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Libri - Il western di Anthony Mann

Pubblicato il 6 novembre 2007 da Alessandro Izzi


Libri - Il western di Anthony Mann

The man in the wild, the Wild in the man: in questa formula esemplificativa che fa anche da sottotitolo alla bella monografia su Anthony Mann scritta da Metteo Pollone ed edita da Le Mani, sta tutto il senso della modernità incredibile di uno dei più importanti e significativi registi di western dell’intera storia del cinema.
L’uomo immerso nella natura selvaggia (come nel titolo dell’ultimo splendido capolavoro di Sean Penn), ma anche l’irrazionalità istintiva, quasi bestiale dell’uomo sono al centro di un pensiero registico che non può mai trovarsi a suo agio nelle olimpiche proporzioni del modello classico, ma che ha bisogno delle dimensioni deformanti delle lenti della psicoanalisi e della tragedia per raccontare la difficile posizione dell’individuo nel mondo.
Anthony Mann non è mai stato autore di epopee rassicuranti. I suoi film sono sempre stati il riflesso oscuro di una società, come quella americana, molto più complessa e problematica di quanto non sia dato credere. Una società che si è autoaffermata nel piano sociale, facendo leva prima di tutto sul sopruso e sulla sopraffazione (nei confronti dei nativi americani, ma anche di tutto ciò che, al suo interno, era debole). Un mondo tanto sporco sin dalla sua fondazione che non poteva essere attraversato a cavalli dagli eroi senza paura e, soprattutto, senza “macchia” che erano i protagonisti dei primi western aproblematici. Il cinema di Mann è un cinema di ampie proporzioni che parla, col linguaggio secco e privo di enfasi eccessive e barocche, di un mondo in perenne trasformazione che non concede certezza alcuna ed entro cui è quasi impossibile trovare una posizione franca, piana, indubitabile. È un mondo nel quale è impossibile invecchiare perché la decadenza del corpo e della mente implica incapacità di adeguarsi ai mutamenti, di mantenere una qualche forma di sintonia con il resto del mondo. Essere vecchi, nel mondo di frontiera manniano, equivale, insomma ad essere soli, a trovarsi al di qua di una barricata, in una zona grigia da cui non è possibile tornare indietro.
Per questo Anthony Mann è stato, probabilmente, uno dei più gradi esploratori delle zone grigie, di quegli spazi in cui non si riesce a dare una definizione di se stessi e del mondo. Grigi sono i toni di un mondo di frontiera, dove la sublimità di una natura selvaggia viene gradualmente sostituita dall’avanzante civiltà, con le sue case, le sue strade, i suoi treni. Grigio è il colore dei suoi eroi che si stagliano energici contro le avversità del vivere all’aperto e l’orrore dell’homo homini lupo che è il mondo sedicente civilizzato. Grigio è anche il colore di chi si trova perso tra l’estrema pulsione della propria libertà individuale e il bisogno di aggregarsi agli altri per non essere, né sentirsi soli.
Matteo Pollone affronta con grande perizia questi snodi cruciali della poetica manniana. Attraverso una monografia divisa in capitoli tematici ci racconta, con un linguaggio sempre chiaro che poggia su un bagaglio bibliografico ragguardevole, tutti gli aspetti fondanti del cinema di un autore forse un poco ingiustamente dimenticato. Al centro del discorso c’è sempre il rapporto complesso tra l’individuo e lo sfondo (inteso sia in senso sociale che in senso materiale, con un ottimo capitolo dedicato al modo tutto particolare di filmare la Natura che è tipico del regista).
Ma ampio spazio è dedicato anche al tema, cruciale per tutta la realtà americana, di famiglia (che non è solo quella dei legami di sangue, ma anche quella che ognuno di noi si costruisce) e al modo in cui i rapporti vengono messi in crisi sotto la spinta delle pulsioni peggiori. Ci si rende allora conto, e in questo sta un altro grande motivo di modernità dell’autore, di come la famiglia cessi di essere, nell’universo filmico manniano, quell’estremo baluardo di civiltà contro le avversità dello stato di natura per diventare terribile ricettacolo di odi e violenza (un discorso, questo, che esploderà con ben altra urgenza negli anni ’70).
Matteo Pollone non nasconde la sua venerazione per il regista e costruisce un volume che si legge con piacere lasciando qualche perplessità solo nella sua logica strutturale (la scelta di relegare la biografia in fondo al volume, quella di non dedicare un capitolo, sia pur breve, anche al resto della produzione manniana che, in prevalenza è appunto non western). Perplessità di dettaglio che scompaiono, però, nello sguardo d’insieme.
Una lettura consigliata non solo agli amanti del genere.


Autore: Matteo Pollone
Titolo: Il western di Anthony Mann. The Man in the Wild, the Wild in the Man
Editore: Le mani
Dati: Pag. 146; ill. b/n
Anno: 2007
webinfo: Libro


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