The man in the high castle (Stagione 3) - Teste di Serie

Combattere il presente per salvaguardare il futuro. O, nello specifico della terza, sontuosa stagione di The man in the high castle, combattere il presente per salvaguardarne un altro. O altri...
In un susseguirsi di inseguimenti, complotti e muti ravvedimenti, la creatura ideata da Frank Spotniz e ispirata al romanzo ucronico La svastica sul sole di Philip K. Dick, del 1962, palesa fin dalle primissime sequenze una brillantezza in fase di scrittura da far invidia alla stragrande maggioranza di prodotti attualmente sul mercato. Mentre Juliana Crain (Alexa Davalos) é impegnata nella Zona neutrale a spargere il verbo contenuto nei film realizzati dall’Uomo nell’Alto Castello Hawthorne Aberdsen (Stephen Root) e, allo stesso tempo, tenta di venire a capo dell’intricata situazione in cui é imbrigliata grazie al rapporto che la lega con il ministro del commercio giapponese Tagomi (Cary-Hiroyuki Tagawa), Joe Blake (Luke Kleintank) viene incaricato dall’SS-Reichsführer Heinreich Himmler (Kenneth Tigar) di scovare ed eliminare tutti i dissidenti del Reich, sparsi su suolo americano; nel frattempo, l’Obergruppenführer John Smith (Rufus Sewell) e sua moglie Helen (Chelah Horsdal) finiscono nell’occhio del ciclone originato da pettegolezzi e soffiate, in merito alla morte del loro figlio malato Thomas (Quinn Lord), per altro, pluridecorato, osannato e, almeno in nome dei valori e del decoro del Reich, adottato come simbolo della nascita della nuova generazione nazista.
The man in the high castle conserva tutti i pregi messi in mostra nelle recenti stagioni, con gli sceneggiatori abili nel riuscire a fondere – e questo è sicuramente uno dei pregi più altisonanti della serie – più generi contemporaneamente, senza mai scivolare in una specie di incompatibilità narrativa tra essi. Trattandosi di un prodotto tipicamente ucronico – così come lo era il romanzo di Dick – questa terza stagione si assottiglia ancor di più lungo il filone della spy-story, contaminata da accenni di road-movie e, da questo punto con maggior spinta, anche dalla fantascienza – gli universi alternativi, oggetto del desiderio di molti - e mai svincolata dai ceppi drammatici a cui lo spettatore é ormai abituato, ingranaggi fondamentali nell’estensione immersiva-riflessiva della serie: i patemi della famiglia Smith, che trasformano sempre più l’Obergruppenführer John Smith in un personaggio in bilico tra la devozione alla causa nazista, integerrimo e cinico, e l’atroce dubbio sulla nobiltà dello stesso Reich, che inizia a divorarne la psiche – una fiamma accesa con la morte del figlio, alimentata da incubi violenti e dall’incontenibile crudeltà degli esperimenti del dottor Mengele, mentre Aberdsen stesso gli chiede sul finire di stagione «Ricordi mai quando combattevi per l’altra parte, John?» -, delineandolo come un personaggio ambiguo, spesso indecifrabile e, per questo, imprevedibile; la consapevolezza del ministro del commercio giapponese Tagomi di appartenere a un mondo alternativo ingiusto e sbagliato; l’apertura passionale dell’integerrimo e spietato ispettore capo Kido (Joel De La Fuente) nei confronti di una prostituta che libera dai suoi vincoli e a cui offre l’agognata libertà.
Tutti questi – e altri – personaggi non agiscono mai secondo flebili impulsi, ma si lasciano trasportare dal flusso di una Storia corrotta, finendo con l’esternare un bisogno di mutamento, anche di rivalsa personale al continuo assoggettamento di forze costrittrici e fasciste; il mondo ucronico messo in scena da Spotniz é un campo di concentramento adorno di praticelli ben curati e stendardi rosso cremisi, un dedalo di anime dannate e imprigionate in incubi atroci, un fittizio paradiso sbiadito dall’opulenza e dagli invasati principi del Reich e, in questo clima di perenne soffocamento, i protagonisti annaspano alla ricerca di pace, liberi da quel morbo maligno che pesa nel loro petto. E lo spettatore con loro, completamente avviluppato in un presagio di morte, spaventato e irrimediabilmente già affezionato anche al più debole dei comprimari. Ed é questo l’aspetto più prezioso di The man in the high castle: la naturalezza con la quale ci si affeziona a personaggi così umani e verosimili – sfaccettati, indipendenti, dinamici – da riuscire a porre in risalto l’intero contesto in cui agiscono.
Basta davvero poco per rendersi conto del pregevole operato di Spotniz e degli sceneggiatori, a causa della complessità e della stratificazione di una narrazione sempre avvincente, della necessità di sfruttare e ottimizzare un gran numero di personaggi principali e per l’accuratezza di un contesto storico che funge ben più che da sfavillante cornice.
Giunta alla terza stagione, mantenendo – e, spesso, innalzando – una carica emotiva sempre così esplosiva, The man in the high castle é una serie che nessuno dovrebbe sottovalutare o abbandonare per strada. É il grande Cinema che ci avvinghia l’anima. Come i film dell’Uomo nell’Alto Castello: é una liberazione; bellezza a colori e in bianco e nero.
(The man in the high castle); genere: storico, ucronia, spy, fantascienza, drammtico; showrunner: Frank Spotnitz; sceneggiatura: Wesley Strick, Chris Collins, Eric Ellis Overmyer, Elizabeth Benjamin, Kalen Egan, William N. Fordes, Dre Ryan, Eric Simonson, Chris Wu Philip K. Dick (romanzo); stagioni: 3 (rinnovata); episodi terza stagione: 10; interpreti: Alexa Davalos, Rupert Evans, Luke Kleintank, DJ Qualls, Rufus Sewell, Cary-Hiroyuki Tagawa, Joel de la Fuente, Chelah Horsdal, Brennan Brown, Callum Keith Rennie, Bella Heathcote, Jason O’Mara, Giles Panton, Stephen Root, Kenneth Tigar; musica: Dominic Lewis; produzione: Amazon Studios, Scott Free Productions, Electric Shepherd Productions, Headline Pictures, Picrow; network: Amazon Prime Video (U.S.A., 5 ottobre 2018), Amazon Prime Video (Italia, 5 ottobre 2018); origine: U.S.A., 2018; durata: 60’ per episodio; episodio cult terza stagione: 3x05 - The new colossus; 3x10 - Jahr Null (3x05 - Il nuovo colosso; 3x10 - Jahr Null)
