Britannica - The Take. Una storia criminale

Altro prodotto inglese, altro salto nel passato. Questa volta ci pensa l’interessante The Take a confermare, attraverso le sue atmosfere anni ’80 e la restituzione di una Londra in fervente mutamento, quell’ormai consueta pratica revivalistica a cui la tv britannica sembra rivolgersi con sempre più frequenza. L’occasione di attingere dall’ampio catalogo di opere letterarie della scrittrice crime Martina Cole è stata così il punto di partenza di un progetto singolare, che ha non solo consentito di portare sullo schermo una storia dall’alto tasso di fascinazione, ma ha anche offerto l’opportunità al meticoloso lavoro dell’autrice inglese di tornare a essere adattato per il piccolo schermo dopo i precedenti di Dangerous Lady del 1992 e The Jump del 1995.
Trasmessa nel Regno Unito dal canale Sky1 e proposta nel nostro paese dall’omonima consociata piattaforma satellitare di Murdoch, questa miniserie in due puntate (la prima è andata in onda il passato venerdì, mentre la seconda e ultima parte è prevista per domani) ripercorre le tappe di una degenerazione sociale senza precedenti, quella che negli anni dell’epoca thatcheriana si abbatteva sull’intera popolazione inglese causando in essa non solo malcontento, instabilità e depressione, ma anche una sorta di deriva criminale minacciosa e dilagante. Erano per intenderci gli anni in cui negli stadi, nazionali ed internazionali, imperversava il fenomeno degli hooligans, in cui il mercato della droga rinnovava la propria offerta mutando radicalmente il concetto di “consumo”, in cui la Londra raccontata da Martina Cole soffriva le pene di un declino oscuro e viscerale, causato principalmente dall’evoluzione di una criminalità divenuta con il tempo molto più organizzata di prima e molto più violenta.
La capitale del Regno Unito è la prima protagonista della storia ideata dalla Cole. È al contempo simbolo del movimento continuo e centro nevralgico di una degenerazione difficilmente riproponibile in altri contesti geografici. Se nel testo letterario però essa cresce e si sviluppa parallelamente alle vicende dei protagonisti, nella serie rimane per precisa scelta autoriale un elemento dormiente, non estraneo alle dinamiche criminali, ma molto più in disparte rispetto a quanto ci si sarebbe potuto attendere. Le immagini confezionate sono per questo lontane dalle cartoline patinate della Londra turistica, ricusano la suggestione confortante dei tanti luoghi simbolo della metropoli per gettarsi a capofitto nel sudiciume di un sommerso poco rassicurante. In ciò che vediamo prende corpo la rappresentazione “anonima” di un sottosuolo indefinito e irriconoscibile (la location delle riprese non è nemmeno Londra ma addirittura Dublino), che funge da spazio per le traiettorie disordinate di tanti personaggi colpevoli. Come ogni Gomorra che si rispetti, infatti, è l’uomo e la sua attività a rendere l’ambiente circostante ancor più malato di quanto già non sia.
I personaggi di The Take vivono all’ultimo gradino sociale di una virtuale scala di (dis)valori umani e non possono che apparire, agli occhi dello spettatore, come degli “animali” selvaggi. Liberi di agire secondo un istinto primitivo e pronti a soverchiare l’ordine costituito attraverso l’esemplarità dei gesti. Sono l’ultima ruota del carro della civiltà, membri di una comunità che non perde tempo a reclamare il proprio ruolo o il proprio spazio ma se li conquista con la prepotenza, la sopraffazione o con l’irruenza degli atteggiamenti eclatanti. Ognuno di loro vive sopra le righe perché altrimenti la giungla li condannerebbe senza appello a una fine impietosa.
Il giovane Freddy, in qualità di protagonista della miniserie, è il sovrano assoluto di questo consesso indecoroso. Egli domina con la sua carica eversiva, la sua sfrontatezza, la sua schizofrenica condizione psicofisica gli altri animali della giungla. Appena uscito di prigione non si accontenta della libertà, non gli basta tornare all’illegalità di sempre, ma vuole imporre la legge della nuova generazione criminale sulla vecchia e retrograda gerarchia dominante. Se ne frega delle direttive impartite dal carcere dal suo padrino Ozzy, non riconosce il ruolo di chi dovrebbe gestire gli affari al posto di quel vecchio capo imprigionato, non vede, soprattutto, dal preciso istante in cui mette piede fuori di prigione, alcun ostacolo concreto che possa realmente interrompere il suo cammino e impedirgli di realizzare la sua scalata alle vette del potere. Il codice comportamentale di un tempo non è più adatto allo stile di vita di un uomo che scambia la moglie per un’animale da riproduzione, che si costruisce una famiglia con dei figli solo per la legittimazione che questa responsabilità trasmette al mondo esterno, che non sa più distinguere un amico da un opportunista e che guarda il mondo circostante attraverso il filtro di un egocentrismo deformante e pericoloso. Per lui contano solo i dogmi impartiti da una moderna trinità pagana costituita dal denaro, dalla droga e dal potere.
Ad affiancarlo in questo percorso c’è il cugino e amico di sempre Jimmy, glaciale alter ego dell’infuocato Freddie nonché spettatore incredulo e impotente della follia di quest’ultimo. Egli lo segue silenzioso, ne acconsente le improvvise esplosioni, ne sopporta gli atteggiamenti oltre le righe sperando sempre, e invano, in una normalizzazione degli eventi. Ed è per questo che parallelamente Jimmy si trova quasi costretto (da Ozzy) a coltivare un proprio spirito indipendente che consenta non solo di arginare l’irruenza del compagno ma anche di proporre uno sviluppo degli affari molto più vicino alle direttive del boss. L’imprenditorialità più spiccata introdotta dal freddo Jimmy, assieme a una razionalizzazione degli affari distante dai rumori e dagli sconquassi provocati da Freddie, saranno perciò la base di partenza di una lenta degenerazione umana fatta, d’ora in poi, di invidie, scontri, violenze e soprusi. Su di essi si innesterà una netta involuzione dei rapporti tra i due e una escalation di tensione nella storia in cui ognuno giocherà per se stesso e contribuirà a gettare benzina su un fuoco ormai incontrollabile.
The Take è un prodotto sostanzialmente molto classico e per questo risente, nel suo sviluppo, dei tratti riconoscibili del genere di appartenenza. Sente molto l’influenza dello stile dominante americano soprattutto nella drammatica rappresentazione di un mondo criminale effervescente, nella focalizzazione sul personaggio più scomodo della vicenda, quello solitamente gravato dal compito di rompere gli schemi precostituiti (Freddy Jackson come Tony Montana), nel concetto di violenza spinta all’estremo (sintomo, in entrambi i casi, di una incomunicabilità evidente o di una ritualità catartica) e nel ruolo fondamentale riservato al gruppo. Che sia esso un branco di selvaggi briganti o una famiglia nel senso più nobile della terminologia gangsteristica (da Il Padrino passando per Quei bravi ragazzi fino ad arrivare a I soprano).
Ciò che però non rimane, nel passaggio dagli epitomi classici in parte accennati alla rivisitazione vintage in salsa britannica di The Take, è senza dubbio la teatralità della messa in scena, del gesto, dell’interpretazione. Quella tragica essenza proveniente dalla drammaturgia greca facilmente coltivata dalla cinematografia americana e, non totalmente ma in gran parte, soffocata da un’impronta cinetelevisiva britannica attenta a privilegiare soprattutto il carattere factual di una crime story autoctona. Per questo The Take esprime al meglio la propria identità inglese nel momento in cui l’evoluzione, di storia e personaggi, si lascia sporcare da un accenno di realismo strisciante. Mai dominante nelle sue incursioni ma sempre presente, da un punto di vista simbolico, sulla porta di ingresso dei luoghi perlustrati. È d’altronde dalla strada che parte l’ispirazione di Martina Cole e non può che essere la strada, con i suoi difetti, con le sue storture, con l’immondizia che la caratterizza, ad ammantare di fango un destino tragico quanto quello dei criminali raccontati nella serie.
Altro elemento caratterizzante di The Take, lontano dal maschilismo del gangster movie d’oltreoceano, è il ruolo rilevante del genere femminile. Ogni uomo della miniserie ha una donna al suo fianco che, nel bene o nel male, ne influenza il percorso narrativo. Freddy ha l’illusa sognatrice Jackie, donna disposta per l’amore del proprio uomo a non vedere e a non sentire gli effetti di un dolore continuo, mentre l’amico/nemico Jimmy ha la coraggiosa Maggie, classica àncora di salvezza per la fragilità dei tipi come Jackie e donna premurosa costretta a covare silenziosamente nel proprio corpo il frutto di un odio pronto a esplodere da un momento all’altro. Ci sono poi le generazioni ai margini di The Take: quelle troppo compromesse perché grandi o quelle decisamente incolpevoli perché troppo piccole. Le mamme silenziose per scelta, donne di un tempo, distratte e talvolta accondiscendenti con i crimini dei loro congiunti, o le bimbe silenziose per incapacità (anche l’unico innocente bimbo potrebbe essere inserito con loro). Incapacità a comprendere lo schifo di un mondo malvagio o l’ineluttabilità di un destino ancor peggiore di quanto già non sia la realtà del momento. Anche loro sono la chiave di accesso a una serie interessante come The Take. Una serie traumatica e violenta come nessun altro prodotto televisivo è mai stato sino ad oggi (nemmeno il nostro Romanzo criminale raggiunge certi livelli), distruttiva come soltanto la realtà di strada riesce ad essere.
The Take è un prodotto televisivo che colpisce allo stomaco lo spettatore, che non gli lascia scampo. Un affresco generazionale sopra il quale convivono, come in un’opera di Rosenquist o Rauschenberg, pezzi di modernità residua, personaggi della mitologia americana, spruzzi di pulp rosso sangue, cultura popolare, frammenti di generi cinematografici e pagine di letteratura anglosassone. Senza dimenticare in conclusione le copie stilizzate dei volti dei protagonisti della serie. Riconducibili in tutto il loro fascino all’efficacia di attori superbi come Tom Hardy, Brian Cox, Shaun Evans e ad attrici sorprendenti come Charlotte Riley e Kierston Wareing. Tutti splendidi professionisti che innalzano oltremisura il livello qualitativo e quantitativo di un lavoro probabilmente furbo e ripetitivo, ma certamente affascinante per la sua solidità strutturale e per la sua potenza visiva. Che The Take sia o non sia la risposta inglese a Romanzo criminale ha poca importanza: ciò che conta è l’unicità di un prodotto ben fatto e anche coraggioso.
