Incontro con Enrico Caria

Durante un incontro con gli studenti di cinema avvenuto nell’ambito del Premio Sergio Leone, abbiamo rivolto tre domande al regista Enrico Caria, autore del documentario Vedi Napoli e poi muori, presentato all’interno della rassegna Dieci film in cerca di pubblico.
Come mai la scelta di un documentario satirico per parlare di un argomento che di divertente ha ben poco?
In realtà io ho cominciato a parlare di camorra su giornali satirici. Ho esordito su Cuore di Michele Serra: era l’84, con una rubrica fissa che si chiamava Camorra. La fonte era l’Osservatorio sulla camorra e l’idea era quella di fare uscire dalle stanze degli addetti ai lavori il tema, possibilmente coinvolgendo chi lo trova un argomento poco avvicinabile. Devo dire che ha funzionato.
La rubrica è stata portata sull’inserto del Manifesto che curava Vauro e poi di nuovo con Cuore quando l’abbiamo rifatto con Stefano Disegni a Roma. Era una rubrica che parlava di camorra con un linguaggio satirico: c’erano degli articoli di circa trenta righe, il cui cuore era inquietante. Ma l’obiettivo non era tanto parlare dell’emergenza, quanto parlare della quotidianità, in particolare quella di chi subisce la camorra, di come la vita del napoletano che deve subire la camorra sia insopportabile, il tutto scritto in maniera dissacrante e costruito con vignette. Funzionava bene. Poi ho visto il documentario di Michael Moore, Roger and me e mi sono detto: allora posso farlo anche io e ci ho messo un po’ ma ci sono riuscito.
Di recente è stata presentata a Roma durante il Roma Fiction Fest, la miniserio ‘O Professore, che parla di Napoli e delle sue difficoltà legate anche alla criminalità. Pensa che la TV e il cinema siano adatti a mostrare questa realtà, oppure c’è il rischio di banalizzare il problema e restare troppo in superficie?
Sono preparato! Non ho visto ‘O professore, ma scrivo anche per la TV. La differenza tra il cinema e la televisione è che la TV banalizza: la lunga serie non può che banalizzare. Se tu vai su un formato più breve, ad esempio la miniserie o il film, si ha la possibilità di entrare più nello specifico. È stato fatto con le fiction su Borsellino e Falcone, restano dei dubbi sulla completa riuscita, ma erano dei buoni prodotti.
Credo nell’enorme forza di fusione della TV. Proprio in questo periodo sto scrivendo un film in 2 puntate dove oltre a parlare di camorra si parla anche di mafia. La fiction non deve essere solo romanzata, deve far passare nella comunicazione temi forti. Un altro esempio, La Piovra: all’inizio, nei primi episodi soprattutto, Damiano Damiani è riuscito a far passare un concetto, che la politica e la mafia sono collegate in Italia. Se questo è diventato un assioma con il quale concorda anche l’uomo della strada, lo si deve alla Piovra. Per cui non tutto è da demonizzare. Qualche spazio di informazione e buona comunicazione ci può essere anche in TV, o almeno lo spero, visto che ci sto lavorando.
A Napoli molti credono che non ci sia nulla da fare per migliorare la situazione, o che almeno i cittadini non possano far nulla. Da dove si deve ripartire secondo lei per ridare coraggio alla città?
Siamo in uno dei momenti più bui della nostra storia. La camorra è storicamente da circa quindici o venti anni parte di un circuito internazionale delle narcomafie in cui sono coinvolte tantissime nazioni. I calabresi, i siciliani, i napoletani, i turchi, i russi, i colombiani, hanno fortissime saldature operative: prima per portare tutta quella cocaina dal Sudamerica ed eroina in America dall’Oriente, il cardine centrale, e Pizza Connection ha fatto saltare il coperchio, era la mafia. Oggi la mafia è di nuovo al centro dei contatti internazionali, ma per quanto riguarda l’eroina che arriva in Europa e diventa denaro sporco da riciclare portato da corrieri colombiani in Russia. È un momento estremamente difficile. Purtroppo la risposta degli Stati non è adeguata. Nello Stato italiano, poi, c’è un calo di tensione morale terribile: ma se non credessi che le cose possano cambiare mi occuperei di altro.
si ringrazia per la preziosa collaborazione Valter Delle Donne, ufficio stampa del Premio Sergio Leone.
