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Morire di lavoro

Pubblicato il 14 febbraio 2008 da Gaetano Maiorino


Morire di lavoro

Lo schermo nero, l’inno di Mameli. La repubblica democratica fondata sul lavoro che risponde al nome di Italia si presenta al pubblico in sala, si presenta con i volti rugosi e riarsi dei suoi lavoratori. Gli operai edili di tutta la penisola sono i protagonisti dell’ultimo film di Daniele Segre, Morire di lavoro. Mai titolo fu più attuale e angosciante, più incisivo e degradante. Le dicotomie sono d’obbligo, perché il documentario duro e forte di Segre, racchiude in se stesso una dualismo di fondo: l’Italia che ci fanno vedere contro l’Italia che dovremmo vedere, il paese virtuale e virtuoso dei salotti buoni della fiction di prima serata, contro il paese reale e luttuoso dei cantieri oscurati dello stivale. L’immagine del nostro paese veicolata dai media, soprattutto dalla televisione, è sovraffollata di medici, borghesi, poliziotti e investigatori di ogni sorta. Stereotipi buonisti. Viene da chiedersi sempre più spesso se davvero sia questo il palinsesto che gli spettatori desiderano ogni giorno per tutto l’anno. Senza voler entrare nel merito delle scelte delle emittenti private che hanno il diritto/dovere/necessità di pensare al portafogli, ci si vuole rivolgere per un attimo alla tv di stato. A cosa servono programmi tutti uguali (identità nascoste in pacchi vuoti, incantesimi in cerca di posti al sole) che si ripetono stagione dopo stagione (o che non si interrompono mai) su tutte e tre le reti? Perché non puntare sul cinema di qualità con più fiducia e più spirito di servizio pubblico? Con questa lunga digressione non si vuol demonizzare alcun tipo di prodotto di intrattenimento, solo notare come la nostra televisione ne sia sovraffollata. Purtroppo comprendere a fondo il perché di determinate scelte editoriali, resta un’impresa ardua a chi osserva i media con un po’ di senso critico.

Ma torniamo all’opera di Daniele Segre. Parlare di documentario necessario, sarebbe ripetere quello che tutte le autorità, ministri, parlamentari, segretari di partito e sindacato, che hanno commentato questo film hanno già detto. Un film presentato alla Camera dei Deputati deve avere per forza un valore che va oltre il semplice spettacolo cinematografico, e che supera il pur meritorio statuto di opera artistica. Morire di lavoro è un film che fotografa una realtà. Riuscire a cogliere il messaggio del regista è possibile senza sforzi, perché questo documentario è un lavoro dichiarato, esplicito, comprensibilissimo. Nessuna metafora, nessun volo pindarico di quelli che piacciono tanto a noi critici. Si parla di morti bianche, si parla di incidenti che non dovrebbero mai succedere e che invece invadono la cronaca da anni, sebbene passino il più delle volte rapidi per pochi secondi tra le labbra di giornalisti frettolosi. Come i precari di Parole Sante di Ascanio Celestini, gli edili di Segre parlano di se stessi. Si parla di sacrifici e di dolore in un’opera che recupera una tradizione neorealista nella sua esposizione fatta di dialetti incomprensibili senza le giuste didascalie, declamati dai sciuscià dei ponteggi. Una tradizione tutta italiana che ogni tanto è necessario ricordare, a cui si uniscono gli accenti maghrebini, senegalesi, marocchini, slavi. La scelta di Segre è quella di far parlare i volti. E allora nessuna ricostruzione dei luoghi e nessun pietismo da caso di cronaca nostrana. Sguardi e parole, interpreti “originali” che vengono ripresi dal collo in su, poche lacrime per lo più sommesse. Il fondo nero rimane dall’inizio alla fine, appena tre inserti recitati per far comprendere che si muore allo stesso modo a Napoli come a Torino o a Milano, si insinuano tra le testimonianze raccolte. Alla fine riparte in sottofondo Fratelli d’Italia, fratelli della nostra repubblica fondata sul lavoro, che sì nobilita l’uomo, ma che troppo spesso ormai lo uccide.


(Morire di lavoro) Regia: Daniele Segre; soggetto: Daniele Segre; sceneggiatura: Antonio Manca e Daniele Segre; fotografia: Iacopo De Gregorio e Marco Carosi; montaggio: Daniele Segre; interpreti: Ciro Giustiniani, Luca Rubagotti, Seck Bamba; produzione: I Cammelli S.A.S.; distribuzione: I Cammelli S.A.S; origine: Italia 2008; durata: 88’; www.danielesegre.it


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