LIBRI - TERRENCE MALICK

Erano gli anni Settanta, era un’altra America e una Hollywood diversa da oggi. Ed era il cinema di Terrence Malick.
L’opera del grande regista texano (forse nativo dell’Illinois e poi vissuto in Oklahoma e Texas: le scarne informazioni sulla sua biografia non ci illuminano neanche su questo aspetto della sua vita) è brillantemente analizzata nella recente monografia a lui dedicata dal giovane Giorgio Piumatti, nel libro intitolato Soldati, campi di grano e James Dean: gli sguardi e le voci nel cinema di Terrence Malick. L’evocativo titolo richiama i tre film analizzati, i primi del grande artista statunitense: La rabbia giovane (Badlands, 1973), I giorni del cielo (Days of Heaven, 1978) e La sottile linea rossa (The Thin Red Line, 1998).
Il volume parte dall’assunto di un regista che può essere collocato all’interno della New Hollywood degli anni ’70, in equilibrio fra l’origine classica del cinema americano e le nuove forme del cinema della modernità provenienti dall’Europa. Quello di Malick è un cinema dell’ellissi, dell’ambiguità, della parola sospesa e dell’inserto: un’arte del tutto personale sospesa tra Antonioni, la Nouvelle Vague, John Ford e Nicholas Ray. Con in più una visione della natura come forza soprannaturale, immagine di una divinità immanente negli esseri e nelle cose, superiore agli artefatti dell’uomo, che può avvicinare il regista americano alla filmografia del tedesco Werner Herzog, suo contemporaneo. Oltre alla visione, mutuata dal Romanticismo, del paesaggio come deuteragonista. Ma fondamentale in Malick risulta essere la presenza costante del Trascendentalismo americano, corrente di pensiero che ha intessuto la filosofia e la letteratura statunitense nella prima metà dell’Ottocento.
Piumatti ha suddiviso il suo libro in quattro capitoli: 1) “Oltre il genere, oltre lo spazio, oltre il tempo”, 2) “Nostalgia, violenza, simbolo”, 3) “Uomini, natura, dio”, 4) “Lo spettatore, il regista, Terrence Malick”.
Malick è autore di opere in cui costante comune è l’uso, ai propri fini, delle convenzioni tipiche dei generi cinematografici, fino al loro totale ribaltamento.
Badlands: il road movie, il noir, la controcultura. La voglia del protagonista Kit di emulare il divo James Dean: ma non tanto in una lotta generazionale, quanto piuttosto in una ribellione senza causa unita a un senso di apatia esistenziale e di ostilità verso chiunque.
I giorni del cielo unisce melodramma e western, in un film senza eroi, né cause che possano portare i protagonisti sulla retta via: non vi si può trovare una manichea lotta tra bene o male o, meglio, tra ordine e anarchia. Qui Malick «ribalta e rende illusori i tentativi di ricreare il mito attraverso le caratteristiche» del genere americano per antonomasia.
Infine La sottile linea rossa: un anomalo war movie dove non esiste la tipica contrapposizione dell’uomo contro il suo nemico, ma un sentimento di pietas da parte dell’uomo verso l’altro e, quindi, verso sé stesso. In Malick «esiste uno stato originario dell’uomo degenerato inevitabilmente nell’affermazione del Male»: non esiste nessun nemico da odiare perché ha corrotto la perfezione nostra e del mondo. Lo scopo dell’azione non è raggiunto in prossimità della fine della storia, bensì verso la metà del film; tutto il resto è contemplazione dell’evento, sospeso in un’atmosfera rarefatta e statica. E l’uso del primo piano non può non coinvolgere emotivamente il pubblico verso il destino dei soldati. Le loro voci interiori, inoltre, vanno tutte a confluire in una grande voce, comune all’umanità e in continuo confronto e spaesamento rispetto alla lussureggiante e grandiosa Natura la quale, in quanto diretta emanazione del divino, non può non risultare indifferente alle vicende umane, così legate alla contingenza e significative solo in quanto capaci di far comprendere all’uomo come sia lui stesso la rovina di sé. «La natura non vuole lasciarsi imbrigliare dalla cultura e sembra quindi non partecipare alla morte degli uomini. Così la cultura non è pronta ad affrontare la natura». Il panico della solitudine davanti ad un male di cui l’uomo non sa capacitarsi e che lo annichilisce, perché addirittura non è in grado di vederlo: lo subisce e basta. Qui il primo piano sintetizza l’attenzione verso l’Uomo, e non verso il personaggio (i vari soldati sono tra loro distinguibili con una certa difficoltà).
La violenza sottende i tre film. E la violenza porta con sé la morte. Ma la morte reca sangue e dolore: in essa non c’è nulla di eroico. Perché la guerra in Malick è un atto imperfetto a priori. E perché, come dice Witt in La sottile linea rossa: «Le uniche cose permanenti sono la morte e il Dio di ciascuno». Gente comune protagonista di tre tragedie di epoca moderna, nelle quali omerici “non-eroi” «si battono nella ricerca di una loro identità che solo la morte, accettata oltre la tirannia del fato, potrà in qualche modo delineare».
L’uomo è spaesato a causa del disordine della sua vita: non gli rimane che contemplare e provare nostalgia per il passato, caratterizzato dall’ordine perduto. Lungo la filmografia di Malick corre sotterraneo il tema comune della cacciata dal Paradiso terrestre e la fuga perigliosa lungo le strade del mondo. Gli Stati Uniti sono il Paese della nostalgia: non presentano delle vere tradizioni, o almeno esse sono troppo giovani e non consolidate. La terra del razionalismo, del progresso e della tecnologia. Ma avanzare per l’uomo, significa anche perdere qualcosa del paradiso primigenio, inteso come Eden, o come massima espressione della Natura.
Anche se i film di Malick vivono in determinati contesti storici, la trasfigurazione dei generi cinematografici fa loro oltrepassare i confini dello spazio e del tempo, tenendoli sospesi tra favola, mito e fuga verso il trascendentale.
«I film di Malick fondono insieme le filosofie antiche e classiche con l’esistenzialismo, le religioni occidentali con le visioni mistiche orientali, la leggerezza della favola con il monito dei miti biblici».
E Martin Heidegger, personalità fondamentale per Malick: «L’uomo può solo parlare ascoltando il linguaggio dell’essere, quel linguaggio poetico che è la dimora dell’essere. L’uomo si comporta come se fosse lui il creatore e il padrone del linguaggio, mentre è quest’ultimo che rimane signore dell’uomo». Linguaggio poetico che è ben lontano da quello comune. Come le immagini statiche, pittoriche, disegnate da Malick.
Quanto scritto è solamente un breve estratto delle tematiche presenti nell’attenta e precisa analisi di Piumatti. Il suo libro riesce a sviscerare in modo convincente ogni aspetto dell’opera di Malick, sottolineandone la novità rispetto alla tradizione, e la sua non appartenenza a nessun genere e a nessuna scuola in particolare, poiché i suoi film tutto contengono: il cinema di Malick rappresenta uno «sforzo atto a cogliere l’unità dell’essere», percependosi come parte essenziale di un tutto che non può essere trasceso, né dimenticato. Riuscendo a contemplare, non impone il proprio pensiero, ma si pone delle domande. Osserva ciò che accade, lasciando libera la realtà di esprimersi per ciò che è, in un tentativo di elevarsi sopra le parti.
Giorgio Piumatti
SOLDATI, CAMPI DI GRANO E JAMES DEAN: GLI SGUARDI E LE VOCI NEL CINEMA DI TERRENCE MALICK
Prospettiva editrice, pp. 224, 12€
