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Gaza Hospital

Pubblicato il 23 maggio 2011 da Annalaura Imperiali


Gaza Hospital

L’aria è torrida; il cielo estivo, di un blu cobalto, è coperto solo dalle nuvole di fumo che a tratti si alzano in seguito al rumore di uno sparo o di un bombardamento; le abitazioni sono dimesse e semidistrutte; i volti delle persone hanno da un lato la morbidezza e la dolcezza di un popolo che convive quotidianamente con la sofferenza e dall’altro la durezza di chi assapora in ogni istante cosa sia la guerra e cosa voglia dire vivere nella miseria, condividendo il minimo indispensabile, e spesso neanche quello, non tanto per vivere (sarebbe troppo pretenzioso) quanto per sopravvivere.

Il Gaza Hospital, secondo ospedale, in ordine di importanza, nel Libano (più precisamente si tratta della più prestigiosa struttura sanitaria della Mezzaluna Rossa Palestinese in Libano), si propone come rifugio di cura e di vaga tranquillità per i profughi locali e per tutti quelli che, indipendentemente dal sesso, dalla religione professata e dallo status di appartenenza, necessitano del soccorso sanitario immediato e indiscriminato.

Estendendosi in verticale, quest’edificio dall’aspetto imponente e voluminoso si innalza sopra la povertà senza capo né coda della gente che abita le sudicie baracche in cui, nonostante tutto, nessuno si lamenta: gli uomini continuano a lavorare ininterrottamente, come il barbiere Youssef che non si fa fermare dall’assenza momentanea dell’illuminazione artificiale per radere un cliente; le donne continuano a cucinare pasti, sicuramente scarsi, ma comunque sufficienti, ognuna per la propria famiglia; i bambini continuano a giocare con quello che trovano e di cui possono disporre sui pianerottoli delle case dai tetti pericolanti e dalle macerie sparse sul pavimento.

Il suddetto palestinese Youssef, uno dei rifugiati libanesi, da anni ormai abita nel cortile del Gaza Hospital e si fa vera e propria guida dell’occhio dell’osservatore che guardando il documentario lo segue, sia tristemente interessato che felicemente rassicurato delle proprie diverse possibilità economico-sociali, all’interno di questo labirinto fisico e metafisico in cui si perde il senso dell’orientamento e, soprattutto, delle priorità e della scala dei valori tipicamente occidentali.

Di varie donne sono le testimonianze che fanno da cicerone tra le strade di questo itinerario contorto e pieno di buchi e di frammenti in via di ricomposizione attraverso il ricordo, individuale e collettivo. Tra queste vi è quella di Aziza Khalidi, palestinese, amministratrice generale dell’ospedale nel 1982, che parla della prosecuzione ancora attuale della sua esperienza passata grazie ai contatti mantenuti con alcune famiglie che abitano ancora il Gaza Hospital. E poi ancora Ellen Siegel, infermiera di fede ebraica e di origine americana che, all’epoca dell’invasione israeliana del Libano, lavorava come volontaria al Gaza Hospital. Il racconto della sua esperienza, cruda ed estremamente umana al contempo, fa emergere cicatrici indelebili e ferite probabilmente ancora aperte, anche se non più sanguinanti, da cui escono le purulente sofferenze portate via a chi era malato ma, in ogni caso, rimaste nel cuore e confluite nel pacifismo e nell’odio per la guerra e per la violenza in ogni sua forma ed espressione. Per finire Swee Chai è un chirurgo ortopedico di nazionalità malese e di religione cristiana; anche lei ha lavorato nell’ospedale all’inizio degli anni ’80, dopo essere arrivata durante la guerra con un’opera di carità Britannica. Una volta specializzatasi, col passare del tempo, in chirurgia di guerra, ha operato evitando la morte a molti di coloro che sono capitati sotto le sue mani buone e pazienti. Tornata ripetutamente a Beirut, anche dopo la sua esperienza umanitaria e professionale, si è portata con sé, come si vede dalle inquadrature dello stesso documentario, la vivida saggezza di chi ha sofferto e di chi si è prodigata, con risultati purtroppo non sempre positivi, per il bene altrui.

Grande forza, piccole possibilità: questo il connubio indissolubile evidenziato da Marco Pasquini nel riportare la vita vissuta di chi, lontano anni luce dalle sicurezze e dai confort occidentali, ha saputo sorridere ancora nel momento in cui il sorriso rimaneva l’unica parte, del corpo e dello spirito, ad essere ancora “funzionante”.


Titolo originale: Gaza Hospital; Regia: Marco Pasquini; Anno di produzione: 2009; Durata: 84’; Tipologia: documentario; Genere: sociale; Paese: Italia/Libano; Produzione: Suttvuess; in collaborazione con Umam Production, Paneikon, Audioimage; Formato di ripresa: HD Cam; Formato di proiezione: HD, colore; Soggetto e Sceneggiatura: Marco Pasquini, Lillo Iacolino; Musiche: Frame; Montaggio: Luca Mandrile; Fotografia: Marco Pasquini; Suono: Luca Bertolin, Riccardo Spagnol; Produttore: Federico Schiavi, Marco Pasquini; Produttore Esecutivo: Gianpaolo Smiraglia; Attorie e Interpreti: Aziza Khalidi (Palestinese, Amministratrice Gaza Hospital), Swee Chai (Chirurgo Ortopedico di Nazionalità Malese e Religione Cristiana), Ellen Siegel (Infermiera Ebrea Americana), Youssef (II) (Palestinese, che dal 1987 Abita nel Cortile del Gaza Hospital), Monica Maurer (Produttore Associato).


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