ATERBALLETTO: LES NOCES/ROSSINI CARDS

ROMA - TEATRO OLIMPICO - 18-21.1. - Nate nel 1923, le “Noces” sono una delle opere più ardue e complesse del repertorio storico della danza, e bisogna essere grati all’Aterballetto già solo per averla riproposta in scena con attenzione filologica: la compagnia ha ristudiato la partitura coreografica, ha ripreso in mano le musiche e infine si è distaccata dalla creazione originaria di Diaghilev per tentare una coreografia „fedele“ nell’essenza, e nello spirito, ma eterodossa nel concreto. Il risultato è molto sagace: il senso ultimo e più profondo resta, intatto e percepibile dallo spettatore moderno; la sequenza di idee sceniche, le musiche sono leggermente modificate invece, alla luce di un approccio sincero, che mira alla comprensione del soggetto dell’opera, visto da un occhio moderno. Il valore rituale dell’azione, e con tutta probabilità anche, -nel mondo rurale della Russia dell’inizio del ’900- del materiale ispirativo originario delle musiche per il loro compositore Stravinsky, resta perfettamente conservato, ma viene manifestato mediante invenzioni nuove, oppure anche interi vocabolari di movimento del tutto contemporanei, nella sostanza definibili di „modern dance“. Non sembrano esserci, tra gli stili di riferimento del brano, tracce di contact, anche se il gruppo è eclettico nella sua formazione; sequenze di corteggiamenti di coppie, di festeggiamenti di „nozze“ tra un danzatore e una danzatrice stipulate di volta in volta si susseguono con gravità e solennità, dovuta tra l’altro sicuramente anche alla potenza della musica, ma anche con trovate formali di grande originalità: sembra anzi accompagnare le invenzioni del coreografo un leitmotiv fondamentale, quello dell’incastro tra linee rette ad angolo retto, che governa tutta la curiosa struttura a sorta di „mobili componibili“ di ferro che compone la scenografia. Le posizioni delle gambe e delle braccia dei danzatori „esposte“ ed esaltate in tutta una serie di portés, riecheggiano questo sconcertante motivo, sconcertante perché apparentemente del tutto alieno al comune linguaggio della danza (ma molto affine invece ad alcune fondamentali produzioni proprio degli anni ’20, seppur lontane da Diaghilev: si pensi allo spirito delle avanguardie che animava allora René Clair nel cinema o nelle arti visuali come nella danza Oskar Schlemmer).
Per il secondo brano, „Rossini Cards“, il coreografo soccombe al fascino irresistibile „orgiastico“, o nelle sue stesse parole, „dionisiaco“ della musica di Rossini, forse non ancora mai a tal punto sfruttata da un punto di vista scenico al di fuori del contesto operistico, un personaggio, notoriamente, di tale carisma che il popolo viennese gli dedicò un Lied. I piaceri della gastronomia e dell’amore sembrano un motivo di partenza delle improvvisazioni create, certamente con grande apporto degli straordinari danzatori della compagnia, per accompagnare tutto un patchwork di musiche tratte dalle più famose opere del Pesarese. In una prima scena, la compagnia siede infatti tutta a tavola, eseguendo una stupefacente „danza da seduti“ (forse ispirata anche ad alcune vecchie produzioni del NDT) inondata di una luce rovente, paonazza-arancione che si staglia sulle fisionomie sensuali dei giovani danzatori come in un quadro del Parmigianino (l’associazione con l’ambiente cortese è suggerita dall’arredo „all’antica“ della tavola). Raramente un pezzo teatrale è riuscito come questi „Rossini Cards“ a entrare profondamente nello spirito della creatività di Rossini, a rivivificare su scena il suo lacerante, passionale romanticismo e sentimentalismo, senza tuttavia cadere in alcuna forma di stucchevolezza, bensí mostrando la spontaneità e sincerità della visione del mondo romantico-ottocentesca e decadentistica. Nelle parole dei diari di Rossini, citate da alcuni performers, appare chiaramente quanto fosse originale, puro quel suo mondo a noi ormai non più accessibile, e quale legame strettissimo esista tra il più tardo Decadentismo e le radici stesse del Romantico. Le improvvisazioni che costituiscono la seconda parte della coreografia, per lo più dei pas de deux o dei piccoli gruppi, sono vere e proprie sperimentazioni atletiche, di posizioni e movimenti originali ed estranei al codice di ogni stile coreografico esistente: una ricerca pura sul movimento, dagli interessanti risultati.
Compagnia: Aterballetto; Coreografia: Mauro Bigonzetti; Drammaturgia: Nicola Lusuardi; Scene: Fabrizio Montecchi; Costumi: Kristopher Millar, Lois Swandale; Luci: Carlo Cerri;
