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Mineurs

Pubblicato il 29 febbraio 2008 da Alessandro Izzi


Mineurs

Mineurs (che in francese vuol dire sia minatori che minori) nasce dall’incontro magico tra uno sguardo (quello degli autori) ed una terra (la Lucania) che tanto sembra aver bisogno di essere finalmente raccontata. E non solo dal cinema. Il risultato di questo incontro (che, per quanto possa apparire paradossale, è sempre più raro come starebbe a dimostrare l’enorme quantità di cinema impersonale che pullula nelle nostre sale) è un capolavoro di maieutica in cui la storia e i personaggi che la popolano sembrano erompere dal suolo come le gemme di una primavera quieta e violenta al tempo stesso. Guardare Mineurs, da questo punto di vista, è come guardare un fiore che sboccia sotto i nostri occhi con la naturalezza di un racconto che si dipana secondo le coordinate di una narrazione piana e fin troppo classica, ma anche con l’urgenza di dire qualcosa che ci dovrebbe stare molto a cuore.
E, man mano che la proiezione avanza, si palesa il senso di una storia che vive tutta nei suoi piccoli personaggi, nei dettagli minuti colti con l’immediatezza dell’alta definizione piegata alle esigenze di un film in costume (scelta che disorienterà gli spettatori più giovani abituati alle luci rossicce ed apparentemente più ricche di tanta fiction storica nostrana), che respira sui volti dei suoi interpreti presi dalla strada e due volte più bravi perché interpretano goffamente se stessi e, quindi, ci regalano, tra le inquadrature, un vieppiù di verità.
Mineurs non è solo il film che spezza un tacito veto e ci racconta senza infingimenti di quando eravamo noi italiani ad essere migranti, ma è anche e soprattutto un commosso documentario sulla sua stessa realizzazione, la cronaca non scritta, non detta eppure incredibilmente “filmata” della scoperta numinosa di luoghi, di una storia e della loro verità.
Più che il film che palpita nelle immagini, è il film che scorre sotto di esse a colpirci, a non permetterci di restare indifferenti. Più che il detto è quello che si indovina sotto il detto a diventare, per noi, incredibilmente fonte di emozione. Perché si sente, ad ogni passo del racconto, quanto quella storia si scriva man mano che viene scoperta e come cresca, sotto le mani degli stessi autori, man mano che altri dettagli si aggiungono al mosaico dei racconti di tutti i narratori. Perché sono storie vere quelle raccontate in Mineurs. Erano sulle case e sui volti, tra le strade e nelle cantine. Gli autori son solo quelli che, passando di lì, le hanno raccolte.
Storie, a pensarci un solo minuto, tanto simili eppure tanto diverse a quelle che ognuno di noi ha nella propria famiglia. Perché non c’è davvero famiglia di italiani che non abbia almeno un migrante al suo interno e che non conosca il dramma di chi è costretto a lasciare la propria terra e le difficoltà di chi deve inserirsi in un ambiente nuovo, indifferente quando non apertamente ostile. Storie che abbiamo imparato a non raccontarci più dal momento in cui da paese di emigranti ci siamo trasformati in paese ospitante imparando quell’arte dell’arroganza che tanto ci faceva male quando scendevamo dai treni o sbarcavamo dalle navi.
Nasce piccolo Mineurs, nel suo racconto di un’Italia arcaica che non esiste quasi più, e poi si evolve, non riesce a tener più nascoste le proprie ambizioni come una cantata barocca che d’improvviso si riscopra oratorio.
Ma è un oratorio laico quello di cui stiamo parlando, anche se articola il suo racconto sulla spina dorsale di un’immensa via crucis che è sia quella dei personaggi che quella del grande crocifisso ligneo (opera, a fil d’ironia, di uno scultore comunista) che dall’umile dimora del suo artefice arriva fino in Belgio, tra i minatori abbruttiti dal lavoro e costretti, letteralmente, per vivere, a mangiare la polvere. Un percorso doloroso dalle case in mattoni dell’infanzia al bianco latteo di un paese di nebbia e baracche (in un’assonanza fruttuosa con le scene finali di Nuovomondo), dai silenzi del borgo natio al rumore intollerabile del treno e delle miniere che raccontano la spersonalizzazione del lavoratore fatto, dagli accordi intercorsi tra Belgio ed Italia, merce di scambio da barattare col carbone. Una via crucis che non può non culminare con una morte, anche se, in pieno rispetto alla logica minimale di un racconto che rifiuta a priori ogni svolta drammatica abusata, a morire non è un italiano, ma un lavoratore ignoto, una figura anonima che è il simbolo e il “fratello” di ogni minatore come il Cristo è, in fondo, per chi crede, la sintesi dell’intera sofferente umanità.
E anche se il finale della pellicola è illuminato dalla speranza per un’agognata integrazione tra gli italiani e i belgi, non da meno questa speranza è offuscata dalle lacrime di chi, guardando il treno che parte, non può fare a meno di pensare che la sua casa è altrove. Come un cielo sereno di pioggia che stempera l’impegno politico giammai sopito del film nei toni di un’elegia commossa e commovente, imperfetta eppure incredibilmente viva.


(Mineurs); Regia: Fulvio Weztl; sceneggiatura: Fulvio Wetzl, Valeria Vaiano; fotografia: Ugo Lo Pinto; montaggio: Antonio Siciliano; musica: Adamo; interpreti: Franco Nero (Michele), Valeria Vaiano (Vitina), Antonino Iuorio (Sagrestano Domenico), Cosimo Fusco (Padre di Rocco), Ulderico Pesce (Maestro Fernando), Dree Stemans (Capo della miniera Dalschaert ), Walter Golia (Armando); produzione: Vawe; durata: 120’


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