Libri - Storia del cinema tedesco

Quando si parla di cinema tedesco due sono i periodi d’oro che salgono spontaneamente sulle labbra e negli occhi dell cinefilo.
Il primo è quello degli anni ’20: il periodo della grande sperimentazione del muto, del cinema d’esportazione, di un’industria che aveva finalmente raggiunto il suo massimo splendore e che poteva permettersi di puntare ai grandi kolossal d’autore come Faust o Metropolis. Un cinema di grandi proporzioni che spaziava dalle derive più commerciali delle commedie brillanti sulle quali si sarebbe formato Lubitsch sino alle poetiche avanguardistiche ben assorbite da un Ruttman (Berlin, die Symphonie der Grosstadt è del 1927 mentre l’impressionante Opus 1 è datato 1922, lo stesso anno di Nosferatu). Un luogo utopico in cui potevano convivere le logiche dell’espressionismo coniugate in ogni sua possibile declinazione con il cupo pessimismo del Kammerspiel. Il primo decennio d’oro del cinema tedesco fu, quindi, fucina ideale di opere e, soprattutto, di nomi. Lang, Pabst, Murnau sono figure che superano di volata i limiti angusti dell’industria dell’intrattenimento e puntano dritti all’Arte con la maiuscola. Sono alcuni tra i motivi per cui oggi possiamo scrivere di cinema senza presunzione, ma anche senza vergogna.
Il secondo ventennio d’oro è, invece, quello degli anni ’60 e ’70. Un ventennio tormentato, ansante tra il suono delle esplosioni degli attentati terroristici dei suoi ultimi anni di piombo e il timore di un nuovo dirottamento aereo. Periodo buio, per la storia di una nazione che proprio allora cominciava la sua marcia verso la riunificazione, eppure estremamente luminoso dal punto di vista artistico e, soprattutto, cinematografico. È il momento del manifesto di Oberhausen (firmato nel 1962), nel quale, sull’onda della Nouvelle vague francese si dichiarava morto definitivamente il cinema di papà e si auspicava la nascita di una nuova scuola, capace di confrontarsi fattivamente con gli orrori del periodo nazista che Adenauer aveva tentato di passare sotto silenzio. È il momento dei vari Kluge e Fassbinder, degli Herzog e dei Thome, dei Wenders e degli Schloendorff. Un periodo di pensieri e di sperimentazioni linguistiche a cavallo tra le esigenze di un cinema europeo fortemente radicato nella tradizione eppure proteso verso il modello commerciale americano.
Ma era davvero morto questo cinema di papà come auspicavano i giovani autori (geniali, certo, ma tanto diversi da non poter dar vita ad un movimento unitario e ad una vera e propria scuola capace di reggere anche all’impatto della riunificazione)? Bernard Eisenschitz ci dice chiaramente di no e qui sta uno dei più grandi meriti di questo volume esemplare per il rigore e la qualità argomentativi.
Sia il periodo d’oro dell’espressionismo che il momento forte del Nuovo Cinema Tedesco, ci dice l’autore, sono momenti che si calano all’interno della storia di una cinematografia tutt’altro che trascurabile. E continuare a vedere questi due momenti storici come vere e proprie monadi isolate e fluttuanti nel vuoto non rende loro giustizia e conduce lo storico a paradossali errori di prospettiva interpretativa. Perché se è vero che Fassbinder fu un gigante, la sua grandezza la si comprende solo rapportandola ad un periodo storico in cui i maggiori incassi nazionali (prima di Maria Braun) si misuravano solo sulla base del successo dei sexfilm. Come non si capisce la profonda carica eversiva di un film quale è Scene di caccia in Bassa Baviera se non si ha a mente il ben più complesso quadro degli heimatfilm di cui l’opera di Fleischmann è la naturale prosecuzione e, al tempo stesso, la negazione critica.
Il saggista si prende, quindi, i giusti tempi per la sua riflessione critica: riannoda gli inizi della cinematografia nazionale con gli esperimenti dei fratelli Skladanowski (poi immortalati da Wenders in una delle sue opere più sottovalutate) e concentra il suo sguardo su periodi rimossi (il cinema secondo Goebbles) o difficili (il cinema degli emigranti o quello della Germania dell’Est.
La sua penna produce un vivido disegno, dettagliato quanto basta eppure abbastanza sintetico da vivere nello spazio di appena duecento pagine. Agile nella consultazione e ricco di spunti di riflessione, Storia del cinema tedesco è lettura obbligatoria per chiunque voglia impratichirsi con l’argomento.
Autore: Bernard Eisenschitz
Titolo: Storia del cinema tedesco
Editore: Lindau
Dati: 208 pp, copertina morbida
Anno: 2008 (seconda edizione)
Prezzo: 18,00 Euro
webinfo: Sito Lindau
