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Americana – Better Off Ted. Scientificamente pazzi

Pubblicato il 13 novembre 2011 da Marco Di Cesare


Americana – Better Off Ted. Scientificamente pazzi

È un inizio degno di nota l’incipit di Better Off Ted, la sit-com della Fox creata dal Victor Fresco di My Name is Earl. Perché si tratta di una satira che colpisce in modo immediato attraverso lo spot di una multinazionale, la ’Veridian Dynamics’, che si mostra al mondo assieme alle parole pronunciate da una suadente voce femminile che espone i principali campi d’occupazione della compagnia (dalla chimica alla medicina, dall’energia alla tecnologia), ma sempre rispettando il compito di servire le persone: «Veridian Dynamics: ogni giorno qualcosa che noi creiamo migliora la vostra vita. Di solito». E quel «Di solito» è l’accento posto sull’ultima inquadratura del commercial che riprende un missile che colpisce il proprio obiettivo. Immediatamente dopo la telecamera centra Ted Crisp (Jay Harrington) che si presenta parlando direttamente agli spettatori: dirigente del settore ’Ricerca e sviluppo’ della multinazionale, è felice di poter lavorare fianco a fianco con i migliori cervelli del pianeta. Nel mentre, però, più volte nel suo ufficio entra il suo capo, Veronica (Portia De Rossi), che con sé porta richieste sempre più assurde, tra cui una semplice domanda, «La zucca può diventare un’arma letale?» cui Ted, appena un po’ pensieroso, risponde: «Sì, si può fare. Perché...?». La donna, sempre mantenendo sul viso un sorriso tirato che è quasi un ghigno, rivelerà che «C’è uno Stato con cui siamo in affari che coltiva zucche e che gradirebbe farne un utilizzo creativo. E uccidere i nemici contenendo le spese».
È elevato il ritmo che si respira nei venti minuti che compongono i vari episodi anche se, nei primi due, il tutto si perdeva in un’inutile superficialità dell’insieme. Fortunatamente però, pagato lo scotto di tale falsa partenza, dal terzo episodio in poi aumentano i brividi comici e il tono generale, con un maggiore affiatamento tra i personaggi e gag più felici, quelle laterali come quelle legate ai fili rossi che attraversano i vari episodi, dove si toccano tematiche che vanno dalla discriminazione nei confronti dei neri al mito dell’operosità e della competizione, fino al predominio delle regole e dei sistemi informatici cui alcuni individui demandano il controllo degli altri individui. Mentre la telecamera osserva abbastanza alla lontana spazi ampi, luminosi e asettici, testimoniando di situazioni assurde che coinvolgono cinici capi in gonnella e scienziati che si lamentano per essere pagati una miseria e che possono loro stessi essere utilizzati come cavie da laboratorio.
Scrutando Better Off Ted il pensiero potrebbe correre a The Office, la sit-com della BBC del 2001 che vide un remake sulla NBC quattro anni dopo, trasformata in un lavoro altrettanto pregevole che presentava un cast nel quale primeggiava un grande Steve Carrell. In entrambi i casi veniva messo in scena un gioco al massacro pregno del cinismo che ammorbava un miserabile ufficio, spazio piccolo e quindi ancora più coercitivo, le cui pareti erano impregnate delle miserie che governano il lavoro di tutti i giorni: una mediocrità diffusa messa alla berlina attraverso un sarcasmo duro, triste e pungente, che prendeva forza grazie all’utilizzo di un assai interessante incrocio tra uno stile documentaristico e i reality show, con sguardi in macchina e confessioni alla telecamera nei momenti in cui l’individuo può sì appartarsi, ma senza essere mai solo con se stesso, sempre così vicino al luogo delle sue pene ed emblema dell’uomo all’interno della modernità audiovisiva che tutto coinvolge.
In Better Off Ted vi è qualcosa di tutto ciò, ma l’attenzione è spostata verso un ’mondo altro’, o comunque lontano, rappresentato per l’appunto dal sistema delle multinazionali e di un potere esterno, distante e alienante che ha sede in un gigantesco grattacielo. E, rispetto ai due The Office, il tono generale non punta sulla sgradevolezza, preferendo mostrare atteggiamenti sopra le righe non solo nelle situazioni, ma anche nei caratteri e nella recitazione, come se una risata, seppur tirata come quella che si dipinge sul bel viso di Portia De Rossi, potesse salvare il mondo intero. Laddove Ted potrebbe essere come la Echo di Dollhouse: forse il più ’umano’ tra tutti, padre single di una dolce bambina, capace di prendere coscienza di quanto gli accade intorno e, magari, di dare vita a un cambiamento o di organizzare una fuga, come può accadere in ogni serie di (fanta)scienza, seppur comica, che parla criticamente del presente. Un presente dal quale, al contrario, è ben più difficile fuggire se si è immersi in un reality ambientato all’interno di uno dei tanti, banali uffici sparsi sul globo.


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