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LIBRI - SCHERMI DI PACE

Pubblicato il 29 settembre 2006 da Marco Di Cesare


LIBRI - SCHERMI DI PACE

Perché la pace viene intesa solo in quanto assenza di conflitto, e non in quanto concetto indipendente?
E’ questo uno dei principali interrogativi che si pone Schermi di pace, annale numero 8 pubblicato dalla Fondazione legata all’Archivio del movimento operaio e democratico di Bologna, creato nel 1979 su iniziativa di Cesare Zavattini.
Il volume consta di una raccolta di saggi scritti appositamente, suddivisi in tre parti: "Storie/Auspici", "Arti/Testimonianze" e "Cinema/Dialoghi". Oltre ogni modo è risultata più che interessante la prima sezione, pagine di pura ricerca storica, sociologica e insieme cinematografica: di fronte ai nostri occhi scorrono le storie della Storia italiana tra il 1946 e i primi anni ’70, genesi della nostra contemporaneità, il nostro Dopoguerra come origine dell’attuale stato di guerra permanente, il cambiamento passato messo di fronte all’odierno (non) cambiamento. Ma il libro in toto è da ricordare come pregevole unione di analisi mai fredde e di ricordi personali che lo rendono cosa ben viva fra le nostre mani, tributo al ricordo e coro di voci plurime che mai parlano attraverso frasi fatte.
L’importanza centrale delle immagini, di qualunque sorta esse siano, in quanto «documenti del passato», da studiare come qualsiasi altra fonte di informazione: da qui discende l’interesse verso il cinema documentario, che però in Italia ancora oggi incontra molte difficoltà, forse a causa del suo statuto ontologico di cinema-saggio che invita «alla riflessione» (prefazione di Gabriele D’Autilia, dal 2005 direttore generale dell’Archivio).
Schermi di pace è segnato da un approccio multidisciplinare ad uno studio sul significato di Pace, metodologia trasversale adatta alla complessità moderna.

Il libro si apre con un accorato appello di Zavattini, datato 1962, «per un film sulla pace», manifesto per un nuovo cinema e invito ai cineasti di tutto il mondo, professionisti e non, perché inviassero non film, ma brani anche di pochi secondi, al fine di realizzare tutti insieme un notiziario sull’«animo degli uomini», da mostrare «alla gente nelle piazze».
Paolo Caneppele in Filmando per la Società delle Nazioni. Il caso austriaco fra impegno, pacifismo e raggiri ci mostra come negli anni’20 la Società delle Nazioni abbia commissionato, o indirettamente promosso, le riprese di film a carattere propagandistico, per sostenere la propria attività contro la guerra e contro la diffusione delle droghe: e questo prima che le dittature europee comprendessero l’utilità e necessità del cinema!
Mauro Morbidelli in La colomba contesa. Appunti di lavoro sul pacifismo nella comunicazione audiovisiva del Pci e delle Dc ci parla di due mondi contrapposti: l’appello ai militanti e quello all’«uomo della strada», i toni trionfalistici di tradizionale stampo liturgico d’oltrecortina e i filmati dal satirico tono di dileggio nei confronti del Compagno gnocco-allocco, la Colomba della Pace tinta di rosso sovietico e la difesa della «nostra civiltà latina e cristiana» al motto di «Si vis pacem para bellum». Fortunatamente negli anni ’60 il Pci si svecchierà: ne è dimostrazione il documentario Vota comunista del 1963, realizzato nel 1961 durante la prima Marcia della fratellanza e della pace da Perugia ad Assisi, manifestazione «disordinata, presenti simboli vecchi e nuovi, raccontata con uno stile non celebrativo» e dove si può scorgere «un ruolo autonomo dell’autore». E così possiamo più che intravedere l’Italia di oggi, ma quaranta anni prima: il Paese dell’antinomia, sintetizzata dalla “pace senza se e senza ma” e dalla posizione, ad esempio, di un odierno Adriano Sofri.
Sandro Bellasai in L’ultimo canto del gallo. Scene del conflitto di genere nei media italiani del secondo dopoguerra ci mostra come il trionfo della modernità sulla tradizione abbia causato l’inesorabile tramonto della virilità e della presunta superiorità dell’uomo. E sottolinea poi il paradosso della «mascolinità invisibile» nella storia, nella storiografia e nel nostro cinema: Alberto Sordi, per esempio, «rappresentava il carattere dell’italiano in quanto persona italiana, o in quanto uomo italiano?». In chiusura del saggio un’analisi de Il pollo ruspante, mirabile cortometraggio di Ugo Gregoretti tratto da Rogopag: una disamina sulla società dei consumi da poco sbarcata in Italia sull’onda del boom, una vera e propria sindrome post-Piano Marshall che ha causato «la perdita del libero arbitrio», in particolar modo per quello che riguarda il pater familias, disorientato dal repentino cambiamento social-culturale.
Riformare il cinema e la società! E’ stato un pressante desiderio negli anni intorno al ’68, come ci mostra Anna Maria Licciardello in Cine, peace and love. Cultura alternativa, orientalismo e pacifismo nell’underground italiano degli anni sessanta: il dialogo in quanto amore, il rapporto orizzontale che rifiuta ogni forma di autorità, il sogno di una «non-violenta produzione artistica», in una commistione tra arte e vita (ad esempio Se l’inconscio si ribella/rivela di Alfredo Leopardi), in cerca della «dimensione pre-tecnologica e spirituale dell’Oriente» (Vieni dolce morte e Oserò turbare l’Universo di Paolo Brunatto, tentativi di liberarsi delle «regole e delle imposizioni del ben fatto cinematografico»). Alberto Grifi con Argonauti, evviva!, facendo proprie le teorie di Wilhelm Reich, si scaglia contro la repressione degli istinti sessuali, arma del sistema per sottomettere gli individui e per ingenerare un non-innato istinto di sopraffazione e violenza.
Infine Il film di famiglia. L’ambiguità delle immagini felici di Paolo Simoni: immagini di “falsa pace”, per niente probatorie quanto quelle documentarie, ma importanti per capire «la distanza tra l’esperienza, la memoria e la rappresentazione». Lo scritto analizza il lavoro dell’ungherese Péter Forgács, sospeso «tra il visibile e non-visibile», archeologia nel raccogliere film amatoriali da rimontare per creare qualcos’altro, come mettere dialetticamente insieme vittime e carnefici della Seconda Guerra mondiale, andando così oltre qualsiasi cinepresa ufficiale, perché «immagini della guerra sono finanche tutte quelle che la negano e la rimuovono, per caso o necessità»: è la maggioranza silenziosa.

La seconda parte esordisce con uno scritto di Pierre Sorlin: «La pace non può essere una assenza di conflittualità, bensì un’accettazione lucida del confronto e della lotta», un dialogo che impedisca di giungere a un «affrontarsi sanguinoso». E il teatro può ben responsabilizzare l’individuo, differentemente da altre forme di arte che non possono coinvolgerlo pienamente. «L’arte è utilissima, ma soltanto come introduzione a una riflessione che, poi, deve inserirsi nella vita, nelle relazioni con gli altri».
Noa Steimatsky ci parla di «Cinecittà trasformata in campo profughi», argomento mai affrontato dal Neorealismo, ma sfondo per il film Umanità, una “commedia del rimatrimonio” del 1946.
Gabriele Polo ricorda le vicissitudini della collega Giuliana Sgrena in Iraq e delle difficoltà di tenere lontana la propaganda dai reportage giornalistici.
La pace (interiore) e la vita dove «nulla accade» delle donne che hanno scelto le comunità monastiche: è il documentario Per sempre di Alina Marazzi, di cui la stessa autrice ci parla.
La pace che non riesce a sanare il conflittuale ricordo della guerra: i 58 giorni vissuti dagli abitanti di Cisterna di Latina nelle grotte, per scampare ai bombardamenti del ’44, commemorati in prima persona sessant’anni dopo, su iniziativa di Luca Ricciardi.
Il ricordo di Giacomo Turra, ucciso in Colombia nel 1995, è al centro di Giustizia - Nel tempo di guerra di Vanni Gandolfo: una diversa forma di documentario, non un reportage.
Il libro viene chiuso da alcune conversazioni tra Marco Bertozzi e Carlo Lizzani (condanna della guerra in varie sue opere, ma con la coscienza che in arte un conflitto è più seducente della pace), l’importante gruppo teatrale dei Motus, e il documentarista Federico Mariani («ci vuole più tempo, forse anche più fantasia nel rappresentare la condizione pacifica dell’esistenza»), autore di Con la Palestina negli occhi (2002), originale racconto in soggettiva di Arafat assediato a Ramallah, con l’operatore-regista che partecipa e commenta in diretta ciò che sta vivendo.

SCHERMI DI PACE
A cura di Marco Bertozzi

Casa editrice: Ediesse;
pp. 153, 10€

sito dell’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico.


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