosiddetti “eroi anomali” che da quel momento in poi si faranno largo nella carriera dell’attore occupando lo spazio intermedio tra i classici cattivi, di cui poc’anzi abbiamo citato degli esempi e quelli veramente buoni, espressi di tanto in tanto da una filmografia molto ricca. I cosiddetti borderline come Doyle sono quei personaggi con cui Hackman si è probabilmente divertito di più nella sua carriera, con i quali cioè egli ha dato libero sfogo ad una tecnica recitativa nevrotica, fisica, tesa alla costruzione di una struttura gagliarda che ruota attorno a personaggi duri, diretti, il più delle volte violenti e maschilisti, conservatori e radicali ma quasi sempre cavalieri romantici, giustizieri grintosi o poveracci redenti. Di questa schiera fanno parte il ricco possidente di Under Suspicion, il fantastico condannato a morte di L’ultimo appello, il vendicatore de Il giorno dei lunghi fucili o il ruvido poliziotto di Mississippi burning. Tutti ruoli difficilmente identificabili che però hanno contribuito a creare la base su cui il mito dell’attore poliedrico, dell’artista artigiano, dell’attore tuttofare ha potuto nascere, crescere e svilupparsi negli anni. Ma Gene Hackman come abbiamo più volte lasciato intuire è anche attore che di tanto in tanto ha saputo concedersi alla sorpresa, alla rinascita artistica. La facilità di entrare in qualsiasi personaggio senza troppe difficoltà gli ha consentito più volte durante la carriera di scegliere ruoli completamente differenti da quelli solitamente interpretati, riuscendo egualmente a restituire una intensità unica e inimitabile pur rappresentando caratteri docili, personalità più delicate e sensibili, menti complesse ed introverse o individui sporadicamente eccessivi. Fanno parte di quest’ultima categoria anche le sporadiche intromissioni nell’arte comica con cui Hackman è riuscito come al solito a stupire tutti (è il caso del frate cieco di Frankenstein Junior, a dir poco memorabile) e a ritagliarsi uno spazio di riserva in cui, di tanto in tanto, rifugiarsi per rinfrescare un’immagine troppo rinchiusa in se stessa. Ricordiamo i divertissement dei vari Get shorty, Piume di struzzo, Heartbreakers o l’allegra freschezza del film sportivo Le riserve. Tutti film abbastanza recenti nei quali lo stesso Hackman ha voluto deliberatamente mettere in crisi lo stereotipo di cui si è nutrito per anni. Ma sono soprattutto le interpretazioni intimistiche a rappresentare al meglio la duttilità dell’attore. Quelle interpretazioni straordinarie solitamente scaturite dalla fattura eccelsa del film e dalla bravura del regista realizzatore che in esso lo ha guidato. Grazie alla abilità di questi nella direzione degli attori (dote riconosciuta ai vari Woody Allen, Sydney Lumet, Francis Ford Coppola, Jerry Schatzberg, Richard Brooks, David Mamet solo per citare i più grandi registi con cui egli ha collaborato), Hackman ha infatti trovato terreno fertile su cui far crescere personaggi meravigliosi, difficili da decodificare perché strutturati su una infinita varietà di livelli espressivi. E’ il caso ad esempio del drifter Max Millan de Lo Spaventapasseri, alter ego fantastico di un altrettanto meraviglioso compagno di viaggio e di vita Al Pacino (i duetti tra i due sono di rara bellezza e intensità), è il caso del sorprendente, minimalista e silenzioso Harry Caul de La Conversazione coppoliana, ritratto mitico dell’alienante psicologia umana che trova il coraggio di reagire all’invasione tecnologica. Ma è il caso anche del westerner romantico e animalista di Stringi i denti e vai!, dell’investigatore privato di Bersaglio di notte e del Larry Lewis dell’alleniano Un’altra donna. Tutte implosioni intimistiche di un attore solitamente abituato ad imporre la propria forza sul set e a recitare con una partecipazione ingombrante, visibile e fortemente carismatica. Per questo e per molto altro ancora Gene Hackman è stato ed è un interprete unico nel panorama del cinema americano, perché ha reinventato il ruolo dell’attore a cavallo degli anni ’70 e ’80, rendendolo semplice e diretto, intrinsecamente avvolto da un romanticismo antico e da un americanismo probabilmente controverso ma puro ed originale. Un attore straordinario, più volte sottovalutato in carriera (soprattutto agli inizi), altre poco rispettato da ruoli non consoni alla sua altezza, grande tanto quanto gli illustri colleghi della generazione mitica, ma diverso da loro perché antieroe nell’animo e nello spirito. Esplicita in tal senso vuole essere la nostra chiusura. Uno stralcio di una conversazione tratta dallo Spaventapasseri di Schatzberg con cui rinnoviamo gli auguri ad una leggenda silenziosa del cinema americano e mondiale.

“Una volta eri ridicolo ma facevi paura, ora sei soltanto ridicolo”. (“Lion” Delbuchi/Pacino). “Beh, forse è perché sto diventando uno spaventapasseri”. (Max Millan/Hackman)


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