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Libri - Pietre d’acqua. Taccuino di un’attrice dell’Odin Teatret

Pubblicato il 19 luglio 2007 da Valentina Casadei


Libri - Pietre d'acqua. Taccuino di un'attrice dell'Odin Teatret

Ci sono libri di cui, una volta letti, non rimane che un’impressione vaga, una contorta immagine, un senso indefinito. Ci si perde in ragionamenti dedalici e del messaggio rimane poco o niente. Altri libri sono invece una summa di informazioni e numeri, date ed eventi, interessanti come almanacchi e simili. Di altri ancora, invece, è raro fare l’incontro: sono libri densi di racconti e nozioni, eppur riflessivi, e nonostante ciò sinceri; leggerli equivale ad aprire una nuova finestra sul mondo, conquistare un nuovo sapere, scoprire una verità nuova. Sono libri, questi, difficili da scrivere perché richiedono passione, richiedono costanza, conoscenza e amore. Amore per la parola e per il suo senso, amore per quello che con le parole si vuole dire. Rispetto richiedono libri simili, per la materia trattata, rispetto per coloro che la leggeranno. E soprattutto, essi richiedono chiarezza, perché in un dialogo sincero, nella rivelazione di sé, non ci si perda in sofismi ed elucubrazioni vuote, al fine di proclamare superiore la propria scienza. Pietre d’acqua, libro dell’attrice dell’Odin Teatret Julia Varley, è uno di questi libri sinceri che schiettamente rivelano il loro messaggio.
Non parleremo dunque del suo contenuto, che è chiaro e palese nell’esposizione dell’attrice, non rovineremo, parlandone, la sorpresa di scoprirlo pagina dopo pagina. Ci concentreremo dunque sul suo perché, sulla scelta etica da cui è nato, poiché, per fortuna, esistono ancora libri che un loro perché ce l’hanno.

Trasmettere l’esperienza per combattere l’effimero, per creare reti e fili che colleghino il sapere del passato alla tradizione del futuro: questo nelle parole agili e preziose, nelle pagine di memoria di Julia Varley, nel suo taccuino di speranze passate e sogni, nel suo taccuino che è trasparente sguardo su di sé.
La vita privata e la vita artistica di una donna: sono due storie che si intrecciano, storie che convergono, storie che si fondono. La mia vita nell’arte, avrebbe potuto chiamarsi questo libro se non vi fosse già stato un precedente illustre a riguardo. La sua vita nell’arte, per l’arte; l’arte di vivere, l’arte di acquisire l’arte. Un precedente degno di ascolto: questo vuol creare l’autrice, consegnando alla pagina scritta la sua esperienza, il suo percorso pedagogico, le sue sfide sempre aperte. Sfide come questa, il voler riscrive le tappe di una storia lunga, di voler seminare nella strada della storia del teatro qualcosa di suo, qualcosa che parli del suo lavoro. E’ effettivamente una sfida riassumere in poche pagine esperienze che una vita intera ci ha svelato. E’ una sfida per chi ha fatto del teatro una scelta di vita, perché parlare di esso significa rivelare se stesso, le proprie fragilità, i propri sogni. E’ effettivamente una sfida, perché qualcosa, in definitiva, si perde sempre: c’è un mistero che si rivela a metà. L’altra metà rimane nelle persone, nelle loro esperienze. Nel pratico essere della vita vissuta, non solo narrata.

Si parla spesso della caducità dell’atto teatrale: esso è condannato, pare, a morire nell’istante in cui nasce, a disperdersi nel suo porsi in atto, esplicarsi. Più breve della vita di una farfalla è, così pare, la vita di uno spettacolo. Così pare. Nella mente di chi guarda, nella mente di chi lo vive, di chi lo crea, qualcosa rimane. Dopo e oltre. Il teatro, direbbe Fabrizio Cruciani, è quel "luogo dei possibili" che non si esaurisce nella definizione di spettacolo come atto effimero, irripetibile. Il teatro è atto presente, come fuoco che brucia, illumina e poi si spegne. Lo è, invero. Si sottovaluta però spesso il potere della cenere che il fuoco sparge, che fertilizza e contamina il terreno su cui si disperde. Il teatro vive nel suo farsi cultura teatrale, modus agendi, e nel suo farsi memoria, sopravvive al tempo.

Julia Varley è storia del teatro, al di là di questo libro. E’ nelle parole di quelli che l’hanno osservata negli spettacoli, di quelli che l’hanno seguita nei laboratori, di quelli che l’hanno vista in qualche video. La sua cenere già feconda l’operare di molti, i giovani studenti, i grandi spettatori, gli attori di ieri e di domani, che sulla dalle ceneri della sua tradizione, una tradizione della naissance (per dirla con Copeau), crescono e generano nuove forme e nuovi modi di vedere il teatro. Della Varley parlano e parleranno in molti, parlando dell’arte segreta dell’attore. Della Varley ci parla ora la Varley stessa, e questa è una testimonianza che la storia raccoglie utilmente. Spesso, infatti, la storia è fatta di racconti, di testimoni più o meno attendibili. Con le sue parole la Varley ci fa posare lo sguardo dall’altra parte del binomio attore-spettatore, ci spinge oltre per mostrarci i suoi segreti, generosi doni che pochi attori sono in grado di elargire. Ma un’attrice dell’Odin non può non essere un’attrice generosa in questo senso. La tradizione di Barba è tradizione dell’apprendere ad apprendere, pedagogia applicata, ricerca e trasmissione continua del sapere. Nello spettacolo e oltre. Come le sue compagne dell’Odin Roberta Carreri e Iben Nagel Rasmussen, anche Julia ci lascia le sue tracce. Voci di donne nella storia del teatro, che nella memoria teatrale intendono riaffiorare, non per prendere un posto nell’Olimpo e ricevere onori, ma per poter passare ad altri quell’eredità che si sono faticosamente costruite, per poter ripartire da lì, e andare oltre.


Autore: Julia Varley
Titolo: Pietre d’acqua. Taccuino di un’attrice dell’Odin Teatret
Editore: Ubulibri
Collana: I libri bianchi
Dati: pp. 216, illustrazioni b/n
Prezzo: € 22,00
Web Info: Ubulibri


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