Incontro con la regista Cecilia Miniucchi

Expired, proiettato a chiusura della Settimana della Critica, ha emozionato e divertito il pubblico della Croisette. Close-Up ha incontrato in esclusiva la regista e sceneggiatrice Cecilia Miniucchi, che insieme al produttore esecutivo Antoni Stutz, ha risposto apertamente alle nostre domande sul suo film e sulla sua carriera.
Come è iniziata la sua carriera ‘americana’?
Sono finita in America con una borsa di studio per andare all’università di Harvard. Da lì poi ho continuato per Los Angeles, dove ho studiato cinema all’American Film Institute. Ho comunque continuato ad avere contatti con l’Italia facendo diversi programmi per la Rai. Ma poi in Italia non voleva farmi lavorare nessuno e così sono rimasta in America.
Qual è, secondo voi, la maggiore differenza tra il sistema produttivo americano e quello italiano? Perché in America è possibile girare un film come Expired ed invece nel nostro Paese è difficile vedere opere del genere?
C.M.: Stiamo vivendo l’oscurantismo del cinema italiano. Ora gli italiani hanno ucciso il cinema d’autore. Non si trovano spazi ed per questo che poi si è costretti a lasciare l’Italia.
A. S.: La maggiore differenza tra i due sistemi sta nella misura, nella grandezza. Ed inoltre il cinema americano è più centralizzato di quello italiano. Hollywood, nonostante anche New York sia una grande base per il cinema, rimane l’unico grande centro del sistema produttivo.
Expired è un film che cura molto i dettagli. Lei è anche sceneggiattrice del film. Il suo lavoro di regia inizia già dalla sceneggiatura?
C.M.: Assolutamente sì. La mia sceneggiatura è un’opera descrittiva, è un appunto per il film. La descrizione è molto particolareggiata: niente è fatto per approssimazione.
Perché la scelta di descrivere i due protagonisti come due antieroi?
C.M.: Sono due personaggi che rappresentano l’alienazione, l’isolamento, la disperazione di Los Angeles, di questo mondo occidentale troppo computerizzato che crea tanta solitudine.
Il sogno americano dunque non esiste più?
C.M.: Forse in questo momento il sogno americano è il sogno europeo.
Si sente vicina ai due personaggi protagonisti del film?
C.M.: Diciamo che questi due personaggi vivono dentro di noi. Ognuno di noi ha una parte che somiglia a Claire e una che somiglia a Jay.
Come mai la scelta di Samantha Morton e Jason Patric?
C.M.: Samantha Morton era l’attrice che avevo in mente mentre scrivevo la sceneggiatura. E’ bravissima e poi è una delle poche attrici della sua età che può apparire come una persona normale e quindi adatta e credibile ad interpretare un vigile urbano. I produttori invece non volevano Jason Patric, perché ritenuto troppo bello per la parte. Ma quando poi l’hanno incontrato e hanno visto che anche per lui gli anni stavano passando con regolarità, allora si sono convinti.
Successivamente mi è stato anche detto che l’interpretazione di Jason è la migliore della sua carriera.
A.S.: Jason Patric è imprevedibile. Non si sa mai cosa farà. E poi ha un certo sex-appeal, che anche se conciato da ‘brutto’, come in questo film, attira comunque il pubblico. In più, ha la grande qualità di rendere credibile il suo personaggio. Il pubblico vuole vedere la verità perché soltanto in essa può rivedersi.
Quale speranza lascia il finale del film?
C.M.: Che l’amore, anche nelle sue forme più ignobili o difficili o assurde, vale sempre la pena di viverlo, perché alla fine ci regala in ogni caso la possibilità di crescere.
Il film è una storia d’amore divertente e anche commovente. Preferisce far ridere o far piangere?
C.M.: Mi ha sempre interessato la linea sottile tra il comico e il serio, tra il patetico e il buffo, tra il riso e il pianto. Comunque preferisco far ridere. Far piangere è una manipolazione.
Il film è caratterizzato da molti movimenti di macchina che si muovono tra i volti e poi si soffermano sui dettagli senza stacchi di montaggio. Come mai questa scelta?
C.M: Tutto il film è stato girato con la steadycam, perché in questo modo potevo dare una certa libertà onesta e reale agli attori di fare e di muoversi come volessero.
Cosa vi aspettavate da questo festival e cosa alla fine vi ha lasciato?
A.S.: Quando si investe in un film è ovvio che si ha la speranza che vada bene. Il film è fatto per il pubblico. Ciò che volevo era vedere il riscontro del pubblico. E qui è stato fantastico.
C.M.: Volevo vivere quest’esperienza con la mia famiglia, che è venuta a tifare per noi, con i produttori e con le persone a cui sono affezionata. E poi è stato bellissimo, perché il film ha ottenuto un’ottima reazione da parte del pubblico e della critica.
