Americana - Castle

Richard Castle (Nathan Fillion) è uno scrittore di thriller di successo, ricco, affascinante, intelligente e colto. Il giorno in cui presenta il suo ultimo best-seller (in cui decide di far morire il suo protagonista) viene convocato dalla detective Kate Beckett (Stana Katic) per chiarire la sua posizione riguardo una serie di omicidi efferati, avvenuti con modalità analoghe a quelle descritte nei suoi romanzi. Chiarita immediatamente la sua estraneità agli eventi, Castle ottiene, tramite conoscenze importanti, di affiancare la detective nelle indagini, in modo da poter meglio studiare le tecniche della polizia e trarre così nuovi nuovi stimoli per il suo lavoro. Contrariata la Beckett accetta gli ordini e i due cominciano le indagini.
Ecco come inizia uno dei thrilling che maggiormente stanno segnando il presente della televisione americana: Castle. In onda sulla ABC in una serata tradizionalmente difficile come quella del lunedì, la serie riesce a catalizzare l’attenzione e il seguito di milioni di americani. A rendere possibile tutto questo concorrono diversi elementi che potremmo definire classici nella struttura delle serie televisive americane. Al centro vi è il tema dell’individuo comune (o comunque lontano dalle logiche della violenza) calato in una dimensione straordinaria. Se infatti la vita di Castle era impegnata nella costruzione e nell’invenzione di fatti straordinari, come quelli narrati nei suoi libri, egli si trova ora a vivere questi eventi, a toccarne con lucidità la terribile realtà.
Un altro elemento determinante, e sempre verde, è il tema dello scontro-incontro tra i protagonisti legati da affinità caratteriali e, probabilmente, anche livello sentimentale l’uno all’altra, in un continuo rincorrersi e sottrarsi. Come nella tradizione, qui il riferimento corre veloce a storici telefilm come Remington Steele (Mai dire sì) e Moonlighting, dai quali Castle ‘ruba’ esplicitamente e a piene mani: basti per questo osservare la figura maschile un po’ guascona, molto simile ai personaggi interpretati da Pierce Brosnan e Bruce Willis.
Rick Castle è sì figlio di questo modello, ma lo è in un’accezione assolutamente moderna: innanzitutto egli è padre, a differenza degli altri due, di una ragazza adolescente (interessante sarebbe un confronto con la costruzione familiare pressoché identica di Lie to me) che spesso mostra un atteggiamento molto più maturo del genitore. Ma egli è anche un ex marito di due donne sbagliate che mostrano, senza troppa noncuranza, più l’attaccamento al suo denaro e al suo successo (una delle due è la sua editrice) che alla sua persona. Inoltre Castle vive l’azione delle sue avventure in un’accezione singolarmente ironica e spesso distaccata (delirante il giubbino antiproiettile con la scritta ’writer’ al posto del più convenzionale ’police’). Essendo però dotato di capacità intuitive fuori dal comune (facoltà che spesso contrastano con il suo personaggio, creando una sorta di vena romantica che non fa che aumentare quel suo fascino ironico e discreto), il suo aiuto nel risolvere i casi risulta essere sempre determinante.
Ma se da una parte la fonte costitutiva di Castle è il ruolo ‘classico’ di cui abbiamo già parlato, fortissima è anche la sua aderenza al suo stesso interprete, Nathan Fillion. Attore whedoniano per eccellenza, Fillion è stato infatti protagonista di quella grandiosa piccola perla fantascientifica che è Firefly, oltre ad essere stato l’ultimo perfido ‘cattivo’ della serie Buffy l’ammazzavampiri (pare, inoltre, che fosse stato scelto dallo stesso Whedon per interpretare Angel in Buffy: la Fox, però, si oppose fortemente, ndr). E tale è la presenza della sua storia attoriale nel personaggio di Castle che nella stupenda puntata Vampire Weekend, in onda in America lo scorso 26 ottobre per la festività di Halloween, risultano evidentissime due citazioni particolarmente esplicite: nella prima Castle, vestendo i panni del capitano Malcolm ’Mal’ Reynolds (il protagonista di Firefly), si rivolge alla figlia sostenendo di essere uno space-cowboy, con lei che, però, ribatte sarcastica ‘...l’hai indossato tipo 5 anni fa, non ti pare sia giunto il momento di cambiare?...’; il secondo richiamo è legato al ritrovamento di un cadavere dalle sembianze di vampiro, tra l’altro morto a causa di un paletto conficcato nel torace, alla Buffy, come sostiene Castle.
Così come per Castle, anche il personaggio di Beckett ha per retaggio i modelli precedentemente espressi, anche nel suo caso modelli che valgono in un’accezione assolutamente moderna del termine. Perché, oltre ad essere bella, intelligente e solida, la donna mostra, rispetto alle eroine dei telefilm anni ’80 precedentemente citati, una forza e una durezza che queste non erano in grado di avere. È come se Beckett fosse una specie di eroina cameroniana. Però, a differenza della Sigourney Weaver di Aliens o della Linda Hamilton di Terminator, sa mostrare, oltre ai muscoli e alla forza, un fascino eccezionale; a rendere possibile tutto ciò è la bellezza androgina della sua interprete, la canadese Stana Katic. Importante è inoltre ricordare la storia personale del personaggio di Beckett, divenuta poliziotta per sopravvivere al ricordo e al dolore di un’ingiustizia subita da giovane, sopruso col quale convive non senza difficoltà.
Ma se questi sono i cardini della serie presi nella loro singolarità, la forza del progetto giustamente nasce dall’unione e dall’interazione di tali aspetti. I due protagonisti sono infatti perfettamente complementari: lì dove finisce la solitudine della Beckett, iniziano la complicità e l’affetto di Castle.
A ultimare il quadro interviene una scrittura spumeggiante e fresca, con casi di indagine ogni volta complicatissimi e articolatissimi che danno ritmo e vita alle storie. E, tra un battibecco e una incomprensione tra i due protagonisti, si snoda una vicenda sempre uguale e sempre diversa, all’insegna di quella straordinaria serialità che è tipica della televisione made in Usa.
