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Approfondimento: Francesco Patierno

Pubblicato il 5 marzo 2008 da Edoardo Zaccagnini


Approfondimento: Francesco Patierno

Francesco Patierno è uno dei registi su cui punta il cinema italiano per il suo presente e il suo futuro. La critica si accorse di lui nel 2002, quando al Festival del cinema di Berlino venne presentato un film parlato in dialetto napoletano strettissimo, e duro come un sasso tirato in faccia a tutta forza. Si intitolava Pater Familias e non fu difficile apprezzarne l’audacia linguistica, la precisione del contenuto e la rilevanza del peso specifico. Il pubblico non se accorse, come accade spesso, di questo film che parlava di Napoli con i toni secchi del miglior realismo italiano e senza nessun complimento al sole e all’allegria delle parti del Vesuvio. Non se ne accorse, il pubblico, perché nessuno si dannò l’anima per portarglielo sotto casa. La lingua di Patierno, intanto, era la stessa usata da altri registi italiani, giovani e meno giovani, che puntavano la macchina da presa su quello che di brutto e proprio vedevano e pativano. Erano Marra, Capuano, Martone e Sorrentino (a modo suo, meno degli altri e soltanto nel primo dei suoi tre, quasi quattro, film). Ancor prima che un film su Napoli, però, e il titolo del film e le dichiarazioni dell’autore lo sottolineano, Pater Familias era un film sulla famiglia: sulle responsabilità che una vita assume nei confronti di altre a questa intimamente collegate. I protagonisti di Pater Familias erano la figura paterna, nella sua assenza reale, fisica e non simbolica, e Napoli, in un amalgama indissolubile, forse non del tutto conscio, tra contesto sociale ed espressioni individuali familiari. Il film contribuiva a raccontare la faccia triste del capoluogo partenopeo: quella opposta al finto morto di Totò in Napoli Milionaria, all’arte di arraggiarsi del venditore di consigli di Eduardo nel film L’oro di Napoli, alla scansonatezza del Maresciallo deschiano e alle manifestazioni enfatiche, un po’ sante un po’ mamme, dell’eterna Sophia. In Pater Familias c’era il piombo di Napoli, altro che oro, l’acido puzzolente di quell’hinterland oggi famoso per degrado urbano, sociale e morale. Questa tendenza del cinema napoletano non si è più estinta da allora: c’è un fiume che trasposta pellicole, sempre piccole, come Certi Bambini (dei fratelli Frazzi, non napoletani), e I cinghiali di Portici (di Diego Olivares). Un torrente freddo e nascosto su cui scorrono documentari selvatici come L’Udienza è aperta (dello Stesso Marra) e Biutiful Cauntri (di Esmeralda Calabria tra i vari), in sala dal prossimo venerdì. Francesco Patierno nasce a Napoli nel 1964. E’ un ragazzo pacato e disponibile che si laurea in architettura nel 1988. Vive a Roma e il suo napoletano è leggero, accennato, morbido ed educato come il suo carattere. L’architetto non lo ha fatto mai e non ha fatto nemmeno l’esame che trasforma la laurea in un mestiere. Dal ’90 si è dedicato alla regia e alla videografica. Si è specializzato nel settore audiovisivo e nella regia cinematografica, pubblicitaria e televisiva. Ha iniziato lunghe collaborazioni con la Rai e un giorno ha visto 8 e ½ di Fellini: l’esperienza non lo ha lasciato per nulla indifferente. Nel 1994 ha vinto il concorso “Antenna cinema” con Il sogno ad occhi aperti, (un progetto televisivo sulla realtà virtuale) e nel 1996 ha realizzato il cortometraggio Quel giorno: un lavoro di una decina di minuti girato in un bianco e nero rallentato, sorretto da una musica disperante che sottolinea un dolore costante. Non ci sperava più, Patierno, che a Venezia fossero interessati al suo piccolo lavoro e infatti stava per partire. Invece una telefonata gli ha annunciato che il corto sarebbe stato presentato alla settimana del cinema italiano della 53ma mostra del cinema di Venezia e lui ha rimarcato la convinzione di poter di fare il regista. Ha continuato a farsi le ossa con la pubblicità e il documentario televisivo, mostrando quella duttilità che riscontriamo oggi, se liberi da preconcetti e da considerazioni precostituite, nel suo secondo film: Il mattino ha l’oro in bocca. Quando gira, qualsiasi cosa giri, Patierno tiene sempre a mente il cinema. E la massima espressione di questo atteggiamento è ben chiara nel documentario La città perfetta, girato insieme a Luca Cambi per il programma di Rai Tre C’era una volta, di Silvestro Montanaro. Con questo bel lavoro il regista ci invita al viaggio dentro il cuore della “nuova” Corea del Sud: un vulcano in eruzione, terzo paese al mondo per consumo di strumenti tecnologici, dopo Giappone e Cina. Seul è la capitale di questo paese e Patierno si domanda se sia davvero una città perfetta. Di sicuro è una delle città del futuro, della fretta e dei contrari che si fondono. E’ la capitale di un’esplosione che dalla fine della guerra e dalla catastrofe economica sta portando il paese verso nuove forme di economia. Un sistema fluido, senza limiti e senza paracadute. La particolarità de La città perfetta sta nell’intuizione di un rapporto tra sviluppo culturale e sviluppo cinematografico: dalla fine degli anni novanta ad oggi la Corea ha proposto, imposto ed esportato alcuni cineasti straordinari: da Kim Ki-duk a Park Chan-wook. Patierno parla coi registi e incastona il cinema dentro un sistema più grande: l’intuizione è due volte fortunata. Quel bel cinema, così popolare da noi, esalta la visione e la bellezza del prodotto documentario. L’indagine sul reale, nel frattempo, diventa un’illuminante ed insolita operazione critica. E’ attraverso le parole e le immagini di film come Old Boy, Ferro 3, Mister Vendetta, Primavera estate autunno inverno e ancora primavera che si srotola questa storia della Corea del Sud, avvolta, per forza di cose a quella della Corea del Nord. Patierno è un cineasta aperto, attento a tutte le possibilità espressive offerte dal cinema e a tutti gli spunti messi in gioco dalla realtà e dalla Storia. Dopo Pater familias, tratto dal romanzo di Massimo Cacciapuoti e prodotto dalla Kubla Khan di Umberto Massa, il regista matura l’idea di progetti ambiziosi e impegnativi. Scrive una sceneggiatura su Francesca Mambro e Cristiano (Giusva) Fioravanti: i fondatori dei N.A.R. (nuclei armati rivoluzionari) responsabili di omicidi politici e accusati, processati e condannati per la bomba esplosa a Bologna quel maledetto 2 agosto del 1980. Il fim vorrebbe essere un modo per raccontare gli anni della violenza politica degli anni ’70, con le idee, gli errori e le morti di tanti, giovanissimi ragazzi. L’argomento è delicato perché i protagonisti non sono esattamente le figure con cui il paese ha fatto i conti. Patierno e Claudio Bonivento (Il produttore) precisano da subito: "Nessuno vuole osannare, difendere o condannare. Noi raccontiamo un pezzo di storia d’Italia". Ma le proteste dell’associazione “Familiari delle vittime della strage” contribuiscono al congelamento del film. C’era già un titolo, Banda armata, poi trasformato ne Il rosso o il nero, e c’erano due interpreti: Giorgio Pasotti e Nicoletta Romanoff. Sulla reazione dei familiari Bonivento aveva aggiunto: "Sono persone che comprendo, anch’io avrei provato la stessa cosa. Forse chi non è stato toccato da questa esperienza può raccontarla perché non si ripetano certe cose". Patierno stesso ammette: "Ho una sincera ed estrema comprensione nei confronti della rabbia dei familiari delle vittime della strage di Bologna. Ovviamente da parte nostra non c’è nessuna intenzione di fare un film che immortali le gesta di due persone che noi per primi consideriamo assassini, per loro stessa ammissione. Attraverso la storia di queste due persone vogliamo tracciare un quadro della fine degli anni ’70 in cui l’Italia era sull’orlo di una guerra civile. Non vogliamo raccontare tutto e ci siamo basati su testimonianze documentate. L’idea è di raccontare un frammento di quella storia, senza entrare nei particolari. Non c’è nessuna intenzione di trasformare due terroristi in eroi. Valerio Fioravanti è un personaggio molto particolare sulla scena del terrorismo: viene da una famiglia borghese e da bambino è stato il protagonista de La famiglia Benvenuti, uno sceneggiato che ha fatto la storia della televisione italiana. Demonizzare un argomento è sempre pericoloso, noi vorremmo riportare l’attenzione su certi fatti perché non vengano né mitizzati né dimenticati". Nel progetto di Patierno c’è la giusta distanza che consente al cinema italiano, oggi, un film su Guido Rossa (Guido che sfidò le Br), uno sulla marcia dei quarantamila (Signorina Effe), due sulla Banda della Magliana (Romanzo Criminale, Fatti della banda della Magliana), uno su Peppino Impastato (I Cento passi) uno sull’attraversamento degli anni di piombo da parte di un ragazzo di provincia (Mio Fratello è figlio unico) e tre su Aldo Moro. Non sono sempre film inchiesta e qualche volta nemmeno film politici. Sono film storici di impegno civile, nei casi migliori, o semplici romanzi a sfondo storico in altri casi. La meglio gioventù fa parte del secondo gruppo ma Valerio Fioravanti, probabilmente, non si presta a nessuna delle due letture: è un personaggio ancora scomodo e irrisolto nel panorama storico italiano. Nonostante nella sceneggiatura non si parlasse di Bologna il film non si è mai fatto pellicola. Patierno non si arreso, tuttavia, ed ha iniziato a lavorare, tra altre mille difficoltà, a un film dal titolo Pericle il Nero, basato sull’omonimo romanzo di Giuseppe Ferrandino. Il film avrebbe Raccontato la storia di un giovane cresciuto per strada e poi reclutato come killer dalla camorra. A interpretarlo avrebbero dovuto essere Pietro Taricone ed Ernesto Mahieux. “Sarà un film duro, una favola nera", disse Patierno. Il libro è ambientato in un quartiere di Napoli la cui vita è pesantemente condizionata dalla camorra e Giuseppe Ferrandino ha costruito il suo Pericle il nero come un noir americano secondo regole più cinematografiche che narrative. Il linguaggio utilizzato nei dialoghi è un dialetto napoletano molto realistico e il tratteggio dei personaggi, sempre acuto e preciso, mescola grottesco e realismo e amarezza. Patierno sarebbe stato perfetto per un film del genere, il regista giusto. Questi due progetti, al di là della malasorte, testimoniano coraggio, impegno e libertà, da parte di Patierno, nello scegliere i suoi progetti cinematografici. “Fare film difficili significa spesso seguire iter molto complessi. Questo è però il percorso che ho deciso di scegliere..”. Passano cinque anni da Pater Familias e Patierno ha continuato a fare pubblicità e documentari. All’alba del suo nuovo film, Il mattino ha l’oro in bocca, lo sguardo e il clima critico nei confronti del regista napoletano sono caratterizzati da una forte stima e da molte aspettative. Il rischio è che ci si aspetti da Patierno un film intriso di realismo e durezza. Un film forte, impegnato, deciso nello scovare scomodità e dolore. Non è così. La sua opera seconda è una commedia drammatica o un dramma leggero. La storia è quella di Marco Baldini: conduttore radiofonico popolare e interessante ma non troppo. Patierno trasforma in cinema il romanzo autobiografico scritto da Baldini stesso (Il giocatore) e conferma quella versatilità che un’attenta visione del suo lavoro aveva già evidenziato. Sa creare ritmo e giocare con i personaggi. Ci dimostra di essere un regista eclettico che sa trattare materiali diversi. La scelta del soggetto lo porta a fare un film gustoso ma un tantino evanescente. Non è un film sulla Milano a cavallo tra gli anni ottanta e novanta, e non è nemmeno un film radio Deejay. E’ un romanzo di formazione narrato con prosa corretta senza clamorose impennate. E’, volendo, un film sul gioco e sulle paure dell’essere umano, al di là delle sue capacità e del suo posto nel mondo. Patierno conferma la portata del suo mestiere e questo film, pericoloso come solo l’opera seconda può essere, dimostra che da Patierno dobbiamo aspettarci molto altro cinema, non per forza legato al dolore e ai temi forti, ma sempre piacevole e interessante da vedere. Il regista ha già detto che vuole tornare, per il suo terzo film , nella sua città, magari per recuperare i registri che l’avevano portato all’attenzione della critica italiana. Ci spettiamo che il suo film vada bene in sala e consigliamo ai suoi spettatori di prepararsi a un film diverso dal precendente, meno intenso e probabilmente meno valido, ma comunque un’opera diretta con intelligenza e capacità. Il Mattino ha l’oro in bocca informa, intrattiene e comunica a bassa voce. E’ Un film che schiva grossa pericoli e che evita clamorosi consensi. Un film con ottime interpretazioni e molti personaggi. Alla Prossima, Francesco, speriamo presto.


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