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Ripper Street

Pubblicato il 9 gennaio 2014 da Lorenzo Vincenti


Ripper Street

Londra, 1889. Mancano pochi anni al nuovo secolo e la capitale dell’Impero britannico si appresta a diventare “la grande” città in cui, di lì a breve, convergeranno tutte le contee limitrofe. Mentre il caos al suo interno dilaga sempre più, aumenta il traffico e la metropolitana inizia quell’espansione necessaria che la condurrà a divenire in breve tempo la più importante infrastruttura del genere al mondo, un perdurante stato di degrado continua però a proliferare nei bassifondi della metropoli londinese. Interi quartieri nascondono ancora sacche di povertà e disagio in cui si alimenta purtroppo un alto tasso di criminalità impunita che mal si presta all’immagine da cartolina della nuova Londra. Per gli oscuri anfratti di Whitechapel, ad esempio, si è da poco consumata una serie di efferati omicidi che ha gettato gli abitanti del luogo nel terrore più totale. Alcune prostitute sono state barbaramente uccise da un impunito uomo misterioso la cui fama, a sua insaputa, rimarrà scolpita negli anni a venire. Il suo nome è Jack the Ripper, lo squartatore. Il più atroce criminale della storia contemporanea, il serial killer per eccellenza, colui che ha scritto la cronaca nera dell’epoca e ispirato la letteratura mondiale di ogni sorta. È lui ad agire nel periodo compreso tra il marzo e il novembre del 1888. È ancora lui a provocare sulla popolazione del periodo, e di quello immediatamente successivo, uno stato di smarrimento e angoscia difficile da abbattere.

Ne è consapevole l’ispettore Reid, investigatore protagonista della serie in otto puntate dal titolo Ripper Street, chiamato ad arginare la criminalità della Londra dello squartatore ai tempi in cui lo squartatore uscì di scena. Attraverso una serie di episodi affascinanti e coinvolgenti il buon Reid si confronta con la psicosi di quella società tentando di limitare lo stato d’agitazione in essa presente e ricucire la lacerazione profonda provocata dallo squartatore. C’è infatti dell’altro crimine che si fa strada in città e Reid & Co. non possono permettersi di trascurarne gli effetti solo per la necessità di creare un mostro a cui imputare tutto il malessere cittadino. È questo il rischio concreto. Che, annebbiati dall’ossessione di Jack lo squartatore, si possano sottovalutare gli altri criminali in circolazione o ci si possa confondere di fronte a degli emuli del ben più noto assassino. Ogni puntata di Ripper Street presenta per questo il suo “Jack” in nuce, ovvero quel progetto di criminale seriale e psicopatico che merita di essere analizzato con lucidità e arguzia prima ancora che si possa tramutare in un nuovo soggetto da prima pagina. Reid e la sua divisione H si confrontano, in corso d’opera, con gentaglia di ogni sorta; dal maniaco assassino di prostitute che si diverte a farsi fotografare mentre uccide le sue vittime, alla baby gang capitanata da un faccendiere ebreo assetato di denaro e potere, fino a giungere ai criminali più sofisticati che tentano la strage di poveri attraverso epidemie diffuse. D’altronde il terreno di Whitechapel è purtroppo un terreno adatto alla proliferazione del crimine e ben si presta, per l’enorme quantità di disagio che ospita, all’esplosione di follia improvvisa, alla deviazione mentale, alla degenerazione morale dei suoi abitanti. Sembra non esserci mai pace per le strade del distretto, esse appaiono come una “gomorra” per giunta schizofrenica all’interno della quale il bravo investigatore, oltre a cercare di battere il tempo nella corsa contro il crimine, è costretto a divincolarsi tra gli ostacoli di una comunità ingombrante. Una comunità fastidiosa e recalcitrante alle regole, rappresentata, di volta in volta (solo per citare alcuni esempi) dal giornalista di nera che si nutre del mito di Jack lo squartatore o dai signori della società civile che tentano di sostituirsi alla giustizia per fare “pulizia” o dagli imprenditori che ostacolano il lavoro investigativo solo per difendere i propri interessi. I casi rappresentati in questa miniserie poliziesca targata BBC, di cui abbiamo appena ammirato gli episodi della prima stagione in onda su Giallo (in attesa di vedere quelli della seconda e ultima), sono accattivanti e nonostante si basino sull’antico e semplice confronto tra bene e male – declinato nella sua più elementare forma – colpiscono in maniera decisa lo spettatore appassionato. In realtà essi sono molto semplici e poco misteriosi. Questo non significa però che non riescano ad affascinare comunque l’animo del pubblico grazie ad una serie di altri espedienti che li arricchiscono e li rendono appetitosi. Il pathos dei crime fortemente connotati lascia infatti il campo, in questa occasione, ad altri elementi quali la prepotenza del contesto scenografico (una riproduzione della Londra più fumosa e sporca, in attesa della rinascita moderna), alla congiunzione storica di tanto in tanto rinvigorita da una serie di richiami ad eventi reali dell’epoca (gli scavi della metropolitana, lo sviluppo delle nuove arti, il dilagante fenomeno della prostituzione) e, in generale, ad una più accurata rappresentazione sociale di tutte le tipologie umane presenti in un’Inghilterra lanciata verso la sfida del nuovo secolo. Tutti elementi che tendono a sporcare il “giallo” del genere di riferimento con qualcosa di più anomalo rispetto ai canoni classici. Per questo forse in Ripper Street risultano più gustosi i personaggi che ruotano attorno rispetto ai caratteri principali, così come quelle immersioni nei vicoli dell’EastEnd londinese compongono un mosaico visivo efficace, puntuale, potente capace di distogliere, molto spesso, l’attenzione da una liturgia narrativa tipica e non particolarmente innovativa. Quello che più colpisce in questa occasione è che tutto ciò, vale a dire lo sfondo e il contorno, riescono in alcuni tratti ad essere più importanti e accattivanti del nucleo centrale. I personaggi cattivi sono più profondi e strutturati di quelli buoni, la Londra suburbana e sventrata scalza i protagonisti per farne delle marionette al proprio servizio mentre le dinamiche del crimine dilagante convincono lo spettatore più di quanto non faccia il protagonista della miniserie. Un Matthew Macfadyen spaesato, non proprio a suo agio nel rivestire i panni di un investigatore di fine ’800 a metà strada tra uno Sherlock Holmes dei poveri e un eroico giustiziere. Il suo di personaggio, così come gli altri principali che gli girano attorno, appaiono purtroppo, ad una analisi più approfondita, alquanto superficiali e indefiniti. La loro debolezza non fa altro perciò che rafforzare quello che di buono e altro c’è in una scrittura seriale tendenzialmente incline a privilegiare la verticalità del singolo episodio a discapito di uno sviluppo narrativo orizzontale molto poco efficace. Le piccole declinazioni narrative sviluppate lungo l’arco degli episodi tendono così a perdersi in una confusione generalizzata che, da una parte, affievolisce l’interesse dello spettatore costante e dall’altro produce dei vuoti apparentemente inspiegabili all’interno della serie. Sarà forse questo il motivo che ha portato alla costante diminuzione degli ascolti in patria e all’automatica cancellazione della serie da parte della BBC all’indomani della deludente seconda stagione? Non può essere affermato con certezza vista la dicotomia che spesso si crea tra consenso popolare e reale qualità del prodotto (a quante chiusure di bei prodotti abbiamo assistito negli anni) ma, in questo caso forse, una serie di questo tipo, con le peculiarità sue proprie, con i pregi e i difetti che mostra, non avrebbe potuto prolungarsi oltre una sospirata seconda stagione.


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