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Mario Monicelli. La morte e la commedia

Pubblicato il 22 febbraio 2014 da Lorenzo Vincenti


Mario Monicelli. La morte e la commedia

Il libro sarà presentato a Roma martedi 25 febbraio alle ore 18:00 a ingresso libero presso la libreria Arion Monti (via Cavour, 255 - angolo via dei Serpenti) moderato da Oscar Cosulich de L’Espresso e Carlo Dutto di Close Up.

“La vita non è sempre degna di essere vissuta; se smette di essere vera e dignitosa non ne vale la pena”.

Deve essersele ricordate bene quelle sue stesse parole Mario Monicelli quando la sera del 29 novembre 2010 mise fine alla sua intensa vita gettandosi dalla finestra della sua stanza d’ospedale. Le pronunciò tanto tempo prima di fronte al corpo di suo padre Tomaso, trovato da lui stesso riverso a terra in un bagno “modesto” e con in corpo un foro di proiettile a decretare la fine della sua non più degna vita. Il trauma di quell’evento segnò per sempre il percorso del Maestro, entrando prima con l’amarezza della sua natura in un cammino artistico fatto di comicità, satira e arte canzonatoria, ripresentandosi poi, con agghiacciante e drammatica puntualità, nei giorni conclusivi della propria esistenza. In quegli istanti precedenti la fine che lo costrinsero a dichiarare anche la sua di vita non così importante da lasciarla deperire da un cancro alla prostata. E’ sulla base di questo confronto perenne tra commedia e morte, tra dramma e irriverenza, tra cinismo e satira che si è giocata l’intera carriera del regista toscano (ma romano nell’animo), ed è da questo stesso dualismo insito nell’animo da commediografo di Monicelli che muove il testo a lui dedicato oggi dallo scrittore Pascal Schembri. Mario Monicelli – La morte e la commedia (questo l’esplicativo sottotitolo che campeggia, davanti al faccione di Mario, sulla rossa copertina del testo edito da Armando Curcio Editore) inizia proprio con la fine. La fine del Maestro, la fine del suo “film”. Il gesto definitivo e l’esegesi di una scelta che scelta non è. Perché la scelta implica il coraggio mentre per Monicelli quello non ha rappresentato altro che l’atto naturale, la continuazione degna di un uomo “libero”. Dalla fine per poi ricominciare, come in un lungo flashback che a puntate ripercorre tappe, aneddoti, spartiacque fondamentali della carriera dell’artista indissolubilmente e costantemente legati alla crescita dell’uomo-Monicelli.

Il viaggio a ritroso è un viaggio della scoperta per il poliedrico Schembri in quanto permette di rivelare l’essenza del Monicelli artista la cui natura si può comprendere solo se si definiscono i contorni dell’uomo. E quale miglior sintesi è possibile avere se non quella di un uomo che prende di petto la vita a 94 anni preferendo lo scontro con l’asfalto a quello con l’infermità? Era quello Mario Monicelli, il comunista e l’ateo, il solitario e l’antidivo, il cittadino e il rompicoglioni, tante personalità convergenti nell’artista, tanti tratti che hanno contribuito a creare una genialità unica nel panorama cinematografico italiano e che l’autore qui analizza una dopo l’altra attraverso dichiarazioni storiche e cronache del tempo passato. Dopo l’inizio tormentato in cui Schembri passa dal racconto del suo incontro personale con il regista (avvenuto in tarda età) alla scarnificazione dell’atto finale, in cui lo stesso autore rivede l’essenza del suo cinema in una sorta di requiem dissacrante che richiama alla mente le zingarate degli Amici miei (serie di film che racchiude forse più di tutti nella filmografia del maestro questa continua declinazione dei canoni drammatici nella più amara delle commedie), il testo si concentra (solo) sulle tappe fondamentali del regista passandole in rassegna una dopo l’altra in una composizione che si fa, di volta in volta, analitica, aneddotica, saggistica e persino romanzesca. La raffinata penna di Schembri si lascia apprezzare per l’umanità con cui descrive l’artista e per il rispetto con cui si avvicina al mondo chiuso ed ermetico del Maestro. In punta di piedi e con una partecipazione (a tratti commovente) dignitosamente celata dietro la rigorosa professionalità del biografo, l’autore ci racconta il Monicelli pubblico e quello privato. Lo fa ripercorrendo un pezzo di storia d’Italia, la stessa che Monicelli ha attraversato, ha descritto e riscritto con il suo tocco sagace, con la sua geniale verve comica, con l’innovazione della sua scrittura. Un Italia che il maestro ha vissuto e non osservato e che riverbera con la potenza della sua tradizione in ogni fotogramma di cinema da lui prodotto.

E’ così che, pagina dopo pagina, il lettore si stacca dalla propria realtà e compie un viaggio sano nell’Italia che più non c’è. Scopre gli anni del fascismo e della resistenza, il dopoguerra di Monicelli, il boom economico e la censura vissuta dal maestro, i suoi alti e i suoi bassi, l’impegno dietro i suoi capolavori, l’interminabile carica innovativa di un cinema da tutti riconosciuto “di qualità” ma troppo spesso relegato nell’ambito del prodotto “nazionalpopolare”. Schembri ci tiene a porre l’accento, nella sua analisi approfondita dei capolavori monicelliani, sulla eccezionale forza rivoluzionaria di quei film, ci ricorda che Monicelli è quell’autore con la A maiuscola che ha tolto la maschera a Totò (Guardie e ladri) per immergerlo (spiazzando tutti) in una realtà vera e persino drammatica, è colui che di questo contesto (lo stesso pianto dal neorealismo) ha saputo farne uno sfondo comico ideale del quale ridere e nel quale costruire giocose parodie dell’Italia nostra (seguendo un filo conduttore che dalla commedia dell’arte è proseguito con Ruzante, passando per Goldoni, sino ad arrivare agli sgangherati fannulloni de I soliti ignoti). E’ l’autore che ha sovvertito tutti i cliché del genere comico, che ha reso sistemica la presenza della morte nella commedia, producendo quel ragionamento e quell’amarezza di fondo mai più rinnegati dagli autori successivi. E’ colui che ha contribuito a farla conoscere e apprezzare dal mondo intero come un prodotto tipico della nostra cinematografia. Un marchio di fabbrica riconoscibile ovunque e ovunque apprezzato. Perché quella “All’italiana” sarebbe stata, da allora e per sempre, la commedia di Monicelli, dei suoi grandi amici e colleghi Germi e Steno, dei personaggi meschini e abietti di Sordi, di Peppe er pantera e Capannelle, guappi sfigati e perdenti del finale amaro de I soliti Ignoti, di Oreste Jacovacci e Giovanni Busacca, codardi de La Grande Guerra che fuggono e scappano per poi morire con un coraggio che mai avrebbero pensato di avere. Uomini, personaggi, perdenti che Schembri fa rivivere oggi nel suo libro con estrema lucidità e che con altrettanta chiarezza analizza in un racconto appassionante sul quale è piacevole gettarsi a capofitto per imparare ad amare una delle personalità artistiche e umane più importanti del secolo passato. Un genio introverso, semplice e caparbio al quale dovremmo ripensare tutti nei momenti in cui la schizofrenia collettiva della società attuale mina la tranquillità nostra e invade prepotentemente la sfera intima delle persone.


Autore: Pascal Schembri
Titolo: Mario Monicelli. La morte e la commedia
Editore: Armando Curcio Editore
Collana: Electi
Dati: 160 pp.
Anno: 2013
Prezzo: 12,90 euro
Isbn: 978-88-97508-68-7
webinfo: Scheda libro su sito Armando Curcio Editore


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