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Addii - Mike Bongiorno

Pubblicato il 10 settembre 2009 da Edoardo Zaccagnini


Addii - Mike Bongiorno

Se ne è andato Mike Bongiorno. Ciao Mike, allora, da chi ha incrociato il tuo sguardo un milione di volte, senza averlo mai cercato. Da chi non ha mai incontrato te, ma sempre la tua immagine inevitabile, già matura, anziana, rilassata. Ciao Mike Bongiorno, suono antico. Sentito per la prima volta a zero anni, e poi udito altre miliardi di volte, altre miliardi di volte pronunciato. Ciao da chi ricorda Telemike e La Ruota della fortuna, con te annoiato ed entusiasta, sempre bravo. Buon viaggio Mike Bongiorno, da chi è cresciuto con le mille imitazioni di te. Da Sabani in giù, sempre uguali, spesso esagerate, a parte quella di Fiorello, verosimile, intelligente, più che dignitosa, meritevole d’applausi. Allegria a te, viso di famiglia, insospettabile partigiano. Forse l’avevo sentito dire, o forse l’abbiamo scoperto oggi, diventando espertissimi di te in mezza mattinata, tra la radio e la televisione, ancora lei, soprattutto lei, tua madre, tua terra e tuo pianeta, di cavi, di carta e macchinari. Ciao a te che sei la preistoria di quella televisione che per noi è ovvietà, normalità, natura. Ciao Mike, pioniere di Lascia o raddoppia?, due verbi, pure questi, sentiti pronunciare tante volte, con te subito in mente, tra frammenti di memoria sbiaditi e radi, di bianco e nero rovinato. Buona avventura e buon riposo, a te che hai tirato fuori la televisione italiana dal suo grembo, che l’hai allevata e fatta adulta, sana o malata che sia, bella o brutta che sia. Oggi, disprezzabile sessantenne o giù di lì, più giovane di te, meno bella di te, oggi, e chissà nell’intimo che cosa ne pensi tu? L’americano strano, italianissimo, che la mia generazione ha sempre visto come un pezzo grosso del museo, roba dei pigri sabato sera casalinghi dei nostri genitori, dei loro divani di velluto opaco, popolare, soprammobiliato, col frigorifero in cucina e il televisore nel salotto. Arrivederci Mike Bongiorno, che ci sei stato più simpatico quando il furbo Fiorello ti ha ringiovanito, adattato ai nostri giorni, smontato e rimontato tra pezzi di sopportabile pubblicità e telefonate mezzo private, mezzo impertinenti. Viva Radio due, telefoniamo a Mike, che è così simpatico quando si racconta, quando si lascia prendere un po’ in giro, che è grande e scaltro uomo di spettacolo. Addio Mike Bongiorno, buffo organizzatore di gaffe ed enorme simbolo italiano. Good-bye sorridente viso con occhi piccoli e azzurri, capelli di uno strano biondo, passato sotto mille tinte fino ad oggi, che all’improvviso qualcuno ha detto "E’ morto Mike Bongiorno". E ciao a un uomo che per il cinema non poteva non posare, che non ha potuto esimersi dall’essere registrato da quel mezzo pieno di passione per tutto ciò che è vita, storia, costume. Viaggiamo nel tuo cinema, Signor Bongiorno. Visitiamo il tuo rapporto leggero e interessante col cinema italiano. Era il 1974 quando Ettore Scola realizzava C’eravamo tanto amati, trent’anni di Storia politica e del costume italiano. Dalla resistenza agli anni ‘70, attraverso i volti e i corpi di Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Stefania Sandrelli, Giovanna Ralli, Stefano Satta Flores, Aldo Fabrizi e Vittorio De Sica. Più un altro, il tuo, a recitare te stesso nella veste più importante. Il programma era Lascia o raddoppia?, il primo grande quiz televisivo italiano, e molti ricorderanno il duetto tra te e Stefano Satta Flores, circa l’aneddoto di De Sica sul piccolo Enzo Staiola. "Aiaiai" dicevi, anche in quella circostanza, "corra, il tempo stringe, mi deve dare la risposta esatta". E il povero Satta Flores, intellettuale, cinefilo, disgraziato comunista di provincia, la risposta esatta te l’aveva pure data, addirittura troppo. Tu interpellasti il notaio, e la sua risposta fu negativa. Per Satta Flores non rimaneva che una Fiat Cinquecento di consolazione e una moglie in meno da mantenere, tanto stanca era la donna di quell’uomo idealista e sognatore, forse un po’ infantile. Tu l’avresti pure aiutato, ma il tuo compito era un altro. Lascia o Raddoppia? iniziava nel ’55 e nello stesso anno recitasti in un film di poco valore, Il prezzo della gloria, e in un altro di Luigi Zampa: Ragazze d’oggi. Non il migliore del regista, con te nei panni di uno steward affascinante. Per la verità c’è anche un terzo film, sempre nello stesso anno, dal titolo Motivo in maschera, diretto da un certo Stefano Canzio. Tre pellicole in un anno, modeste, senza che tu sia diventato mai un attore, perché eri altro già da allora, e il tuo rapporto col cinema, infatti, è dato soprattutto dal Mike se stesso, presentatore, rubato per un attimo alla tv. Era il 1956 quando usciva Totò, Lascia o raddoppia?. Camillo Mastrocinque, il regista, girò un istant-movie straordinario e semplicissimo, mettendoti nelle mani un adorabile Totò che interpretava il Duca Gagliardo della Forcoletta dei Piani di Castel Rotondo, un nobile decaduto, un Antonio De Curtis invincibile, che viveva tra l’albergo e l’ippodromo, tirando a campare vendendo informazioni su cavalli vincenti (?) a inesperti scommettitori. Quel film si carica di valore ogni giorno di più, e chissà quanto sarai stato contento di averlo girato, di aver messo il tuo essere Mike Bongiorno a disposizione di quel grande attore. Ma non finisce qui il tuo rapporto col cinema italiano. Già, perchè nel 1961, il grande maestro Vittorio De Sica ti incarica di rifare te stesso nel suo Giudizio Universale. Un film affascinante, ambizioso e non del tutto riuscito, che voleva essere splendido come altri capolavori del regista, ma che ahinoi, quella volta non lo è stato. Vabbè, pazienza, tu hai continuato e anche con cose di meno valore, fino a Sogni Mostruosamente proibiti, di Paolo Villaggio, e Venti, di Marco Pozzi. Rigorosamente nei panni di Mike Bongiorno, il vero te stesso, non come in quel ’55 quando ti eri messo in testa cose strane: l’attore.


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