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Televisionarietà – American Horror Story

Pubblicato il 23 dicembre 2011 da Marco Di Cesare


Televisionarietà – American Horror Story

È il Regno dell’accumulo di sens-azioni la casa stregata che fa da ambiente praticamente unico (giacché dominante) in questa straordinaria serie di Fx, rappresentando non solo un’ulteriore prova – se ancora ve ne fosse il bisogno – che morto l’horror (americano) mainstream sul grande schermo, è stato il fratello più piccolo a raccogliere la testimonianza di cotanta Storia, iniettando nel suo cadavere una nuova vitale linfa e immergendolo in un’inaspettata profondità narrativa e contenutistica, grazie all’ontologia propria del prodotto seriale, parimenti senza soffocarne - perlomeno negli ormai numerosi eclatanti esempi - la sua formale e conclamata forza eversiva.
E la Storia, nella serie creata da Ryan Murphy e Brad Falchuk (già insieme in Nip/Tuck e Glee), fin da subito si fa largo tra le storie, cominciando (e terminando) all’interno di quel quadro cinetelevisivo concluso e ben definito - seppure in una eterna e piena libertà immaginativa - che è Los Angeles, schermo vivente sul quale il Passato viene proiettato come se fosse divenuto un eterno presente. Ossia una strada senza scampo alcuno.
Una gabbia, forse dorata, la casa dei primi del Novecento nella quale si è trasferita la famiglia Harmon (composta dallo psichiatra ed ex professore universitario Ben, la moglie Vivien e l’adolescente Violet), appena giunta da Boston. Gli adulti coi loro problemi: lei un’ex violoncellista di talento, ha da poco perso il bambino che portava in grembo; lui, distrutto da tale esperienza, è andato a letto con una studentessa; infine Violet, una liceale semplicemente problematica. Una famiglia oramai con problemi economici, dopo aver terminato i soldi per comprare quell’antica magione a prezzo ribassato, un affare legato alla sinistra fama che questa porta con sé, grazie alla lunga sequenza di morti lì avvenute.
Un mondo che ritorna, riaffiorando dal Passato, quello portato in scena da American Horror Story; una danza macabra che calpesta le ceneri della (di una) Storia americana, sollevando una coltre che giunge in ogni angolo dello schermo, non permettendo allo sguardo di capire e aumentando quel senso di claustrofobia che tutto attraversa, ogni cosa devitalizzando. Giacché spoglia è la forma della narrazione: pochi dialoghi, poca musica, ad acuire il senso d’attesa che anticipa lo sconvolgente ma freddo fragore della violenza.
Essendo la Storia, in quanto Passato, Morte (che, in quanto Storia, viene perciò di continuo evocata), all’inizio di ogni episodio vi è un flashback che riporta i fatti che, negli anni, nei decenni, hanno coinvolto i diversi inquilini della dimora. Il passato della casa, quindi, scorre così come il sangue mentre, nel presente, assistiamo all’affiorare dei problemi che, nel passato, hanno colpito gli Harmon e che sul presente gettano la loro ombra luciferina. Un Passato trapiantato nell’oggi, una Memoria che viene ben incarnata da Constance Langdon, la misteriosa vicina degli Harmon interpretata da una grande Jessica Lange.
Casa e Famiglia insieme, perciò: ovviamente due entità, queste, tra loro strettamente correlate. Mentre due lati opposti, l’azione splatter e l’horror psicologico, si accompagnano l’un l’altro, giungendo entrambi in profondità, senza peraltro rimanere soffocati dai continui rimandi – dagli omaggi - al cinema di un passato che ritorna, sempre, donando un’inaspettata luminosità contenutistica e formale ai cliché e al già visto. E American Horror Story diviene così, oltre che il collage di pezzi di Storia, una storia e una serie di storie fatte a pezzi. Tessere di un mosaico che si accumulano l’una dietro l’altra, in una poetica dell’eccesso, laddove la ricerca - tipicamente televisiva - di una continua invenzione episodio dopo episodio, diviene quella coltre che tutto rende enigmaticamente confuso (una destabilizzante perdita di conoscenza à la Lost, à la Misfits), un enigma pronto a esplodere con sconvolgente fragore.


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