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Intervista con Maurizio di Rienzo curatore di ItaliaDoc

Pubblicato il 27 gennaio 2008 da Gaetano Maiorino


Intervista con Maurizio di Rienzo curatore di ItaliaDoc

Per il terzo anno consecutivo, ogni mercoledì da gennaio ad aprile, la Casa del Cinema a Roma ospita la rassegna ItaliaDoc, una serie di 20 proiezioni di documentari italiani curati dal giornalista e critico Maurizio di Rienzo. Gli abbiamo posto alcune domande.

ItaliaDoc quest’anno punta a mostrare lo sguardo italiano sulle storie che accadono all’estero.In realtà cominciamo con uno sguardo sull’estero, ma non tutto il programma è basato su questo. Ci sono setto, otto documentari che parlano di storie fuori dall’Italia, ma il resto dei film sono documentari prodotti, girati e riguardanti l’Italia. C’è da dire che molti documentari interessanti sono stati già proiettati qui alla Casa del Cinema durante l’Italia Film Fest, come Parole Sante di Celestini, le Pere di Adamo di Guido Chiesa, il lavoro di Alina Marazzi, Biutiful Cauntri, e poi non dimentichiamo che a dicembre abbiamo fatto una anteprima di ItaliaDoc con Il passaggio della linea che è stata una perfetta introduzione di ciò che in questi venti appuntamenti andremo a vedere. Ci sono comunque entrambe le cose perché c’è molta Italia che vive e lavora all’estero, registi che hanno la tendenza e la curiosità di scoprire cosa accade nel mondo.

Come sono stati selezionati i documentari che potremo vedere nelle prossime settimane?Molti sono stati scelti dopo essere passati ai vari festival, Locarno, Torino, Bellaria, anche festival più piccoli. Ci sono poi due inediti, qualche documentario che passerà al cinema. La scelta è comunque basata sulla qualità e questi sono tutti lavori di qualità.

In Italia quest’anno sono stati prodotti moltissimi documentari, più del doppio dei film di fiction. È una moda, una tendenza, o i produttori credono che si possa trattare di un buon investimento anche economico e commerciale?È vero se ne producono tantissimi anche se molti sono velleitari. Un po’ è moda e tendenza, ma a volte c’è l’obiettivo di colmare delle lacune che i film di fiction non affrontano. Il problema è che queste lacune dovrebbero essere colmate dalla televisione e dai media di informazione, ma ciò non avviene. Poi nel nostro DNA c’è una tendenza al “neorealismo” a raccontare la realtà e il documentario è il prodotto di questa caratteristica italiana fortemente radicata.

Tutta questa produzione trova sempre più spazio nei festival, sia i piccoli che i più grandi. Ormai tutti i festival inseriscono i documentari tra le loro proiezioni. C’è chi lo fa meno come Venezia, chi ha dedicato una intera sezione come Torino, a Roma c’è la sezione Extra, e poi nel mondo ad esempio al Sundance ne vengono proiettati tantissimi e di qualità. ItaliaDoc è un luogo privilegiato, una rassegna e tende a raccogliere quanto di buono si vede in tantissimi festival anche più piccoli. È un po’ il nostro obiettivo e un po’ anche il compito di una struttura come la Casa del Cinema che gentilmente ci ospita, quello di dare nuovi input, essere trasversale nella proposta. È anche un luogo dove avvengono incontri che poi danno vita a nuovi progetti. Certo non si può pensare che lo sviluppo del documentario venga da questa piccola realtà perché non si può prescindere da una larga pianificazione. La digitalizzazione dà più accesso alle risorse e crea più produzione ma è necessario pianificare, non si realizza nulla senza analizzano bene tutte le fasi del processo produttivo, non siamo più negli anni ’50.

Molti festival chiedono solo documentari inediti per le proprie rassegne e sui siti internet e i portali dedicati al documentario è nata una polemica di opposizione molto forte a questa scelta, con tanto di petizione. Qual è la sua opinione a riguardo? Credo che i festival grandi, per il loro prestigio devono cercare l’inedito, o almeno la prima nazionale, è logico. Penso che in questi grandi eventi non si possa far vedere sempre gli stessi film. Però nei festival c’è il concorso e poi ci sono le retrospettive, le sezioni, gli omaggi, nei festival italiani non tutto è inedito, molti documentari sono già stati in altri festival. È tutto relativo al luogo, all’ambito culturale e alle logiche dei festival a cui si fa riferimento. Io sono per la dare la possibilità di far vedere tutto, ma nei grandi festival non può avvenire.

Secondo lei il documentario ha un pubblico ben preciso? Si può parlare di target? Di target vero e proprio non penso si possa parlare. Il pubblico del documentario è vasto, ma sicuramente ha come caratteristica comune quello di essere un pubblico che abbia ancora interesse per l’informazione. Molti dei temi che vengono proposti non interessano a chi segue solo e unicamente il calcio o qualche altro programma di varietà. Sono temi che trovano poco riscontro in televisione. Quello del documentario è un pubblico composto da persone che leggono i giornali, che vogliono sapere cosa succede nel mondo, che hanno curiosità, e che poi discutono.

C’è comunque un problema di diffusione del documentario? Il problema maggiore è la distribuzione. Al cinema ne escono davvero pochi. La televisione nazionale è attirata da poche storie e soprattutto le paga poco. Il prezzo medio in Europa per un documentario d’autore come quelli che proponiamo qui a ItaliaDoc è circa 200 mila euro. In Italia la televisione pubblica ne paga al massimo 50 mila, questa è un’anomalia del tutto italiana. Ad esempio: Rai Cinema vorrebbe produrre documentari, ma la 01 non ne assicura la diffusione, quindi Rai Cinema non produce perché poi non guadagna nulla.L’autodistribuzione non può essere la regola, può essere una soluzione sporadica, ma la parcellizzazione, la frammentazione, non aiutano il mercato. Sono pochi i casi come quello di Bianciardi! di Massimo Coppola, in cui coraggio, improvvisazione e la presenza di un personaggio così interessante hanno dato vita a un progetto autodistribuito di grandissima qualità, ma di Bianciardi ce n’è solo uno, si tratta di una eccezione.


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