L’uomo gallo

Evidentemente il grande cinema può essere tale solo grazie al disvelamento che mette in atto, un lento movimento necessario per accompagnare lo spettatore lungo i meandri che innervano la scoperta di un mondo e del mondo: queste sono le immagini, questi i suoni che vengono rivelati attraverso lo schermo.
Allo stesso modo agisce il film di Dario D’Ambrosi, una minuscola produzione che ha partorito una grande opera, una gemma tratta da uno spettacolo teatrale dell’artista medesimo, I giorni di Antonio, entrambi i lavori ispirati alle reali vicende di un ragazzo disabile, una gamba più corta dell’altra, e con dei limiti mentali, nato in una povera e ignorante famiglia contadina di Varedo, nel milanese, nell’Italia dei primi del Novecento. Lasciato crescere in un pollaio, si identificherà con il gallo, divenendo un’attrazione per l’intera cittadina, fino a quando darà scandalo a causa di un rapporto sessuale con una prostituta, terminando la sua breve esistenza abbandonato in un manicomio, poco dopo avere scoperto di non essere un animale.
In L’uomo gallo l’azione è spostata sia nello spazio che nel tempo, giungendo fino agli anni Settanta, a Girifalco, in Calabria, poco prima che la penisola venga travolta e cambiata dalla Legge Basaglia. Un posto minuscolo e isolato quanto emblematico: dominato da uno delle più imponenti strutture psichiatriche del Paese, Girifalco viene rappresentato come un luogo fuori dal tempo, prima che il Tempo possa finalmente compiere il suo corso.
Una storia che parla di solitudine e di relazioni interpersonali, di claustrofobia e di percorsi mentali, di crescita e di impossibili vie di fuga, tra continui ribaltamenti e scambi fra elementi distanti: innanzitutto lo sguardo, che si divide tra inquadrature oggettive e altre, soggettive, per una realtà vista attraverso gli occhi di Antonio (interpretato da una toccante Celeste Moratti), in un bianco e nero sgranato che mostra la diversità e la difficoltà del vedere e del comprendere da parte del ragazzo, restituendo così l’equilibrato paradosso di un universo ritratto in modo frammentario (come accade per il frequente uso del flashback), attraverso l’immedesimazione e il distanziamento, ossia le due facce di una stessa superficie, i due lati dello schermo, due principi che vanno a sommarsi l’un altro, opposti che confluiscono come per miracolo. Giacché D’Ambrosi porta in scena la nascita di un uomo che proviene da uno condizione animalesca, prigioniero come gli altri ospiti dell’istituto, tutti rinchiusi tra quattro mura; mentre i personaggi dell’infermiera e del dottore solo apparentemente sono ’normali’, in un’esplicitazione della doppiezza della natura umana, in ogni caso persa nella sofferenza.
E in questo ricerca di umanità preponderante diviene lo spazio dato a un discorso sul corpo e sulla sua deformazione, ma ancor più fondamentale è l’importanza del primo piano, grazie al quale lo schermo è riempito dai volti: a cominciare da quello di Antonio, ricoperto di fango e sterco per gran parte del film, prima che possa scoprirsi e svelarsi come totalmente umano; laddove, nei primi minuti, proprio attraverso una veloce carrellata di volti vengono presentati i degenti dell’ospedale, in un modo buffo, eccessivo e simpatico che diviene uno dei registri per L’uomo gallo, spezzettato in un piacevole, dinamico, equilibrio che vive tra farsa e tragedia, tra amore ed empatia per la natura umana e critica verso i suoi aspetti più truci e insensibili.
(id.); Regia e sceneggiatura: Dario D’Ambrosi; fotografia: Andrea Locatelli; montaggio: Gino Bartolini; musica: Papaceccio e Francesco Santalucia; interpreti: Celeste Moratti (Antonio), Dario D’Ambrosi (Giacomo), Cinzia Carrea (l’infermiera), Alberto Di Stasio (il dottore); produzione: Associazione Teatro Patologico; distribuzione: Mediaplex Italia; origine: Italia, 2010; durata: 94’; web info: sito del Teatro Patologico.
