Libri - Riflessioni sul cinema

In una fresca mattina del 1950, a Parigi, sotto gli Champs-Elysées non più costeggiati da quei sontuosi castani che oggi restano solo nel ricordo di vecchi cartoline in bianco e nero, René Clair, regista e scrittore, passeggia tranquillo.
È un distinto signore in giacca e cravatta e non sembra intenzionato a dimostrare quei cinquantadue anni che l’anagrafe continua ad attribuirgli con eccessiva solerzia. Lo sguardo è vivace. L’occhio piccolo, ma luminoso si sposta febbrilmente da una cosa all’altra con la furia gentile del poeta ansioso di ispirazione. Di lì a qualche giorno inizieranno le riprese di La Beauté du diable mentre i fasti di Le Silence est d’or cominciano a farsi distanti (era appena il millenovecentoquarantasette).
La passeggiata apparentemente svagata nella luce e nella freschezza della prima mattina parigina si interrompe bruscamente: René Clair, quasi un pensiero incrociasse fulmineo il percorso disegnato dai suoi piedi in marcia, abbandona il marciapiedi e si insinua nell’interstizio di un grosso portone di legno lasciato socchiuso. L’antro dell’ingresso è ampio, ma ombroso come in una piccola notte artificiale. I suoni della mattina giungono, qui dentro, ovattati e distanti. In fondo una vecchia scalinata si perde nel buio di una corsa di piani apparentemente tutti uguali. L’unico rumore più distinto è il ticchettare della macchina da scrivere carezzata da dita veloci, svelte nella loro ansia di trasformare le idee in prosa. René Clair segue il rumore della macchina incantata su per i gradini delle scale fino ad un appartamento un po’ dimesso: la redazione di un piccolo giornale. All’interno un giovane, sotto il tenue fascio della luce di una lampada che basta appena, è intento a scrivere.
L’arrivo del regista interrompe il flusso dei pensieri del ragazzo non ancora trentenne. Le sue dita si fermano sulla tastiera e per un momento lo sguardo febbrile del giovane che sa che non deve chiedere indulgenza per la sua voglia di rivoluzione si incontrano con quelli dell’uomo più anziano che quell’indulgenza la accordano spontaneamente a tutto ciò che è fresco e nuovo.
- Posso aiutarla? - Chiede il giovane un po’ stizzito.
- Non saprei – risponde l’altro colto alla sprovvista ed impensierito dalla strana impressione di deja vu che quella stanza e quel giovane gli comunicano.
Il giovane, distratto ormai dal suo articolo, comincia a guardare il nuovo venuto con curiosità. Il cinquantenne che ha di fronte gli pare familiare eppure distante. Improvvisamente gli vien voglia di parlarci. Con gesto deciso, il giovane estrae, quindi, il foglio dal rullo della macchina per scrivere e ci verga sopra, a mano, con una bella stilografica, la data e la sua firma: 4 aprile 1923, René Clair.
Riflessioni sul cinema comincia ben dopo questo incontro che ci è piaciuto immaginare e che non sfigurerebbe come incipit di una delle pellicole del regista di Entr’act. L’idea che un uomo possa incontrare se stesso da giovane ed intrattenere con il proprio doppio del passato un lungo dialogo (in questo caso sul cinema) è di quelle che consegnato René Clair nel quadernino assai sottile dei grandi di ogni tempo. Un’idea visiva che si presta, però, a farsi materia per un libro, di oltre trecento pagine, capace di raccogliere gli articoli del passato rileggendoli con l’indulgenza di un presente pronto a riconoscere gli errori, ma anche ansioso di rivendicare il valore delle intuizioni profetiche e delle pagine orgogliosamente ben scritte.
Tutto il libro è un curioso altalenare tra passato e presente (o meglio, per noi lettori del 2008 tra il passato remoto degli anni ’20 e quello più prossimo degli anni ’50) in un andirivieni di idee, di pensieri, di riflessioni, di discussioni e di dibattito. Da una parte c’è lo sguardo del pioniere, di quello che pensa al cinema come arte del futuro, come luogo di franca espressione di una vera e propria rivoluzione culturale, dall’altra c’è lo sguardo maturo di chi il cinema comincia a lasciarselo alle spalle un po’ per volta e quella rivoluzione non l’ha vista per davvero "accadere".
Il dialogo che ne sortisce, avvincente e ricco di soprassalti di buona letteratura, è bello nel suo alternarsi di voci, nell’accavallarsi dei pensieri coniugati da un giovane indomito che parla ad un anziano non domato.
Tra i due si insinua come uno spartiacque, l’invenzione del sonoro, un’innovazione tecnica osservata da entrambi con sospetto ed incertezza, nell’idea che il cinema sia più immagine che non teatro filmato.
Riflessioni sul cinema è un libro di olimpica leggerezza. Alla lunga forse un po’ ripetitivo nel ribadire con vigore i suoi concetti, ma musicale come una sonata per due strumenti.
Soprattutto è una lezione importante sul mestiere della critica ed un invito all’umiltà a tutte quelle persone che lo esercitano in maniera più o meno indebita. Perchè, come giustamente recita il sottotitolo del volume, il mestiere del critico è quello di "servire all’arte cinematografica" e non viceversa. Un libro di classe e stile che si legge tutto d’un fiato e che ti lascia dentro un soffio gentile d’autunno che per un po’ ti scalda il cuore.
Autore: René Clair
Titolo: Riflessioni sul cinema
Editore: Excelsior 1881
Dati: 310 pp, brossura olandese, immagini b/n
Anno: 2007
Prezzo: 22,00 Euro
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