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La festa di Orfeo

Pubblicato il 10 ottobre 2011 da Alessandro Izzi


La festa di Orfeo

La tentazione di leggere La festa di Orfeo semplicemente come una miniera di citazioni per il cinefilo è forte. Del resto, ad eleggere a protagonista del proprio romanzo un personaggio come Peter Cushing è proprio questo il rischio che si corre: che tutti vadano a caccia dei dettagli, dei riferimenti, degli omaggi incrociati, dell’affettuosa rievocazione, lasciando sul ciglio della strada tutto il resto.
In questo modo di false piste se ne aprono tante nel corso della lettura. E così l’inizio iperbolico, chiuso nell’ellissi di un "prima dei titoli di testa", coi bambini di un villaggio che, impazziti, uccidono i grandi, si colgono echi di certi incipit Hammer, con la musica di James Bernard che tambureggia tra i segni di interpunzione. E nel rapporto che lega i due investigatori Andrew Carmichael ed Harry Logan pare di vedere in filigrana quello che saldava la coppia Holmes e Watson (con la differenza che qui Logan è assai più giovane ed atletico della sua controparte letterar-cinefila). Allo stesso modo i riti satanici rievocati con dovizia di dettaglio in molte pagine barocche ripercorrono gli stessi passi delle ultime pellicole di Cushing con Dracula che, A.D. 1973, arrivava sino ai figli dei fiori e alle droghe della swinging London. E via citando e questionando.
A voler scavare, nel romanzo d’esordio di Javier Marquez Sanchez uno riuscirebbe a trovarci tutto e il contrario di tutto. C’è dentro Rosemary’s baby come Shining; il Frankenstein di James Whale come il Nosferatu di Murnau. A ben guadare ci si trova persino il Carpenter de Il signore del male, con le forze oscure che circondano la stazione di polizia e i barboni che diventano agenti del maligno. E, anche se ambientato in quel degli studi Hammer e tra le ridenti coste inglesi, il romanzo profuma assai della vecchia Hollywood degli scandalosi anni ’30, col bianco e nero e il sesso, il fumo dei sigari ed un certo spirito bohemien decaduto. Anzi: deceduto. A dirla tutta: un po’ marcescente.
Fosse solo questo La festa di Orfeo sarebbe una godibile lettura di mera ricreazione. Uno di quei romanzi che d’estate ti puoi portare sotto l’ombrellone e d’inverno sui treni o nelle metropolitane. Ad ingannare le attese con lo stesso impegno delle parole crociate o dei rebus della settimana enigmistica.

Ma La festa di Orfeo non è solo questo. Ambisce a qualcosa di più. Che non è neanche la finta posa studiata del trattato antropologico sulle origini della paura che è poi quello che, nel romanzo, un certo Terence Fisher chiede al suo attore che si accinge a vestire i panni di Frankenstein, il dottore folle. Anche perché, a ben guardare, la dimensione antropologica è quella più goffa del romanzo. Funziona poco anche se ha una luce strana, sinistra quando s’accende il proiettore e sul bianco di una pellicola non impressionata si accavallano le peggiori paure del secolo buio.

No: il motivo del fascino di La festa di Orfeo sta fuori del cinema e fuori della letteratura. Sta nell’accenno tra le righe e non negli strilli della prima pagina. Sta nelle motivazioni prima ancora che nelle azioni. Ed è tutto nel gesto d’amore col quale un autore si intrattiene coi suoi personaggi, disegnandoli mentre questi lo disegnano a loro volta in un rapporto di mutua reciprocità dal gusto spiccatamente iberico. Lo stesso gesto d’amore che lega Peter Cushing all’adorata Helen, a pensarci su un momento: un dolce legame che scorre, sottinteso, lungo tutto l’ottimo romanzo.
Perché, ci dice Javier Marquez Sanchez, checché ne dicano diavoli e mostri, mastini e gufi della notte, la paura più grande è sempre e solo quella della perdita. E al suo cospetto anche il peggior satanasso diventa uno spauracchio buono solo per un film di serie B.


Autore: Javier Marquez Sanchez
Titolo: La festa di Orfeo
Traduzione: Giancarlo De Crescenzo
Editore: Gargoyle Books
Dati: 296 pp, copertina brossura con alette
Anno: 2011
Prezzo: 17,00 €
webinfo: Scheda libro sul sito Gargoyle


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