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Anniversari - Soldati, un’occasione preziosa

Pubblicato il 7 dicembre 2006 da Luca Malavasi


Anniversari - Soldati, un'occasione preziosa

Nell’anno del triplice centenario - Rossellini, Visconti, Soldati - proprio quello di quest’ultimo sembra rappresentare l’occasione più preziosa. A cos’altro servono, del resto, le ricorrenze, se non a rinnovare l’interesse per il tempo trascorso? Sono la celebrazione di una distanza, e devono dunque mirare a migliorare la messa a fuoco per chi guarda dal presente.
Nel caso di Soldati, poi - e in particolare del Soldati cinematografaro - l’occasione, oltre che preziosa, appare propizia: perché recuperarne la figura dall’oblio in cui è stata progressivamente allontanata (e in cui si è, almeno in parte, volontariamente sistemata), significa, in primo luogo, resuscitare un modello d’autore utile a comprendere meglio certe logiche profonde dell’apparato mediale italiano (non solo in prospettiva storica) e dell’intreccio culturale di cui si nutre la massmedialità di ogni tempo e luogo. Magari puntando i riflettori non sul Soldati che tutti conoscono e hanno visto, quello calligrafico e formalista di Piccolo mondo antico e Malombra, ma sul Soldati minore, invisibile e “scadente” (almeno agli occhi dei contemporanei), quello dei film alimentari, fatti con la mano sinistra, in fretta, senza troppe preoccupazioni estetiche.
Tre mosse, all’origine, sembrano però necessarie: sgombrare il campo dalla tenuta, più archeologica che critica, di certi giudizi di valore e, in secondo luogo, supporre un divorzio, almeno parziale, tra regista e scrittore. Ma, soprattutto, sembra necessario dismettere un’idea astorica, romantica e idealistica di autore (coltivata dal secondo) e di vedere nel Soldati regista un altro modello d’autore, perfettamente consonante e a suo agio con le piccole e grandi rivoluzioni in corso nell’industria culturale italiana tra gli anni Trenta e il Boom economico e oltre, come rivela la conversione alla televisione alla fine degli anni Cinquanta. Solo così le tante, troppe contraddizioni lasciate in eredità dall’opera soldatiana possono, diversamente da quanto è successo fino a oggi (con poche eccezioni), funzionare “al contrario”: ossia, come i sintomi di un attitudine al “fare artistico” completamente nuova, attraversata, non c’è dubbio, da intenzioni, energie e obiettivi talvolta contrastanti e culturalmente dissomiglianti, ma non per questo priva di una logica più profonda e diversa dalla semplice opportunità commerciale.
Perché Soldati - e questa mi sembra oggi una delle lezioni più vitali che si possono trarre dalla sua lunga carriera cinematografica - sembra aver compreso molto presto la possibilità di una coabitazione di diversi ordini di valori, pratiche e procedure estetiche, in tensione tra “arte” e “industria” e in conformità con la dislocazione e la desacralizzazione della creazione che definiscono il “fare artistico” nel Novecento. Da lavoratore, artigiano, professionista dell’immagine. Senza troppi grilli (artistici) per la testa. Un po’ all’americana, più fedele al “contratto” (con produttori e pubblico) con non a una poetica cinematografica.
Un po’ come Salgari, per citare l’esempio più celebre, Soldati rappresenta insomma una posizione intermedia tra arte e industria, problematica e complessa e per questo sintomatica. Più esattamente, si muove (ed è fatto muovere dalla critica) sul crinale ambiguo di una internità” esterna e di una esternità” interna, tra la figura del regista-letterato, che porta al cinema valori, tradizioni e logiche altre e che però, al tempo stesso, e quasi inaspettatamente, riesce a “funzionare” dentro l’ingranaggio del cinema, e quella dello scrittore-cineasta, che s’avventura per ragioni non sempre chiare o nobili nello scintillante mondo del cinema, restando tuttavia circondato da un cordone sanitario paraestetico che qualifica la sua esperienza cinematografica come subalterna. Ma Soldati è stato anche, più semplicemente, un regista-regista e uno scrittore-scrittore; un abile regista e un bravo scrittore. In quasi trent’anni di carriera (contando la gavetta che anticipa l’esordio alla regia), egli si è variamente disposto nei confronti di questi due status dell’autorialità artistica, facendoli ora collidere, ora felicemente incontrare, ora contraddittoriamente riunendoli, ora obbligatoriamente separandoli; rubando al cinema tecniche e immaginari da convertire in scrittura e prendendo dalla letteratura quasi esclusivamente il primato della narrazione e dell’ideazione “a parole”. E il fatto che considerasse il cinema “un’arte minore” - non tanto un giudizio di valore ma, piuttosto, l’indicazione di specifiche proprietà creative e comunicative di cui testimoniano tutti i suoi film - ha aiutato lo sviluppo autonomo dei due ambiti e una riduzione dei possibili “disturbi”.
Dialettica e sintesi che fanno del Soldati regista un luogo di convergenza prezioso in cui si cristallizzano immagini e idee diverse, e a volte distanti, riferite allo statuto dell’autore in epoca moderna, al ruolo dell’artista posto di fronte all’industria culturale, alle gerarchie culturali della produzione artistica, alle pratiche e ai saperi professionali richiesti dall’orizzonte multiforme, e in continuo rimescolamento, della spettacolarità massmediale. Solo così, forse, è possibile “salvare” Soldati, e non semplicemente una manciata dei suoi film; e solo così la sua filmografia può trasformarsi da luogo di negazione, frustrazione e incompiutezza, in uno spazio in cui si affermano con decisione e coerenza un’idea di autore e di cinema testimoni di processi culturali che eccedono i limiti di una storia e di una critica dell’autore cinematografico.


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