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Libri - Due o tre cose che so di me

Pubblicato il 13 agosto 2011 da Marco Di Cesare


Libri - Due o tre cose che so di me

Un cuore messosi a nudo, per mostrarci pensieri nascosti, la profonda interiorità sospesa tra la vita e l’arte di un profeta della modernità: Jean-Luc Godard, ovviamente. Perché «Come Picasso per la pittura, Godard è stato per il cinema lo spartiacque tra il classico e il moderno. Dopo di lui il cinema avrebbe perso la sua innocenza, ma avrebbe anche incominciato a mostrare i segni di una prossima fine»: sono queste sentite parole del curatore e traduttore italiano, Orazio Leogrande, ad aprire il libro, subito dopo la breve prefazione di Enrico Ghezzi, questi di certo debitore della poetica di JLG, sia in quanto scrittore e critico, che creatore televisivo. Perché Godard è stato talmente moderno, sempre due passi oltre gli altri, da pre-annunciare il post-moderno cinematografico e audiovisivo.

Due o tre cose che so di me. Scritti e conversazioni sul cinema rappresenta una selezione dei testi raccolti in Godard par Godard, libro a cura di Alain Bergala pubblicato in Francia in due volumi (usciti nel 1985 e nel 1998). L’edizione italiana rappresenta un’antologia alquanto ricca di spunti, che rimangono come punti cardine nella poetica di JLG, attraverso scritti interviste e conferenze che coprono gli anni che intercorrono tra il 1963 e il 1995, occupando trecento pagine che vanno a comporre un ritratto di uno dei più amati-odiati registi nella storia del cinema, non solo francese. Tanto da far dire a Leogrande che critici e spettatori hanno diffidato di Godard, giudicandolo troppo intelletuale e pretenzioso, spesso preferendogli un altro padre della Nouvelle Vague, l’amico François Truffaut, avendo, quest’ultimo, «risposto in modo sempre più puntuale ai valori dello spettatore medio e agli schemi di uno spettacolo borghese logoro e riconciliato». Parole anche condivisibili, ma comunque dure, contenendo, nella loro accezione più negativa, un atteggiamento pur riduttivo nei confronti di un altro maestro. Parole che, nella mente di chi legge, non possono non contrastare con quelle, sempre amorevoli, pronunciate dall’amico JLG, altrove spesso caustico e ironico con fredda lucidità, oltre che pessimisticamente malinconico, anche e soprattutto nei confronti di se stesso. Parole e pagine che ogni volta appaiono come saggi sul cinema, sul suo cinema, per il cineasta che più di tutti ha unito i generi, aprendo la strada a molti suoi colleghi: cinema e teatro e televisione, cinema che diventa un saggio almeno quanto una pagina scritta, inchiesta finzione documentario e didattica, così come le riletture del Genere cinematografico per antonomasia, ossia i generi codificati principalmente ad Hollywood e in Francia, per realizzare uno spettacolo non spettacolare che, però, non tradirà mai l’intima essenza del termine, raggiungendo un apice in una poetica che vorremmo definire della contempl-azione. Genio che più volte rivela di sentirsi un artigiano, che sopra tutto ama il montaggio, in quanto fase fondamentale del processo cinematografico. JLG, così simile e così diverso da uno dei tanti suoi adepti, quel Quentin Tarantino, un godardiano lontano nel tempo, nello spazio e nell’intensità della poetica, bollato dal suo spirito guida come «quello che gira film sui killer».

Nel testo della minimum fax assistiamo alla nascita di una tradizione, fra le pagine scritte e quelle filmate: perché la prima generazione di registi cinefili («un tempo in pittura c’era tutta una tradizione della copia») ha alimentato la libertà nella creatività, mai imbrigliandola in schemi, e «ha ricollocato il cinema al suo posto nella storia dell’arte». Il cinema in quanto arte popolare sì, ma sempre arte, e popolare quanto ogni altra arte, se non di più. E, di pari passo, una critica che, sempre alla ricerca della libertà, si addentra nel regno della soggettività, così esaltando l’uomo in quanto autore e creatore dall’elevato senso morale, mai connivente con l’oggetto cinema e con l’effimero che lo circonda; critica così diversa dall’oggi, dove tanti sono incapaci di suscitare e apprezzare un qualsiasi dibattito, perché sono già stanchi, ancor prima di provare a parlare, o solamente perché i loro pensieri sono muti.


Autore: a cura di Orazio Leogrande (ed. orig. a cura di Alain Bergala)
Titolo: Due o tre cose che so di me. Scritti e conversazioni sul cinema
Editore: minimum fax
Collana: Cinema
Dati: 329 pp, formato tascabile 13x19, brossura
Prezzo: 14,50 €
Anno: 2007


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