I vampiri dell’11 settembre

I nuovi vampiri sorgono dalle macerie della civiltà occidentale. Sono apparizioni d’oltretomba che si insinuano, come ectoplasmi, negli interstizi della nostra cattiva coscienza in cerca di paure, di ansie, di incertezze. Li vedi aggirarsi nel buio del non detto, tra le reti televisive e le partite di baseball, tra i film di grido e le bancarelle che vendono hot dog.
Alla base de I vampiri dell’11 settembre c’è l’immagine che abbiamo visto tutti, nei nostri incubi, ma che abbiamo rimosso per quieto vivere: l’establishment americano che si nutre di carogne, che cerca sangue e oro con il passo felpato delle iene.
Appena comincia il romanzo hai l’impressione di trovarti di fronte a quell’ovvio cui nessuno ha aveva avuto il coraggio di dare nome e spessore di parole. Dick Cheney esce dalle macerie di Ground zero, con la stessa sfuggente presenza della nebbia al chiaro di luna, e si muove come simbolo di un rimosso collettivo e di un rimorso di pochi, fortunati, che sulla tragedia hanno costruito fortune e carriera.
I vampiri dell’11 settembre sono, in fondo, questi: i politicanti più o meno corrotti che hanno in mente solo un tornaconto personale, gli affaristi che, nottetempo, si preparano a far bagni di sangue e che di giorno si rimpinguano le casse.
Il vampiro cambia segno, ma non sostanza: se in Dracula di Stoker, era la rappresentazione dell’incubo aristocratico in un mondo borghese che quell’aristocrazia la stava destituendo definitivamente, oggi a far paura è la casta al potere. Quella che magari ha trionfato in libere elezioni, ma che sa creare una netta distanza tra il mondo reale nel quale la gente ha fame e il mondo dell’illusione mediatica nel quale le decisioni che prende paiono giuste, necessarie, obbligate.
Non ha più bisogno di artigli, il vampiro, non si trasforma nottetempo in lupo o pipistrello, ma è l’estremo pus di un’infezione sociale che trabocca dalla ferita infetta e sporca tutto quello che incontra intorno.
L’immagine iniziale del romanzo è, quindi, a suo modo geniale, disturbante, gotica e moderna. La senti vera e la senti piena come non ti capitava da tempo nella lettura di un libro di genere.
Ma all’immagine di partenza dovrebbe poi corrispondere una scrittura che le stia al passo e sappia rinnovarne lo sgomento. Come occorre una costruzione narrativa razionale che sappia spingerla verso un epilogo che non ne tradisca la perfetta premessa.
Purtroppo per noi, Clanash Farjeon (anagramma di Alan John Scarfe, attore a teatro e al cinema, ma anche autore di libri belli come Le memorie di Jack lo squartatore) non sempre riesce a trovare il giusto amalgama tra il tono grottesco ed acidulo che sarebbe necessario a chiunque metta in scena un personaggio inetto come il suo Geroge W. Bush jr, e la tensione crescente di una narrazione in cerca di un suo climax e poi di un coerente scioglimento.
I Vampiri dell’11 settembre parla troppo da vicino di un orrore troppo prossimo e non riesce a creare le giuste distanze con la storia che racconta. L’orrore c’è tutto e con esso la carica perturbante dello scandalo politico, ma appare poco elaborato e, quindi, privo di prospettiva e profondità.
Ben vengano, comunque, romanzi come questo, con la voglia di gettare nello stagno un sasso che scuota un po’ le acque della nostra acquiescenza e della nostra capacità, inveterata, di abituarci sempre più al peggio!
Autore: Clanash Farjeon
Titolo: I vampiri dell’11 settembre
Traduzione: Stefania Sapuppo
Editore: Gargoyle Books
Dati: 320 pp, copertina brossura con alette
Anno: 2011
Prezzo: 14,50 €
webinfo: Scheda libro sul sito Gargoyle
