Bolero - Serata d’autore

ENTE TEATRALE ITALIANO - TEATRI NELLA RETE - BALLETTO DI ROMA.
Nato all’interno del Patto tra MiBAC ed Autonomie Locali, ideato dalla Regione Lazio, in collaborazione con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, e realizzato dall’Ente Teatrale Italiano, il progetto Teatri nella rete si pone l’ambizioso obiettivo di portare teatro, danza, musica e prosa nella realtà della provincia e, più in generale, in quegli spazi in cui ad una forte richiesta di eventi culturali (che, comunque, non manca) non riesce a corrispondere, per i più svariati motivi, un’adeguata offerta. Un progetto triennale, in fieri, che, contando di allargarsi presto a città del Lazio come Rieti e Guidonia, ha già, nel frattempo, coinvolto realtà stimolanti come quelle di Ceccano, Gaeta e Formia (quest’ultima ancora priva di un vero e proprio spazio teatrale eppure teatralmente viva grazie all’azione “guerrigliera” di un collettivo intitolato a Bertolt Brecht: ulteriore dimostrazione, qualora ve ne fosse ancora bisogno, che il teatro non lo fanno gli edifici, ma le persone. Anche se poi gli edifici non è che siano da buttar via!)
Bolero – serata d’autore, bellissimo allestimento del Balletto di Roma presentato al Teatro Ariston di Gaeta (che innesta felicemente questo spettacolo nella sua stagione di prosa di solito dedicata alla commedia brillante, senza tradire la sua vocazione più vera volta all’intensa attività di divulgazione della cultura dello spettacolo presso le scuole), è appunto una di queste offerte. E il successo con cui la proposta è stata accolta fa ben sperare per il futuro di questa lodevolissima iniziativa.
Inutile, in questa sede, dire dell’eccellenza sicura di questa compagnia di danza. Lo spettacolo, diviso in quattro quadri assolutamente autonomi (Turn Pike, Noon, Il racconto del mito e, appunto Bolero) è stato all’insegna della più alta professionalità sempre posta al servizio di una più che precisa idea di cultura ed intrattenimento. Ma procediamo con ordine:
Turn pike è il trionfo di un balletto costruito su geometrie chiuse, come la musica di Bach (quello dei concerti per clavicembalo in cui lo strumento solista ancora non abdica alla sua funzione di mero sostegno armonico di un’orchestra ancora barocca, ma già si comincia a lanciare in assolo mozzafiato) che quadra, coi suoni, i cerchi di distanze perfette. È una coreografia che trasforma i corpi in figure spigolose, spesso meccaniche come marionette, ma che, proprio per questo, conservano la disperata nostalgia per una condizione umana perduta, eppure ancora vicina. Proprio come i grattacieli di una metropoli continuano ad essere case pur avendo perso, nel gigantismo della costruzione e nella ripetizione modulare delle unità spaziali che li compongono, ogni connotazione domestica. Un gesto teatrale, quello ideato da Bigonzetti che disegna vere e proprie figure della mente (prima ancora che dell’anima) in un movimento che si allarga oltre lo spazio musicale, nel silenzio tra un brano e l’altro o tra un’interruzione e l’altra di uno stesso brano, e che spesso si restringe nella prigione di un fascio di luce fatto concreto dall’azione scenica che si svolge al suo interno. Così musica e danza si ritrovano nella comune propensione ad un nitore assoluto, nella comune volontà a superare i limiti imposti dalla gabbia di una struttura rigidamente matematica in nome di una fantasia improvvisamente libera, ma mai disarticolata da quella stessa struttura da cui tutto proviene. Un balletto concettuale, questo Turn Pike, in cui l’Idea trionfa sul peso del corpo e lo fa paesaggio di ferro e cemento. O se preferite: di numeri e di Pensiero.
Diversa temperie espressiva si respira nel successivo Noon (coreografia di Eugenio Scigliano) in cui simmetrie e labirinti cedono il passo ad una suggestione incantata che ha radici più antiche. Non imbrigliata dal bisogno di ricondurre i movimenti ad una restituzione di un mondo che, per quanto trasfigurato dalla fantasia del coreografo, resta innegabilmente reale, il secondo quadro proposto dal Balletto di Roma abbandona ogni connotazione extradiegetica per divenire pura celebrazione del movimento e della danza. Non c’è mai, nel corso dei pochi minuti costruiti intorno alla musica evocativa di Serra, un’idea che preceda o preesista ad un’intuizione coreografica. Idea e gesto nascono, anzi, insieme, sono fusi nello stesso crogiuolo ed è proprio qui la ragione della loro poesia. C’è un anelito all’Antica Grecia dell’epica, in questo bellissimo balletto, un ricordo di un mondo in cui il Senso era immanente alla Vita stessa, incontrovertibile anche se spesso imperscrutabile e in cui ogni momento dell’esistenza si traduceva spontaneamente e quasi senza il bisogno di un autore in Poesia. La giustapposizione dei due pas de deux (il primo per un ballerino ed una ballerina, il secondo per due ballerini) insegue la stessa armonia delle figure di un vaso greco, ma lo sguardo che li contempla resta assolutamente moderno.
Il momento più coinvolgente della serata resta, però, probabilmente, la silloge di quadri tratti dall’allestimento del Don Chichotte di Milena Zullo. E quadri è la parola più adatta per restituire al lettore l’impressionante organizzazione “corale” dello spazio scenico che caratterizza questi brevi, ma pregnanti numeri d’insieme. I corpi sono composti nello spazio secondo una visione armonica sempre cangiante e splendidamente sostenuta dal prisma barocco delle variazioni vivaldiane (il primo quadro si costruiva sulle variazioni sul tema della Follia di corelliana memoria).
Scene di foll(i)a, quelle scelte per chiudere la prima parte della serata, che ben restituiscono lo sfondo complesso di un mondo, quello di Cervantes, che in parte deride, in parte ammira la tempra triste, ma giammai tragica dell’eroe spagnolo.
Bolero, infine, (coreografia di Fabrizio Monteverde) sembra essere il vero e proprio manifesto di poetica del Balletto romano. In esso si esprimono la decisa tensione autoriale verso una concezione “alta” del balletto e un altrettanto concreto anelito ad una vocazione popolare che non significa necessariamente appiattimento a certe derive di cattivo gusto di stampo televisivo. La scelta della musica di Ravel, già palestra di esercizio di Bejart (non uno qualunque, quindi), risponde a questo bisogno di reinventare quello che è patrimonio del comune sentire. Una visione nuova del già noto, insomma, che si esprime nell’ironico ribaltamento delle prospettive. All’inesorabile crescendo strumentale pensato dal compositore francese corrisponde, infatti, sulla scena, un paradossale “diminuendo” di personaggi. L’idea è quella della gara di ballo, presumibilmente desunta dal vecchio western Non si uccidono così anche i cavalli, in cui varie coppie si sfidano in una vera e propria gara di resistenza. All’inizio cinque coppie di danzatori si muovono all’unisono, pur nel variare degli atteggiamenti e delle “psicologie” dei vari caratteri, poi man mano che la gara prosegue, i gesti si fanno più scomposti e le coppie cominciano a ritirarsi dall’agone. Alla fine solo una donna (e siamo sulle dissonanze più crude del brano) resta in piedi, ballando con rinnovata energia e sfrontata sensualità, mentre tutti gli altri sono accasciati per terra. Ma la sua è prima di tutto l’espressione di un’apoteosi della danza. La fine ideale di una serata incantevole.
(Bolero - Serata d’autore); Balletto di Roma;
Primo quadro: Turnpike ovvero tutti i percorsi possibili; coreografia Mauro Bigonzetti; musiche: J.S. Bach
Secondo quadro: Noon; coreografia: Eugenio Scagliano; musiche: Eric Serra
Terzo quadro: Il racconto del mito; coreografia: Milena Zullo; musiche: Antonio Vivaldi
Quarto quadro: Bolero; coreografia: Fabrizio Monteverde; musiche: Maurice Ravel
