Il cinema va a scuola

Sono tanti i motivi per cui vale la pena leggere Il cinema va a scuola di Giampiero Frasca.
Il primo è che la lettura di un libro siffatto ci obbliga a fare quel che le varie riforme che si sono succedute nel corso degli ultimi anni hanno, di fatto, messo in fondo ad ogni gerarchia di priorità. Ovvero a chiederci, ancora una volta, ma con rinnovata energia, cosa sia la scuola e quale sia la sua funzione nel mondo contemporaneo.
Innegabile, infatti, quanto l’istituzione scolastica italiana non sia stata capace di rimanere veramente al passo con l’evoluzione del pensiero e della cultura del mondo che la circonda. In una realtà, come la nostra, in cui la famiglia si è definitivamente sfasciata in una somma di individualità a stento capaci di comunicare tra loro e in cui la televisione ha definito un nuovo standard sociale, la scuola ha perso la sua centralità nel processo di definizione dell’identità nazionale e ha smesso di interrogarsi sullo stesso significato di concetti come educazione ed apprendimento. Non più veicolo di un sapere da trasmettersi, essa, in un certo senso, è diventata una fabbrica di diplomi in cui a contare non è più la quantità e la qualità degli apprendimenti, ma il perseguimento di un titolo e di crediti spendibili in un non troppo immediato futuro lavorativo. Di qui l’importanza della valutazione che più che misurare l’effetto livello di competenze raggiunte rispetto ad un metro di paragone ideale, chiude i conti con se stessa in un delirio autoreferenziale di scartoffie da compilare, griglie su cui barare ed interrogazioni da simulare.
Perso ogni contatto con la globalità dello studente che ha di fronte, il professore limita la sua azione al riempimento dell’altro e dell’alto di nozioni e pragmatismi nell’idea che la scuola non debba più formare persone, ma operatori di settore. Tentativo paradossale di riempire un secchio già pieno.
Giampiero Frasca è un insegnante. E si vede. Anzi si legge.
La materia che affronta è padroneggiata con la manualità di chi non si limita a scrivere per sentito dire, ma di chi la materia di cui parla se l’è plasmata sulle dita come creta da modellare. Per cui, nell’affrontare con rigore scientifico l’analisi delle strutture e dei temi di quei film che hanno scelto di raccontare al pubblico il mondo della scuola, lo scrittore ci mette una passione tutta sua. Quella di chi è stato da tutti e due i lati della cattedra e, pensando a L’attimo fuggente, su una cattedra c’è salito pure con l’idea di guardare il mondo da un punto di vista diverso, che non sia sempre lo stesso di un dualismo dilaniato. La struttura del saggio è, quindi, limpida e precisa. Ad un primo capitolo che ci racconta il modo con cui il cinema ci racconta gli insegnanti (da una parte esaltandoceli come eroi del quotidiano, dall’altra mostrandoceli come stipendiati non del tutto consapevoli della missione che si sono messi sulle spalle) ne segue un altro, altrettanto lungo, sul mondo degli allievi.
Se poco viene speso sul mondo dei dirigenti scolastici e ancor meno su quello dei bidelli (sui quali, pare, solo il cinema italiano sia stato in grado di dire qualcosa di sensato) molto viene detto sulle varie tipologie dei processi educativi, raccontati tutti con limpida cognizione di causa ed uno sguardo sul concreto assai pragmatico.
Certo è che di film definitivi sulla scuola ce ne sono pochi (e tra questi con fatica si annovera il citato L’attimo fuggente), ma quei pochi sanno spesso essere giganteschi. Elephant, di Gus Van Sant è forse l’unico che sia stato capace di dare un senso geografico al mondo scuola, nella sua restituzione di un universo in cui gli studenti sono solo di passaggio, i professori quasi assenti e l’edificio scuola chiuso in una logica quasi concentrazionaria (ma qui andiamo anche un po’ oltre le conclusioni cui arriva Frasca). Dal canto suo La classe di Cantet è rivoluzionario per il modo di filmare l’universo classe in una dinamica di campi e contro campi che danno veramente il senso del rapporto docente-discente.
Il poco che si può rimporvarare al saggista sta tutto nel giro d’orizzonte che muove la sua analisi. Un po’ troppo italiana e, quindi, un poco provinciale. Mancano così, nell’analisi degli spazi, paragrafi convincenti sul mondo dei dormitori molto importante nel contesto anglosassone. Mancano riflessioni sulle sublimazioni delle scuole nei film fantastici (si pensi ad X-men in America o a Hary Potter in Inghilterra) che molto avrebbero avuto da aggiungere al discorso. E anche a restare ancorati nel reliasmo dell’impostazione del saggio, non possiamo non notare come poco sia stato detto di pregnante sulla figura del Nerd che è, invece, fondamentale per comprendere la cultura statunitense.
Peccati veniali di un saggio, nel complesso, interessante.
Autore: Giampiero Frasca
Titolo: Il cinema va a scuola
Editore: Le Mani
Dati: 256 pp, inserto con foto a colori
Anno: 2011
Prezzo: 15,00 €
webinfo: Scheda libro su sito Le Mani
