Libri - Una voce nel disastro

È interessante ed originale la premessa che muove e motiva il volume di Alberto Brodesco Una voce nel disastro: identificare nel corpus frastagliato e sfrangiato dell’industria cinematografica le opere che flirtano con il tema della catastrofe ed isolare al loro interno la figura dello scienziato analizzandone i vari modi di rappresentazione in stretta relazione con il contesto che li ha originati.
Brodesco propone di abolire le varie distinzioni che separavano i disaster movie degli anni ’70 dai capolavori dell’espressionismo tedesco e dalle storie di mad scientists degli anni ’30 e propone, per tutti, la più pregnante definizione di Cinema dell’emergenza: un’etichetta, questa, abbastanza generica da abbracciare tutte le differenze, ma anche sufficientemente puntuale da definire i limiti di un indagine che, altrimenti, rischierebbe di girare a vuoto. Su queste basi il critico ha mano libera per individuare, all’interno del panorama dell’intera storia del cinema, una precisa linea di tendenza che muove da una caratterizzazione generalmente negativa della figura dello scienziato (tale era la figura del mad scientist degli anni ’30) ad una sua definizione genericamente più attiva e propositiva che caratterizza il primo scorcio degli anni 2000. Secondo il saggista tale curva di valore muove da una precisa rispondenza contestuale. Negli anni ’30, infatti, lo scienziato è percepito dal pubblico di massa come qualcosa di incomprensibile e potenzialmente pericoloso. La sua azione, specie quando egli agisce in solitudine nel chiuso di un laboratorio e senza un fattivo contatto con il mondo sociale circostante, è naturalmente destinata alla catastrofe. Il prodotto della sua ricerca non può, in questo senso essere che un mostro, terribile e spaventoso che minaccia la piccola comunità che vive pacifica sotto l’ombra incombente del suo castello/laboratorio (si pensi a Frankenstein, ma anche a L’uomo invisibile).
Negli anni ’50 questa visione solo negativa del pericolo rappresentato dalla scienza registra una sostanziale inversione di tendenza in parte originata dalla paura del conflitto atomico e dalla divisione in blocchi contrapposti del mondo. Lo scienziato diviene figura ambigua, indecisa tra un uso della tecnologia sostanzialmente benevolo ed un abuso della stessa in termini negativi. La stessa bomba atomica è, nella mentalità del pubblico contemporaneo alle pellicole, strumento di distruzione, ma anche estremo rimedio a terribili invasioni aliene (succede in La guerra dei mondi, ma anche in Kronos). Lo scienziato perde parzialmente la sua aura “mad” e diventa figura liminale, divisa tra pulsioni conoscitive e timori di infrazione delle leggi divine o naturali.
Sostanzialmente defilato nel filone dei disater movie degli anni ’70 (alla Airport) dove viene sostituito da quello che Brodesco definisce un quasi scienziato (un tecnico, quindi, e non un ricercatore), lo scienziato trova, nei blockcbuster di fine millennio, un valore quasi salvifico accompagnato da una paradossale vocazione atletico/avventurosa (accade in Indipendence day, ad esempio).
La proposta interpretativa di Brodesco è suggestiva, ma non tiene conto di alcune precise realtà testuali e contestuali che, a nostro parere, sono di estrema importanza per disegnare meglio i confini di un panorama ben altrimenti problemtico.
Intanto ci pare riduttivo il raggio di indagine proposto dal volume che mantiene una precisa vocazione “globale” solo nei primi capitoli del volume quando l’indagine sfiora i primi disater movies di Melies e tocca con mano le contraddizioni dell’espressionismo tedesco. Dopo queste prime pagine l’analisi tende a centrarsi solo sul cinema americano lasciando fuor di discorso, ad esempio, tutta la fantascienza catastrofica del blocco sovietico culminante nei capolavori di Tarkovski. In questo modo non solo divengono parziali le conclusioni circa il cinema degli anni ’50 e ’70, ma si scompagina l’intero ordito del volume che pare indeciso tra l’utopia di una storia del cinema catastrofico ed una più modesta ricognizione “locale” del solo modello statunitense.
Sempre sugli anni ’50, se ci pare suggestiva la lettura proposta di un capolavoro come Ultimatum alla Terra, ci pare se non altro curioso che l’autore abbia pensato di tener fuori dall’analisi un film germinale come L’ultima spiaggia di Kramer, un film pacifista che mette al centro del discorso la parte più angosciosa della minaccia atomica: la sua invisibilità. In un volume che fa della messa in scena sublime dell’orrore la sua ragion d’essere, un’eccezione rara come questa non doveva passare inosservata.
Altrettanto incomprensibile è l’esclusione dal discorso di un’opera come The day after, forse il massimo punto d’arrivo (dal punto di vista sociologico) della rappresentazione della paura atomica. Probabilmente l’esclusione del film dal discorso era motivata dalla sua origine televisiva, ma questa considerazione, lungi dal chiudere la questione apre, in noi lettori, nuovi interrogativi. Tenere la televisione fuori dal discorso significa, infatti, escludere, senza motivazioni sociologicamente pregnanti, dalla trattazione, un intero universo di testi catastrofici che avrebbe potuto contribuire a rendere più frastagliato e complesso il disegno di fondo. Gli scienziati asserviti alle multinazionali presentati in tante fiction su temi come la guerra batteriologica o la diffusione di virus letali avrebbe potuto contraddire, o perlomeno rendere più problematica la visione ottimistica dello scienziato di fine millennio rintracciata dal saggista troppo concentrato sulla sola lente disctorcente dei blockbusters (e tra questi perchè tener fuori una pellicola come The Island che racconta pur sempre la fine di un mondo?)
Non meno immotivata ci pare l’esclusione dal discorso (se non per un breve accenno) dell’opera di Romero (non solo la pentalogia dei morti viventi, ma anche La città verrà distrutta all’alba). Un film come The day of the dead, in particolare, avrebbe potuto contribuire non poco all’efficacia generale del discorso con la sua contrapposizione esibita tra la realtà action dell’esercito e il bisogno di comprensione dell’apocalisse proposto dalla scienza.
Insomma il libro di Brodesco, agevole nella consultazione ed interessante quando entra nel merito delle singole pellicole, ci pare un volume non del tutto capace di portare a compimento quelle promettenti premesse da cui era partito.
Autore: Alberto Brodesco
Titolo: Una voce nel disastro. L’immagine dello scienziato nel cinema dell’emergenza
Editore: Meltemi
Dati: 190 pp, copertina morbida, illustrazioni in bianco e nero
Anno: 2008
Prezzo: 18,00 Euro
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