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Fiction Italia – Il restauratore

Pubblicato il 8 gennaio 2012 da Marco Di Cesare


Fiction Italia – Il restauratore

È la semplicità che si fa largo all’interno della più manifesta povertà di idee, ispessendo e rendendo ancor più impenetrabile il Velo di Maya che nasconde la Verità e la sua comprensione allo sguardo di chi si accinge a cercarla sul piccolo schermo italiano, quest’ultimo troppo spesso sordo a qualsiasi richiamo della ragione e della ragionevolezza, oltre che del buon gusto.
Giacché è un restauro del sentimento (ma non del sentire, malgrado le apparenze), un ritorno a quel passato che i nostri inutilmente presenti giorni domina, per una (certa?) televisione senza futuro, ossia, in questo caso, il palinsesto di Rai Uno.
Nello specifico si tratta di una miniserie in sei serate che narra la storia di Basilio Corsi (Lando Buzzanca), ex poliziotto uscito di prigione dopo vent’anni per aver ucciso i due rapinatori che avevano ammazzato la moglie incinta. Appresi in tale cattività i dettami dell’arte del restauro - o dell’artigianato del restauro, poco cambia - l’ormai anziano Basilio troverà lavoro nella bottega di Maddalena (Martina Colombari), nel centro di Roma, dove potrà dedicarsi a una nuova attività: salvare la vita dei suoi clienti, quando scoprirà di avere il dono di poter vedere i loro brandelli di futuro solo toccando gli oggetti che appartengono a chi sta per trovarsi in una situazione di pericolo.
Malgrado le apparenze, è un prodotto votato all’eccesso, Il restauratore: recitazione o troppo sotto o troppo sopra le righe; più parole che azione (parole inutili da ascoltare, azioni che mai si sedimentano nella memoria visiva), senza peraltro che si accompagnino tra di loro; regia inguardabile nella sua volontà di passare perlopiù inosservata (con momentanei e repentini scatti di cattivo gusto totalmente fuori luogo); una scansione dei brani che compongono la sceneggiatura senza equilibrio e senza alcuna, intrinseca, musicalità di qualsivoglia, degno, lignaggio.
Nonostante il tentativo di prendere spunto dalla serialità d’Oltreoceano, fin dal titolo Il restauratore rivela al contrario l’intenzione di guardare a un Passato da innestare nel Presente, anzi portando quest’ultimo indietro nel tempo, a uno stato preesistente di calma e quiete prima della tempesta (come affermato da uno dei registi, Salvatore Basile, durante la conferenza stampa di presentazione della miniserie, seppure l’intenzione di costui fosse quella di sottolineare la conclamata essenza del genere giallo, ovviamente senza alcuna connotazione negativa da indirizzare contro il prodotto cui lui stesso ha lavorato). Ricostruire vite, psicologie ed interiorità: ma qui il sentire gli altri e il mondo intorno a sé sfocia in un bieco sentimentalismo dal quale non si intende fuggire. Vi è l’atto del restaurare poi (arte o artigianato del restauro non importa, poiché l’eventuale differenza tra i due approcci – sempre che ne esista una - qui non conta, dato il livello del risultato finale), ma solo per realizzare la Restaurazione di un Ancien Régime di forma e contenuto, con uno script senza dinamismo, per un’operazione antievolutiva nella sua totalità, senza sviluppo storico e nel Tempo, portando in scena solamente un sistema infinitamente chiuso e ripetitivo, al quale per nulla interessa mostrare la verità dell’esistenza e la profondità sua e di una sua possibile rappresentazione.


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