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Taken

Pubblicato il 18 luglio 2004 da Alessandro Izzi


Taken

La fantascienza ha sempre avuto un innegabile merito: quello di metterci di fronte alle nostre ansie e paure maggiori tentando di trascenderle nella dimensione pura del mito o, più semplicemente in quella più spuria, ma comunque rassicurante dell’avventura catartica.
Per questo motivo raccontare l’incontro con l’alieno è, nella logica del genere, una vera e propria sfida con cui bisogna, presto o tardi, confrontarsi. Infatti che cos’è, in fondo che a farci tanta paura se non il dover venire a trovarsi di fronte ad un qualcosa di totalmente diverso da noi? Cosa può farci sentire più inermi del venire a scoprire, di colpo, non solo che non siamo soli nell’universo ma che, anzi, magari, abbiamo dei vicini di casa che possono farci del male senza neanche rendersene conto?
In questo senso la fantascienza migliore non è quella che cerca di raccontarci le dinamiche dell’incontro tra uomini e creature provenienti da chissà quale altro pianeta, quanto piuttosto quella che, centrando il proprio raggio di indagine sull’uomo cerca di capire il modo in cui questo incontro può cambiare il nostro modo di relazionarci con la realtà che ci circonda.
L’alieno diviene, quindi, uno specchio entro cui possiamo vedere riflessa ed ingrandita la nostra stessa misera esistenza, uno sguardo metaforico sulle nostre vite e sulla nostra voglia di non cambiare mai, di rimanere aggrappati alle nostre stupide certezze quotidiane. Da questo punto di vista una miniserie come Taken è il non plus ultra della possibile fantascienza sociologica, perché, al suo interno, poche parole vengono spese per cercare di capire le motivazioni che spingono gli alieni a rapire esseri umani, né ci viene davvero spiegato il motivo dei tanti esperimenti genetici da loro condotti per trovare un perfetto incrocio tra il DNA alieno e quello terrestre (anzi il poco che ci viene detto all’ultima puntata tende al ridicolo), ma tutta l’attenzione si concentra sull’Uomo, nel tentativo di comprendere le sue reazioni di fronte all’ignoto.
L’alieno, in effetti, compare nell’economia del racconto solo raramente, per brevissimi momenti, e i famigerati U.F.O. (frutto di un abilissimo artigianato degli effetti speciali in un trionfo di luci mistiche debitrici dei Close encounters of the third kind di Spielberg) hanno solo brevi e ancor più superflue comparsate mentre a contare davvero resta solo lo strascico che queste brevi apparizioni si lasciano dietro. Secondo un parametro fantascientifico già abbondantemente sperimentato che trova nel Bradbury di Cronache marziane la sua applicazione letteraria più compiuta, l’extraterrestre è, quindi, in realtà, niente altro che un riflesso ambiguo della nostra coscienza che fa direttamente appello sul nostro rimosso per trovare uno spazio di esistenza. L’alieno di Taken, insomma, trova direttamente nella nostra mente la forma più consona con cui manifestarsi, assume la forma, la voce e la sostanza di persone care che abbiamo perduto, prende i connotati di eroi dei fumetti che abbiamo amato e solo gradualmente denuncia la sua estraneità al mondo che lo circonda. E tutto questo viene portato avanti fino alla penultima puntata quando un intero segmento della narrazione è occupato da un’azione fittizia che si svolge solo nelle menti dei personaggi maieuticamente orientate dall’azione di una mente aliena.
Per comprendere una serie televisiva come Taken quindi occorrono gli strumenti della psicoanalisi e dell’antropologia perché parametri come la credibilità scientifica (cara a molti romanzi di Asimov, per esempio) o la linearità dell’intreccio avventuroso di tanta space opera sono del tutto inefficaci. Ed è proprio nella dimensione del romanzo psicologico (perché di romanzo, in fondo si parla, dal momento che la storia si dipana nello spazio di tre generazioni con ritorno ciclico di temi e situazioni) che dobbiamo trovare tutti i motivi di fascino di un’operazione televisiva che aspira alle dimensioni dell’affresco cinematografico. Nel suo prendersi i giusti tempi (specie nella frammentazione assai complessa del primo episodio, diretto con estro da Tobe Hooper), nella sua volontà ad inseguire un racconto sfumato e polivalente (che tocca un vertice nell’episodio Acid tests: un racconto generazionale con colpe dei padri a ricadere biblicamente sui figli), Taken si conferma come uno degli esperimenti televisivi più affascinanti degli ultimi anni. Una sorta di La meglio gioventù tutta americana dove domina su tutti proprio il tema dello sguardo e della visione così cari alla fantascienza degli ultimi anni.


(Taken); Regie: Breck Eisner (episodio Jacob and Jesse), Félix Enríquez Alcalá (episodio Maintenance); John Fawcett (episodio John); Tobe Hooper (episodio Beyond the Sky); Jeremy Paul Kagan (episodio God’s Equation); Michael Katleman (episodio Taken); Sergio Mimica-Gezzan (episodio High Hopes); Bryan Spicer (episodio Acid Tests); Jeff Woolnough (episodio Dropping the Dishes); Thomas J. Wright (episode Charlie and Lisa); sceneggiatura: Leslie Bohem; fotografia: Jonathan Freeman, Joel Ransom; montaggio: David Abramson, Eric Goldfarb, Toni Morgan, Michael D. Ornstein, Fred Toye; musica: Laura Carpman; interpreti: Julie Benz, Emily Bergl, Steve Burton, Eric Close, Catherine Dent, Heather Donahue, Chad Donella, Julie Ann Emery, Dakota Fanning, Matt Frewer, Willie Garson, Jason Gray-Stanford, Joel Gretsch, Desmond Harrington, John Hawkes, Tina Holmes, Ryan Hurst, Adam Kaufman, James McDaniel, Ryan Merriman, Chad Morgan, Michael Moriarty, Andy Powers, Anton Yelchin; produzione: Joe M. Aguilar, Steve Beers, Leslie Bohem, Darryl Frank, Julie Herlocker, Richard Heus, James Lima, Steven Spielberg


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