The dead zone

Quando Johnny Smith (omen nomen) si risveglia da un terribile incidente d’auto, lo shock non potrebbe essere maggiore: sei anni sono passati dal disastro di cui non ha memoria alcuna, la fidanzata con cui sperava di sposarsi un giorno si è sposata con un altro uomo e un dono di preveggenza, che già si era manifestato quando era bambino, rispunta fuori più potente che mai. Zoppicante, incapace a riprendere la sua vita normale anche per problemi imputabili ai sei anni di coma, il protagonista si vede, insomma, piombare tra capo e collo anche il dono maledetto della profezia contro cui (almeno nel bellissimo libro di Stephen King da cui la serie trae spunto) all’inizio combatte strenuamente. Inutile dire che un’idea di base come questa reca già in sé i germi di una possibile serialità di stampo. Ogni persona incontrata da Johnny, infatti, è di per sé una possibile storia, ogni personaggio materiale per un nuovo episodio. King risolveva l’episodicità del proprio assunto narrativo grazie all’idea di un’evoluzione psicologica del personaggio. Le varie e mirabolanti disavventure vissute Johnny erano tra loro consequenziali perché attraverso il filtro di quelle esperienze il protagonista poteva assumere una sempre maggiore consapevolezza dei limiti del suo dono e, quindi, per riflesso, di sé stesso. Per il romanziere americano, insomma, The dead zone aveva tutte le caratteristiche del romanzo di formazione e la frammentarietà dell’ordito narrativo, la mancanza di una sostanziale unità drammaturgica, era il veicolo ideale per la resa di una crescita dolorosa e contraddittoria. Vissuto come un dramma, il dono della profezia finiva per assumere aspetti cangianti e il libro era la storia di come una persona colpita da una vera e propria maledizione poteva trovare nel proprio intimo i germi per una reazione positiva. Era, in altre parole, la storia della trasformazione di una sofferenza personale in una benedizione per il mondo. Sulla stessa linea si era posto Cronenberg nel realizzare il suo film tratto dal romanzo, con la sostanziale differenza che il regista canadese assimilava il tema della preveggenza a quello a lui molto caro della malattia, ottenendo un risultato espressivo assai originale. Nel film ogni visione di Johnny era anche una consumazione della carne, una degenerazione dei tessuti nervosi, un ulteriore passo verso la morte. Era sudore e dolore. Gli autori della debole serie televisiva, ottenebrati dall’idea che ogni eroe del tubo catodico deve avere il più possibile un carattere positivo, hanno preferito, invece, fare a meno di ogni idea di crescita psicologica (Johnny arriva a considerare il suo “problema” un dono fin dalla seconda puntata) in favore di un discorso decisamente più frammentario ed adeguato alle esigenze di una programmazione da prima serata. Depurata dalla sua componente tragica, la trasposizione televisiva rivela la sua sostanziale infedeltà al romanzo, ma lo fa nel modo peggiore. Passabile quando ancora si rifà alle parole scritte del romanzo, la storia di Johnny si fa palesemente ridicola in tutti gli episodi successivi (che rivelano, tra l’altro, un forte debito nei confronti dell’immaginario che Cronenberg aveva dispiegato nella sua non certo memorabile pellicola e, in un episodio, alle immagini di Kubrick per Shining). Diventato un veggente qualsiasi, spinto suo malgrado verso una serialità senza limiti, il protagonista di questo telefilm finisce per assomigliare troppo ai tanti profeti da baraccone che popolano gli schermi televisivi (in specie quelli americani) e non si capisce perché si dovrebbe credere alle sue previsioni o provare empatia per la sua contorta storia sentimentale che qui scivola placidamente in una sorta di menage a trois indeciso tra le ragioni dello spirito (ancora accettabili per la platea televisiva) e quelle della carne (assolutamente improponibili). L’interpretazione di Anthony Michael Hall (catatonica e monoespressiva) non giova alle avventure mirabolanti di quest’uomo qualunque e anche le possibilità di sperimentazione visuale (in un film che dovrebbe parlare di visioni e di interpretazione delle immagini) restano nel rango delle mere utopie. Non è il confronto con la pagina scritta o con la pellicola di Cronenberg a risultare impari, perché anche a voler dimenticare e libro e film, resta innegabile che The dead zone è un quasi totale fallimento.
(The dead zone); ideazione: Michale Piller, Shawn Piller; regie: James A. Contner, Anthony Michael Hall, James Head, John Lafia, Jefery Levy, Robert Lieberman, Armand Mastroianni, Gloria Muzio, Michael Robison, Mike Rohl, Michael Shapiro, Rachel Talalay; sceneggiature: Michael Piller, Shawn Piller, Joe Menosky, Michael Taylor, David Benz, Javier Grillo-Marxuach, David Goldsmith, Philip De Guere, David Benullo, Craig Silverstein, Robert Hewitt Wolfe, Jill E. Blotevogel, Lee Fulkerson, Jon Wesslen, Steven D. Binder, Teddy Tenenbaum, Jeremy Bernstein, Laura J. Burns, Joel Metzger; fotografie: David Hennings (pilot), Stephen McNutt montaggi: Luis Lam, Robert Lederman, Stein Myhrstad, Dave Rees; musiche: Jeff Buckley (“Preghiera per il nuovo anno”), Roy Hay, Jeff Rona (pilot), Clinton Shorter (musica aggiuntiva); interpreti: Anthony Michael Hall, Nicole De Boer, David Ogden Stiers, John L. Adams, Chris Bruno, Kristen Dalton; produzione: Peter Lhotka, Robert Petrovicz, Shawn Piller.
messa in onda: da lunedì 8 dicembre 2003 tutti i lunedì; rete: RAI DUE; orario: 21:00
[dicembre 2003]
