The O. C.

The Orange County non è soltanto quella meravigliosa fetta della costa californiana, tra Los Angeles e San Diego, popolata di spiagge da brivido e ville ultra costose, ma è anche, forse, la zona che registra la maggiore concentrazione di capitali pro capite dell’intera America.
Non stupisce, quindi, che, proprio intorno a questa aria di massima agiatezza sorga, come un incubo grottesco, anche tutta una serie di quartieri ombra (come Chino) dove l’indigenza regna sovrana e dove le condizioni di vita e la distribuzione delle risorse sfiora livelli non poi tanto lontani dagli abissi di quieta disperazione del terzo mondo.
La ridente contea dei ricchi conservatori americani è passata recentemente alla ribalta delle cronache quando, appena una decina di anni fa (l’anniversario sarà a dicembre segnatevelo e brindateci su) fu travolta da un possente crack economico e costretta a dichiarare banca rotta. Il racconto di questi giorni tetri per l’economia americana sono tutti efficacemente narrati in uno dei primi libri di Michael Moore (Downsize This, recentemente tradotto dalla Mondandori e spacciato al pubblico come nuovo libro anti Bush), volume nel quale potete trovare anche la soluzione che la ridente contea ha trovato per risolvere i problemi del suo conto in rosso: aprire le proprie profumate discariche a tutte le contee limitrofe dietro pagamento di un pingue compenso.
Ad ogni modo l’Orange county non è popolata solo da biechi affaristi e, dietro la facciata dei rampanti capitani d’industria, si nasconde (ma proprio bene) anche un cuore capace di realizzare, di tanto in tanto, che se è loro permesso vivere negli agi, la cosa dipende dal fatto che un’altra parte della popolazione vive nella miseria più nera. Non ci deve, quindi, stupire più di tanto se, alla fine, qualche complesso di colpa per il maloppo mal tolto riesce a superare il loro livello di incoscienza e ad imporsi nella concreta realtà dello stato di veglia. Risultato diretto di questi complessi è proprio la serie televisiva recentemente messa in onda da Italia 1 che ha registrato in patria superbi record di ascolto.
Diciamoci la verità, la calda accoglienza del pubblico riservata al telefilm, la si deve prima di tutto alla garbata qualità della confezione, anche se il modello di riferimento della serie sembra essere prima di tutto il williamsoniano Dawson’s Creek da cui The O. C. eredita l’attenzione per il mondo adolescenziale, la curiosità poco pruriginosa per le questioni di cuore e qualche sapiente ammiccamento (Marissa sembra essere davvero una fotocopia a colori della Joey di Dawson). Ma mentre Williamson puntava tutto il suo interesse sulla situazione della provincia, colta con discreto gusto middle-class, e farcita con gustosi riferimenti cinematografici e con un interesse mai posticcio per le contraddizioni dell’adolescenza, The O. C. vive tutto del tentativo di rimozione operata dall’upper class nei confronti delle classi sublaterne. La macchina da presa, tenacemente calata nella realtà delle ville lussuose e delle scuole private, sembra rifiutarsi strenuamente di trasformare i quartieri più poveri in possibile oggetto di visione. Costretta oltre i limiti angusti dello schermo televisivo, quella realtà diventa così solo oggetto di discussione (non proprio privilegiato) tra gli arricchiti pargoli del sistema capitalistico. Le crociate ecologiche che creano anche una discussione animata tra i due genitori, le serate di benificenza e quant’altro viene ideato dai vari personaggi della serie non sono altro, quindi, che un tentativo di lavarsi la coscienza, un modo per dare l’impressione di condividere le proprie ricchezze con chi ne avrebbe più bisogno. Di qui alla possibile soluzione finale il passo è breve! Se proprio non ce la fate più a vivere con l’anima oppressa dal pensiero degli sfortunati che premono i confini della contea, allora la soluzione non può che essere l’adozione di un cucciolo del sottoproletariato (che sarà sicuramente consenziente e grato), ma fate attenzione: è pur sempre un bastardino quello che vi mettete in casa e, almeno fino a quando non si sarà perfettamente integrato, c’è sempre il rischio che possa mordervi, ma solo per istinto, mai per cattiveria.
Questo in estrema sintesi è The O. C., una serie che ci racconta più di quanto vorrebbe, figlia di un sistema abnorme e abnorme a sua volta nel suo glissare su temi forti alla palese ricerca di acclamazione popolare (e quindi soldi che non saranno mai devoluti ad associazioni benefiche).
Se la serie funziona presso il pubblico questo lo si deve al fatto che mantiene sempre nei confronti della materia una dimensione buonista e generica che appiana ogni conflitto. Ai più poveri piace perché è bello vedere che quei maledetti ricchi hanno problemi di cuore come qualsiasi persona, ai più ricchi piace perché rifila ai protagonisti sentimenti progressisti che fanno onore alla categoria, ai ragazzi piace perché si parla di sentimenti con le sincopi da linguaggio telefoninico (tvb, tat ecc.).
Ma, ad onor del vero, non saremo sinceri se non ammettessimo che a farla funzionare è anche il riuscito mix tra gli attori, soprattutto per il ciglio rabbioso che Benjamin McKenzie regala al suo Ryan e per la logorrea autocritica che Adam Brody dà al suo Seth.
Alla fine resta, però, un’impressione di artificio ad ingolfare il tutto. Insomma già è abbastanza intollerabile che ci debbano essere al mondo persone palesemente troppo ricche, ma passare una serata a sorbirci anche i complessi di colpa che nutrono per la loro condizione privilegiata ci sembra francamente troppo.
(The O. C.); regie: Daniel Attias, David Barrett, Sanford Bookstaver, Rodman Flender, Michael Fresco, Michael Lange, Doug Liman, James Marshall, Robert Duncan McNeill, Patrick R. Norris, Steven Robman, Keith Samples, Helen Shaver, Sandy Smolan, Lev L. Spiro, Ian Toynton, Jesús Salvador Treviño; ideatore: Josh Schwartz; sceneggiature: Jane Espenson, Debra J. Fisher, Liz Friedman, Drew Z. Greenberg, Allan Heinberg, Erica Messer, Brian Oh, J.J. Philbin, Melissa Rosenberg, Stephanie Savage, Josh Schwartz, Laura Heath Terry; fotografia: Jamie Barber; montaggio: Norman Buckley, Susan Godfrey, Jeff Granzow, Matthew Ramsey; musica originale: Jeff Buckley, Mike D, Alex Greenwald, Adam Horovitz, Jason Schwartzman, Courtney Taylor-Taylor, Christopher Tyng, Adam Yauch; interpreti: Peter Gallagher, Kelly Rowan, Benjamin McKenzie, Mischa Barton, Adam Brody, Chris Carmack, Melinda Clarke, Rachel Bilson, Tate Donovan; produzione: Fox television
