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Libri - Tim Burton

Pubblicato il 19 settembre 2007 da Alessandro Izzi


Libri - Tim Burton

È un rapporto di amore e di odio reciproci quello che lega un regista/autore come Tim Burton all’industria hollywoodiana. Un rapporto di dipendenza e sospetto che si rinnova ad ogni film, come un tacito patto faustiano ormai firmato, ma da quale si vorrebbe comunque fuggire alla prima occasione.
Un patto che non è, come si potrebbe pensare a tutta prima, solo economico anche se è vero che Tim Burton difficilmente potrebbe fare a meno di quei produttori che finanziano le sue fantasmagoriche visioni e Hollywood altrettanto difficilmente saprebbe separarsi da quell’ex enfant prodige che è stato capace di farle incassare milioni grazie ai suoi “blockbusters apparenti”.
Il legame indissolubile che lega l’autore recentemente insignito del Leone alla carriera alla Mostra del Cinema di Venezia con l’industria dello spettacolo è, infatti, prima di tutto, di reciproca ispirazione e di intima necessità. Tim Burton ha bisogno di Hollywood perché essa incarna in toto i valori dello status quo contro i quali opporsi strenuamente. Essa rappresenta l’abnorme riportato nei termini della normalità, il mostruoso che viene, però, additato da tutti quasi fosse un modello da seguire e da cui trarre utili insegnamenti di vita. È la società di Edward mani di forbice o di Batman returns: un mondo di convenzioni che nasconde sotto le case tinta pastello un orrore indicibile, il punto di ritrovo del così detto “buon gusto” che rifiuta – e non potrebbe fare altrimenti - tutto ciò che è “diverso” anche se sembra accettarlo (o, perlomeno, tollerarlo) a tutta prima.
Dall’altro lato Hollywood non può fare a meno di Tim Burton perché questi rappresenta il suo lato oscuro. È il cantore indefesso della sua malattia, ma anche del suo ancora incredibilmente ingenuo candore. È colui che riesce a raccontare le contraddizioni della macchina dei sogni, senza mai perdere il lucido cinismo del critico di costume. Guardando le pellicole del regista originario di Burbank, Hollywood riesce, insomma, a meglio definirsi, a meglio capire la sua dimensione più vera e mostruosa. Tim Burton è lo specchio della strega nel quale l’industria vuole vedere riflessa la sua immagine accompagnata dalla rassicurante filastrocca che la dichiara, sempre e comunque, la più bella del Reame. Per lo meno quella che incassa ancora di più.
Il rapporto di amore e odio diventa così lo sprone per entrambi. È il dissidio che respira sotterraneo in tutte le sue pellicole e che le rende così incredibilmente interessanti. Perché Tim Burton, come nota giustamente Antoine De Baecque in questo saggio/biografia che non è mai gratuitamente agiografico, è probabilmente l’unico regista americano capace di produrre blockbusters che incassano senza appiattirsi mai alla loro logica perversa e stereotipata. Anche se, bisogna ammetterlo, non sono mancati momenti in cui l’industria è riuscita a vincere qualche mano del suo gioco perverso: in buona parte del primo Batman e per quasi tutto Planet of the apes.
Ciò che l’industria non riesce a tollerare nella favole meravigliose del regista americano è il loro essere così poco rassicuranti ed edulcorate. Il loro legarsi alla dimensione mitica del racconto favolistico è troppo totale per un sistema che vede nei film soprattutto gli strumenti per un intrattenimento apparentemente innocuo, in realtà più vicino alla lobotomia. Ma della fiaba il regista conserva solo situazioni ed atmosfere visto che il suo modello di narrazione rinuncia sempre al tempo mitico e ciclico caratteristico di questo genere di racconti per scindersi e moltiplicarsi in un universo esploso in mille frammenti che è tanto vicino al sentire dei ragazzi di oggi formatisi sul modello televisivo e della playstation. Le sue sono favole rilette nella logica della contemporaneità, sono racconti popolari rivisti però nella chiave limpida e sofferta dell’intellettuale che pensa sempre in termini autobiografici prima ancora che collettivi. E proprio per questo, come emerge potentemente dal saggio in esame, anche il recupero di due dimensioni “estranee” alla cultura americana come il gotico e la realtà carnevalesca, si complica ulteriormente. Per Burton, infatti, il gotico è, prima di tutto il rimosso consapevole della cultura americana, ciò che non può non essere rifiutato in virtù della sua incontrovertibile “diversità”. È una scelta di vita in cui poco si è davvero potuto scegliere e che ci porta automaticamente ai margini, in quel mondo dei derelitti che il regista ha così bene saputo cantare. Allo stesso modo il carnevalesco è lo sberleffo assoluto contro i valori costituiti, contro la società dei consumi, contro il potere. È lo smorfia grottesca di Joker (che unisce il riso al tragico) con cui i reietti rivendicano la loro identità ad un mondo che finge di ignorarli.
Del mondo di Tim Burton il libro di Antoine De Baecque restituisce ogni intima piega, con infinito affetto, ma anche con lucidità critica. Andando a cogliere anche i limiti di una messa in scena che predilige il disegno di caratteri ed atmosfere agli sviluppi romanzeschi. Perché il cinema burtoniano è, prima di tutto un cinema di disegno, giammai un cinema di regia. E proprio questo lo rende così incredibilmente originale e indiscutibilmente d’autore.


Autore: Antoine De Baecque
Titolo: Tim Burton
Editore: Lindau
Collana: Saggi
Dati: 176 pagine, formato 17x24
Anno: 2007
Prezzo: 18,50 €
Web info: Sito ufficiale


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