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CineCult - Intervista a Claudio Lattanzi, regista-culto di Killing Birds

Pubblicato il 24 giugno 2019 da Redazione Close-up


CineCult - Intervista a Claudio Lattanzi, regista-culto di Killing Birds

Dopo aver intervistato l’attrice-cult Cinzia Monreale, Close-Up incontra il regista-supercult Claudio Lattanzi, sul set del film Everyblooody’s End, che vede l’attrice ligure una delle protagoniste. L’occasione ci è data sempre da Francesco Lomuscio, critico di cinema, studioso ed esperto numero uno in Italia del genere horror, autore di un Dizionario unico al mondo (esaurito al momento, ahimè), dedicato esclusivamente al cinema horror di zombi.

Lattanzi è autore, nel 1988, dell’autentico cult-movie Killing Birds e, lo scorso anno, del finissimo documentario Aquarius Visionarius - Il cinema di Michele Soavi, dedicato a un altro vanto della cinematografia italiana.

1) Anno 1987, esordisci dietro la macchina da presa con Killing birds - Raptors. Cosa ricordi della preparazione del film?

La preparazione del film fu fatta in maniera abbastanza veloce, nel senso che all’epoca questi film a basso budget non seguivano un iter come nelle produzioni più blasonate. Una volta chiuso il pacchetto con la distribuzione e le varie vendite per l’Italia e per l’estero, si organizzava tutto in poco tempo. Per esempio in Killing birds, solo Lara Wendel fu scelta qui in Italia, mentre il resto del cast in America, senza neanche fare dei provini. Se l’attore andava bene fisicamente e corrispondeva in qualche modo al personaggio, il film era suo. Anche i luoghi dove girare si sceglievano senza una vera e propria ricerca dettagliata. Ma in quegli anni tutte le produzioni “indipendenti” agivano in questo modo.

2 - Lo avevi pensato inizialmente come film di zombi o mirato ad allacciarsi al filone degli animali assassini?

Nel trattamento iniziale che proposi ad Aristide, il film doveva essere uno zombi movie dove gli uccelli erano presenti in maniera marginale, mentre il personaggio del cieco invece era molto approfondito. Poi Aristide preferì inserire il “picchio dal becco d’avorio”, un uccello in via d’estinzione presente in Louisiana e modificare la storia facendo diventare il film una via di mezzo fra zombi e filone di uccelli assassini. Così si riscrisse il trattamento e poi la sceneggiatura. Penso comunque che il trattamento originale fosse più d’impatto.

3 - Come è stato lavorare con il grande Aristide Massaccesi, in arte Joe D’Amato?

Beh, lavorare con Aristide Massaccesi e frequentare in quegli anni la sua gloriosa casa di produzione “Filmirage” fu un’esperienza straordinaria. Aristideera una persona coinvolgente oltre ad essere un grandissimo professionista. Ricordo che sul set di Killing birds riusciva ad illuminare intere scene solo con qualche quarzo, creando delle atmosfere molto suggestive. Inutile dire che la troupe era composta da pochissimi addetti ai lavori, quasi sempre suoi fedelissimi. Erano set molto famigliari ma allo stesso tempo non mancava nulla e la professionalità era sempre presente. Aristide era anche una persona che pretendeva sempre il massimo e non nego che qualche volta non sono mancate delle discussioni fra noi, ma era normale: di fronte avevo una persona che nel cinema sapeva fare di tutto, con un’esperienza pazzesca! Sono molto contento di aver fatto parte del “suo mondo”.

4 - Quest’anno sei tornato alla regia con due diversi progetti: il documentario Aquarius visionarious - Il cinema di Michele Soavi e l’horror Everybloody’s End. Ce ne puoi parlare?

Si, è stato un anno molto importante per me, perché mi sono dedicato a due progetti a cui tenevo molto. Il docufilm “Aquarius Visionarius” sulla filmografia di Michele Soavi è stato il primo che ho affrontato. Erano anni che volevo fare un documentario su di lui, ma per varie ragioni sono riuscito a realizzarlo solo ora. Michele è stato fondamentale per il mio percorso cinematografico: ho iniziato con lui nel lontano 1985 quando fui il suo assistant director nel documentario “Dario Argento’s world of horror”, sul cinema di Dario Argento e ho proseguito fino al 1989 seguendolo nei suoi primi due film “Deliria” e “La Chiesa”. Quindi posso dire che è una persona che conosco benissimo sia dal punto di vista personale che professionale. Tornando ad “Aquarius Visionarius” posso dire che è un documentario molto importante perché ha il preciso intento di far conoscere meglio il cinema di Michele Soavi. Il documentario nasce da un’esigenza ben precisa: realizzare un’opera filmica completa di un autore che conoscevo benissimo, raccontando in qualche modo tutto il suo mondo e tutta la sua visionarietà. E’ stato entusiasmante e molto impegnativo. Impostare il tutto è stato molto arduo, perché dovevo raccontare l’opera filmica di un autore che ha attraversato quasi tutti i generi. Credo che Soavi sia uno degli autori più completi del cinema italiano e anche uno degli autori più visionari e criptici. Forse proprio l’aspetto visionario della sua filmografia mi ha dato l’idea giusta e vincente di come esporre il tutto. Quindi ho cercato di creare un documentario che non fosse didascalico ma che avesse invece tutte le connotazioni per poter assomigliare ad un film. Ho girato sceneggiature che venivano sfogliate, ho introdotto riferimenti pittorici, ho approfondito sogni, ho estremizzato i passaggi da un film all’altro anche contrastandoli! Il Sacro e il profano sono stati messi sullo stesso piano e ogni fotogramma introdotto era studiato, nulla è stato lasciato al caso. Anche la scelta di non seguire mai una cronologia prestabilita è stata risultata vincente. Inoltre è stato fatto un lavoro enorme di scrittura e di montaggio. L’impatto iniziale del documentario è notevole: in un solo minuto ho mostrato l’intero mondo di Soavi, un mondo che caratterizza ogni sua opera e l’impatto che quest’opera ha sullo spettatore è dirompente! Altro aspetto notevole è invece la fine, dove ho raccontato ciò che è dentro Soavi, la sua sensibilità e il suo mondo filmico, relazionandolo in qualche modo al mondo interiore di Terry Gilliam. La sequenza dei sogni è sospesa fra realtà e immaginazione, dove lo spettatore si identifica con le sue ricorrenti visioni. Alla fine penso di aver fatto un ottimo lavoro e di questo sono molto soddisfatto, senza dimenticare che Aquarius Visionarius è il primo documentario su Michele Soavi e di questo sono molto orgoglioso. Inoltre ha partecipato a festival importanti come il Sitges Film Festival, il Fantafestival di Romae l’Asylum Fantastic Fest. E poi c’è “Everybloody’s End” il mio lungometraggio horror. L’idea del film nasce dall’ultima scena che si vede ma che non posso svelare per ovvie ragioni. Ma nasce anche dall’esigenza e dalla voglia di raccontare una storia horror facendo un omaggio ai vecchi film della gloriosa casa di produzione inglese Hammer Film. Ma man mano che si scriveva la sceneggiatura, mi sono accorto che la storia aveva preso un’altra direzione e non aveva alcun riferimento con le pellicole della Hammer. Avevo scritto un horror autoriale, claustrofobico con un finale che omaggia il cinema di genere. La storia è molto classica con riferimenti ben precisi al cinema horror, quindi i canoni sono quelli conosciuti da tutti gli appassionati di questo tipo di cinema. Però durante le riprese, ho cercato di creare un mio stile personale, non eccedendo nel grand guignol, ma esasperando al massimo alcune situazioni. Everybloody’s End si svolge in un tempo indefinito. In un sotterraneo-bunker cinque persone lottano per la sopravvivenza: le tre donne Bionda (Cinzia Monreale), Nera (Veronica Urban) e Rossa (Nina Orlandi), Steiner un teologo (Giovanni Lombardo Radice) e un giovane dottore Michael (Lorenzo Lepori). Fuori dal nascondiglio regna l’Apocalisse: il male è stato generato da un paziente zero e, di conseguenza, un gruppo di ex soldati chiamati “Sterminatori” provvede alla crocifissione di ogni persona che incontra sulla propria strada, in modo da cercare l’origine del flagello. Ma i cinque sono veramente al sicuro o nel posto in cui sono rifugiati c’è qualcosa di cui non sono a conoscenza?

5 - Everybloody’s End, tra l’altro, ha un cast di nomi mitici del nostro cinema di genere. Come li hai raggruppati?

Coinvolgere attori e tecnici che hanno lavorato nei film horror degli anni 80 è sempre stata l’idea di partenza del progetto. Mi piaceva cercare di dare una connotazione forte e ben precisa al film e questo lentamente è avvenuto una volta contattato lo sceneggiatore Antonio Tentori. Antonio è stato il primo tassello: è un nome molto noto nel panorama horror e vanta il pregio di aver collaborato con registi come Dario Argento, Lucio Fulci,e Joe D’Amato quindi molto adatto a scrivere una storia di genere come volevo che fosse la mia. Così, durante le varie sedute di sceneggiatura, abbiamo iniziato a parlare dei vari personaggi e di quali attori potessero interpretare quei ruoli. Conoscevo diverse persone che avevano fatto parte di quel cinema a me caro, e avevo lavorato anche con molti di loro quindi sono stato facilitato nelle mie scelte. E’ il caso di Giovanni Lombardo Radice, insieme abbiamo fatto due film di Michele Soavi dove io ero stato assistant director: “Deliria” e “La Chiesa”. Ma il mio intento era anche quello di contrapporgli due attrici molto conosciute: una nel ruolo della protagonista, che in questo caso è stata Cinzia Monreale e l’altra per una partecipazione speciale, Marina Loi. Entrambe hanno lavorato in film cult degli anni 80, Cinzia in “...E tu vivrai nel terrore! L’Aldilà” e “Buio omega” e Marina interprete di “ Zombi 3 ” e “Demoni 2 - L’incubo ritorna”. Due attrici bravissime che in qualche modo non volevo mai abbandonare. Per questo ho cercato di unire l’una all’altra durante tutto il film, in una sorta di sogno ad incastro, anche se i loro ruoli erano differenti. Altri attori che hanno fatto parte del cast sono stati Veronica Urban, Lorenzo Lepori e Nina Orlandi. Sono riuscito a coinvolgere anche due giganti del nostro cinema: lo scenografo M.Antonello Geleng, che ha supervisionato la parte artistica e mi è stato di grande aiuto nelle lunghe sedute che facevamo durante la preparazione e Sergio Stivaletti che si è occupato degli effetti speciali e che ha anche interpretato un piccolo ma importante ruolo. Due amici che mi hanno aiutato con la loro professionalità e la loro esperienza. Infine le musiche sono state composte dal Maestro Luigi Seviroli che è stato anche l’autore delle musiche di due film televisivi di Soavi: “Attacco allo Stato”e “Nassiriya - per non dimenticare”, il montaggio è stato curato da Michele Brogi che è stato anche il film editor di “Aquarius Visionarius” mentre il direttore della fotografia è stato Ivan Zuccon che è riuscito a creare una luce molto profonda: tutto il film è pervaso da chiaro/scuri molto intensi. Era difficile riuscire a dare la connotazione che avevo in mente al film, ma Ivan mi ha capito ed è riuscito a darla. E’ stato un vero piacere collaborare con lui.

6 - C’è stata una scena particolarmente difficile da girare in quest’ultimo film?

L’intero film è stato difficile e faticoso. Difficoltà nate non tanto nell’inventare inquadrature strane o particolari, ma quanto nel sottoporre l’intera troupe a una lavorazione snervante per molte ore al giorno. Ma sono stato molto contento perché ogni persona che ha lavorato a questo film, ha manifestato profonda disponibilità e professionalità.

7 - Quale è il tuo film horror preferito? E per quale motivo?

Il mio horror preferito è Suspiria, di Dario Argento. La sua visione è stata un’esperienza devastante che mi ha destabilizzato per parecchio tempo. Avevo 15 anni e ricordo di averlo visto la sera della prima in un cinema del centro di Roma, il Metropolitan. Sono rimasto folgorato da quell’insieme di colori, musica e tecnica cinematografica. Suspiria è il sogno totale, la fiaba nera per eccellenza e non mi stupisco affatto che questo film venga studiato in molte scuole di cinema sparse in tutto il mondo. E’ stata la pellicola che ha scardinato e cambiato letteralmente i canoni filmici del genere horror. La musica diventa protagonista insieme alle immagini e alla scenografia, catapultando lo spettatore in un vortice di sensazioni al limite del parossismo. Non mi vergogno a dirlo, ma ho amato talmente tanto questo film che all’epoca sono riuscito a vederlo al cinema per ben 77 volte. Conosco ogni battuta, ogni inquadratura, ogni attacco visivo e sonoro e per molti anni ho “viaggiato con Dario Argento e ho incontrato i sanguinosi fantasmi della sua coscienza” come replicava la bellissima frase di lancio del film. Suspiria è il mio film!

8 - In generale, invece, quali sono i tuoi registi di riferimento?

Amando il cinema nella sua totalità, i miei registi di riferimento sono stati diversi, italiani e non, come Fritz Lang, Hitchcock, Polanski, Argento, Leone e Fulci, senza dimenticare il grande Mario Bava e Riccardo Freda. Ma durante le riprese di Everybloody’s End mi sono accorto che ho avuto anche delle influenze, seppur minime, di due autori che in passato ho amato molto: Jesus Franco e Paul Morissey.

9 - Perché, secondo te, ancora oggi che il cinema hollywoodiano ha fatto grandi progressi in fatto di effetti speciali questi nostri film di genere del passato riscuotono grande successo tra i fan e gli addetti ai lavori d’oltreoceano?

Il nostro cinema di genere è stato indubbiamente importante e apprezzato ovunque, e questa memoria storica è sicuramente rimasta nell’immaginario di ogni appassionato. Con la nostra fantasia “artigianale”, abbiamo affascinato il mondo: la nostra genialità è riuscita sempre a colmare il gap tecnico con i film stranieri, soprattutto con quelli americani. Penso che questo sia il motivo fondamentale della forza dei nostri film, un’inventiva straordinaria che è racchiusa nella scena finale de “I Tre volti della paura” di Mario Bava, dove uno straordinario Boris Karloff cavalca un cavallo di legno, mentre gli attrezzisti (tra i quali si riconosce lo stesso Bava) corrono intorno a lui agitando fresche e foglie dando così l’illusione del galoppo dell’attore su di un vero baio.


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