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Libri - Il film documentario nell’era digitale

Pubblicato il 27 novembre 2007 da Alessandro Izzi


Libri - Il film documentario nell'era digitale

Avviare un dibattito sul significato del documentario nell’era digitale significa prima di tutto accordarsi su due cose: 1) Cosa sia esattamente il digitale 2) Cosa sia esattamente un documentario.
Non ci si lasci ingannare dalle apparenze: queste due domande di partenza sono oziose solo per lo sguardo più superficiale e offrono molte più risposte di quanto non si pensi a tutta prima. Basta, infatti, guardarsi appena un po’ indietro, basta cercare di fare un rapido punto situazione anche solo sugli studi più recenti che sono stati dedicati ai due argomenti per rendersi conto che le risposte immediate che sin da subito pizzicano sulle nostre lingue sono appena la punta di un iceberg ben altrimenti complesso. Anzi, basta pochissimo, per arrivare a contraddirle.
Il digitale che è la punta più avanzata e tecnologica di un sistema di “imprigionamento” delle immagini assai antico dato che affonda, come nota giustamente Luigi Verga nel secondo breve saggio ospitato nel volume, le proprie radici teoriche addirittura nei primi tentativi di mappatura ottica del territorio che risalgono al Quattrocento. Il punto di approdo finale della nostra tecnologia applicata alla cattura delle immagini in movimento ha, quindi, origini rinascimentali. Arabe per di più visto che tutto sembra nascere dalla traduzione in volgare dell’opera Kitab al Manazir di Alhazen un filosofo naturale morto nel 1038.
L’estrema semplicità dei nuovi sistemi di ripresa, quando paragonati con le elefantiache macchina da presa dei primi anni del cinema sonoro, è, quindi, forse, solo apparentemente l’inizio di quella rivoluzione del nostro modo di vedere e concepire le immagini da molti auspicata. In realtà è più probabile che essa sia solo l’ultimo approdo (per ora) di una ricerca assai antica.
Allo stesso modo parlare di documentario è molto più difficile di quanto non sembri a prima vista. Come trovare, infatti, un legame reale tra opere come The dark blue yonder di Herzog con un semplice reportage sui leoni in Africa? Cosa accomuna Nanuk l’eschimese di Flaherty con Sicko di Michael Moore?
È Silvia Savorelli nel suo “Una fabbrica di fatti” e una valanga di bit. Le forme del documentario a tentare di fare un punto situazione sui vari modelli e le varie forme che ha assunto nel corso del tempo. Un tentativo ammirevole destinato a naufragare (e qui sta, in fondo la sua bellezza) nel mare di ipotesi e di sistemi di classificazione che sono stati stipulati nel corso degli anni.
E forse l’aspetto più bello non solo del saggio appena citato, ma di tutto il volume sta proprio nella sua volontà a non fornire risposte esaustive a non mettere punti fermi in un mare di sperimentazioni che mal tollera classificazioni troppo approssimative.
Il film documentario nell’era digitale più che un volume è un conglomerato apparentemente informe di idee, una fucina di riflessioni che si rincorrono, qualche volta si contraddicono, ma danno profondamente il senso di una realtà, quella del cinema documentario, che è ancora in profondo divenire e che l’avvento del digitale ha in parte modificato (con la sua leggerezza che a molti ricorda la camera stylo) in parte consolidato (nella sua adesione al reale più vero).
Il volume si presenta al lettore diviso in due parti tra loro ben distinte.
Nella prima (In campo totale) trovano spazio i contributi più storici e teorici. Non tutti i contributi sono assolutamente interessanti, ma tutti meritano una lettura non superficiale.
La seconda, quella di più semplice lettura, contiene invece interventi di chi il cinema non si limita a pensarlo, ma lo fa concretamente (molto bello l’intervento di Perpignani).
Molto bella, infine, la piccola galleria fotografica che divide le due parti del volume.


Autore: Ansano Giannarelli (a cura di)
Titolo: Il film documentario nell’era digitale
Editore: Ediesse
Collana: Annali
Dati: Pag. 308; ill. b/n
Prezzo: 15,00 euro
Anno: 2007
webinfo: Sito Ediesse


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