The heroes

Gli eroi del titolo sono lastroni di pietra freddi come la morte che se ne stanno in cima ad una collina a godere la vista strategica di una valle di fango e casupole sperdute di campagna.
Come sempre, in guerra, la collina è importante più di quanto non si direbbe a starci su, prendendo il sole. Gli eserciti se la contendono, consapevoli dell’importanza della sua posizione nella scacchiera astratta delle mappe dove bianco e nero si fronteggiano in cerca di strategie e accerchiamenti: fredda teoria di pedoni cui corrisponde - troppo spesso - il sangue sparso dai fanti veri e la carne lacerata dalle spade.
Intorno a questi eroi di pietra che te li immagineresti, con qualche sforzo, anche nelle terre di mezzo di Bilbo e Frodo, si fronteggiano eserciti che di eroico hanno ben poco. Forse nulla.
Ci sono veterani per cui ogni ruga è una battaglia ed ogni cicatrice fa male, la notte, quando si dorme all’addiaccio. Ma ci sono anche i novellini, costretti a portare armature troppo larghe per i loro muscoli ancora da farsi. E in mezzo a loro scorre tanta ironia e tanto scontrarsi tra l’idea romantica dell’essere in battaglia e la concretezza estrema del soldato la cui vita è al novantanove percento noia e tutto il resto momenti concitati di tensione in cui si prendono, per lo più, le decisioni sbagliate.
Intorno agli eroi si scatenano tre giorni di battaglie, scaramucce e scontri cui Joe Abercrombie, narratore di razza, dedica la bellezza di settecento pagine.
La logica è quella del fantasy realistico. Quello che mette tra parentesi magie e folletti, troll e anelli del potere per mettere al centro l’uomo e la sua amara quotidianità di carne e bisogni primari.
Insomma un fantasy terragno, sporco e grezzo in cui ad ogni passo senti clangore di spade e cozzare di scudi in un meccanismo narrativo che lo stupore se lo va a cercare nel ripido incalzare degli eventi, nel rapido succedersi di volti in una galleria di personaggi così vasta e così tosta che il narratore sente il bisogno di presentarteli prima tutti, uno per uno, in un elenco di personae che starebbe bene a teatro se non si avesse piuttosto l’impressione di stare al cinema.
Sì, perché Abercrombie, che te lo figuri a scrivere rapido rapido su pagine spesse e gialle, quando immagina la scena se la costruisce, nello spazio, come un piano di montaggio preciso e dinamico.
Prendete l’inizio del romanzo e ve ne renderete conto senza fallo. Alcune persone bivaccano vicino ad un fuoco, che appena-appena rischiara qualche metro di oscurità. Fuori del raggio della luce, un buio sinistro si infittisce di rumori. Un nuovo personaggio entra in scena in primo piano. Campi e controcampi si susseguono veloci nel confronto tra chi aveva acceso il fuoco e il nuovo visitatore che, si scopre, non è solo. Nuovi personaggi si annunciano a voce e tu li vedi entrare dal buio come in quei film che ad ogni stacco di montaggio corrisponde una new entry e l’immagine si ferma, come in Tarantino, con tanto di sottotitolo e stacco musicale ammiccante e pulp.
Cinema all’ennesima potenza che si scrive in romanzo per un pubblico per lo più abituato alla televisione e al rapido rincorrersi delle immagini su uno schermo non importa più di quale dimensione. Più che romanzo, hai l’impressione, è un ipertesto, un oggetto che il medium libro se lo sente stretto e lo ri-media in allusioni ad un narrare più franto e più veloce.
Del resto il messaggio non è lo stesso di un tempo. Il genere eroico ha ceduto il passo ad un narrare per cui l’uomo è prima di tutto carne e fame e c’è poco con cui intessere i poemi di una volta.
Qualcuno ha scritto che ci sente sotto la forza evocativa di Akira Kurosawa. Ma per reggere l’accostamento Abercrombie dovrebbe avere nelle vene più Shakespeare che sangue e così non è. L’accostamento è azzardato, pesante e maldestro. A noi sembra che tutto quel che resta de I sette samurai è quel che aveva già preso Leone per il suo Per un pugno di dollari. Violenza grafica, sberleffo alla convenzioni e forte gusto popolare. Cose che ci sono, certo, anche nel teatro elisabettiano, che in più, però, ci mette anche la poesia e lo sperdersi nel vuoto barocco di un mondo fattosi di colpo troppo vasto e troppo freddo.
Abercrombie vi direbbe che quel che non ci mette di poesia, lo copre tutto con la spezia dell’ironia. Ed è vero! Il romanzo gronda letteralmente di ironia. Sta in ogni pagina, respira in ogni ripido tratteggio, spezza anche l’eccesso di azione e alleggerisce i passi lunghi di attesa di battaglie che tardano ad arrivare.
Ma l’ironia è grandiosa quanto è consapevole del suo essere una distrazione dall’horror vacui. È meno densa quando è puro gioco letterario e convenzione di genere.
Abercrombie è grandissimo narratore e i suoi personaggi sono spesso grandiosi, ma il suo romanzo difetta di qualcosa.
C’è il pathos della battaglia e c’è l’ironia asprigna della fine della blanda retorica guerresca, ma manca il senso forte della guerra e della pietas della guerra. È l’orrore raccontato da chi l’orrore se l’è sempre visto attraverso il mirino di una telecamera o sullo schermo del PC e che ha trovato l’aurea forma del distacco del soldato che, come in Valzer con Bashir, si nasconde dietro le amnesie dissociative.
Sicché più che quel che c’è, comincia a colpire, in The heroes, proprio quel che manca.
Stilisticamente The heroes è un romanzo (edito da Gargoyle) di azioni e situazioni. Il fraseggio è tutto dialoghi e concise descrizioni. La ricerca costante dell’uomo da mettere in scena conduce alla riduzione al grado zero del paesaggio. La descrizione dei luoghi è sempre funzionale a creare gli spazi nei quali ospitare battaglie. Il luogo non c’è mai per sé, ma solo perché deve essere attraversato. Non c’è mai, nel narratore, il bisogno di perdersi nei paesaggi, nel lasciarsi cullare dalle meraviglie del mondo immaginato.
La differenza sostanziale tra Tolkien e Abercrombie non è, come vorrebbe quest’ultimo, nella novità dell’ironia, ma nel fatto che l’autore de Il Signore degli Anelli la guerra di trincea se l’era fatta per davvero, aveva immaginato un mondo intero e soffriva ad ogni pagina nel vederlo messo in forse da un male assoluto e subdolo. Della guerra coglieva più la pietas che la possibile ironia, delle battaglie sentiva l’odore del sangue e non si limitava a contemplarne l’immagine.
Come Benjamin Britten, sommo poeta del Requiem di guerra, cantava prima di tutto la consapevolezza del fatto che l’orrore è grande e l’uomo infinitamente piccolo, «sed mortales alter quando alterum sic sublevat, e dolore procreata caritas consociat».
Autore: Joe Abercrombie
Titolo: The heroes
Titolo originale: The heroes
Traduzione: Claudia Costantini e Serena Vischi
Collana: Extra
Editore: Gargoyle Books
Dati: 728 pp, copertina rigida
Anno: 2012
Prezzo: 17,90 €
Isbn: 978-88-89541-78-4
webinfo: Scheda libro sul sito Gargoyle
