Roma 2016 - Kicks

In molte città americane, per un ragazzo di colore il possesso di un paio di scarpe può davvero significare la possibilità per aspirare ad una vita migliore.
Indossare infradito, ad esempio, è come portare addosso un cartello con su scritto: inseguimi! A portarle, infatti, di diventa prede facili, pronte a soccombere ai primi bulli ansiosi di colpirti senza un particolare perché.
La legge della strada, ci dice Kicks, film presentato in apertura del Tribeca è una cosa strana, fondata su un codice d’onore semplice anche nei suoi paradossi più estremi, quelli che prevedono che un bambino sia costretto a diventare uomo solo dopo un bagno di sangue.
Per Brandon il possesso di un paio di scarpe nuove è qualcosa di più che un modo per cominciare a scalare la piramide sociale. Piuttosto è un primo modo per smettere di essere quel bambino invisibile che sente di essere, per cominciare ad essere più simile a tutte le persone che ammira. Piccolo, magro, poco incline alla violenza, fino ai tredici anni ha risolto i pochi problemi che incontrava con i prepotenti di scuola, dandosela a gambe. In questo gli erano state fide compagne un paio di scarpe da ginnastica vecchie, bianche, sgangherate e mezze rotte. Scarpe buone per giocarci a basket con gli amici, ma che gli facevano da biglietto da visita nella loro usura, nel loro dire a tutti che la corsa era la risposta del codardo alla minaccia che appena un poco si stagliava all’orizzonte.
E per Brandon il sogno era sempre stato avere un paio di Air Jordans rosse e nere. Toste ed eleganti. Di quelle che non servono a correre più in fretta, ma a farsi spazio nel giro di persone troppo uguali in una giungla che aspetta solo che tu ti scopra un poco per ferirti nel più doloroso dei modi. Scarpe buone a dire che tu sei meglio, che hai un perché e una visione del futuro.
Kicks racconta questo sogno con poche parole. E lo fa avverare quasi subito, proprio a inizio della narrazione, facendo subito sbandare le aspettative di un pubblico pronto a sorbirsi l’ennesima storia di un sogno americano in chiave adolescenziale che è tutto proteso nel conseguimento di un obiettivo. Così il bambino non ha il tempo di godersi gli sguardi ammirati dei coetanei che già gli arriva una combriccola di disperati come lui che gliele tolgono dai piedi in un amen condito di botte e spaventi.
Così le scarpe, motore e punto di arrivo di tutto l’intreccio, sono prima di tutto la chiave per andare a guardare con occhio lucido e commosso l’orrore della vita della periferia americana, i ghetti dove i neri vivono confinati nutrendosi di un malessere che li rende deformi pur nella loro continua aspirazione a una normalità piana e chiara.
Come in Ladri di biciclette (film che deve avere molto influenzato il disegno della sceneggiatura), queste scarpe che dovevano essere l’inizio di una vita nuova, meno invisibile, meno goffa, più vicina al mondo delle ragazze e alla scoperta del sesso, diventano oggetto di un contendere con Flaco, uno a differenza di lui già uomo che non esita a mettere il video del pestaggio su Youtube, ma che quelle scarpe (e qui sta un incaglio) le ruba per darle al bambino di cui si prende cura e a cui vuole fare da padre, insegnandogli il codice della strada e l’uso delle armi.
E la riconquista delle scarpe è un viaggio nei gironi dell’inferno, raccontato con poche concessioni allo spettacolo e con uno sguardo che si vuole prima di tutto accorato.
Un inferno in cui, nell’immagine forse più emblematica del film, l’innocenza di un nenonato che fissa il mondo con occhi curiosi e si abitua già a bastare a se stesso scende a patti con una pistola che gli fa da giocattolo e che è vera, pronta a far fuoco per salire agli onori della cronaca. Un mondo abbruttito dalla violenza quotidiana che si è fatta anche troppo normale e che ci respira accanto, come una belva dal fiato grosso che lo indovini da subito che sta per azzannarti.
Il percorso di Brandon è ancora adolescenziale. Passa per le contrade del sogno, si abbevera di un immaginario fantascientifico con l’astronauta che lo segue passo passo nel suo calvario, guidandolo e indicandogli una strada. Segno di un’innocenza che non può scendere a patti con l’orrore dal momento che, al primo proiettile esploso, è proprio questa immagine a essere colpita e a farsi ferita sanguinante sulle contraddizioni del mondo adulto in cui si è uomini solo quando si impara a camminare sulle proprie gambe anche dopo un terribile pestaggio. Una realtà in cui anche le madri si sono fatte figure assenti, scomparse non solo dall’immagine, ma dalle dinamiche stesse della sceneggiatura, ombre oscure come la nonna che farfuglia sorridendo da una malattia che sembra essere prima di tutto follia di fronte all’assurdo che riempie i telegiornali solo quando si arriva alle nefaste conseguenze.
Kicks è un film piuttosto onesto nella sua voglia di raccontare seguendo l’andamento rap di una poesia scandita su ritmi ineluttabili. Un film che ha l’ambizione di riuscire a dire lo squallore quotidiano di un mondo sempre in prima pagina sui notiziari per le esplosioni di violenza, ingentilendolo con qualche rigurgito di fiaba oscura, destinata alla peggiore delle fini.
Peccato che l’estro visionario che sottende molte delle sue scene, non sempre trovi la sua giusta misura. Peccato che questi balletti di pallottole e macchine che corrono tra fiumi di birra e fumo di canne, tra pillole e pompini, compagni di giochi fin dalla più tenera età, paiano spesso più esercizi di bravura che contatto diretto con l’orrore.
Peccato perché così com’è Kicks è un film che colpisce, ma meno basso del dovuto diviso com’è tra compianto e bisogno di capire, tra estetica e politica. Un film, però, che ci lascia con un finale amaro che è, forse, la sua carta migliore.
(Kicks); Regia: Justin Tipping; sceneggiatura: Joshua Beirne-Golden, Justin Tipping; fotografia: Michael Ragen; montaggio: Dominic LaPerriere, Kyle Parker, Tomas Vengris; interpreti: Jahking Guillory, Christopher Jordan Wallace, Christopher Meyer; produzione: Animal Kingdom, Bow and Arrow Entertainment, Bystorm Films, Hidden Empire Film Group, Marlowe Pictures, Mott Street Pictures, Through Films, Unbundled Underground; origine: USA, 2016; durata: 83’
