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Britannica - Luther

Pubblicato il 19 gennaio 2011 da Lorenzo Vincenti


Britannica - Luther

Un uomo cupo, un detective geniale, un carattere irrequieto e ribelle. Questo è John Luther, l’unico e indiscusso protagonista della nuova miniserie inglese firmata da Neil Cross e rappresentata splendidamente dall’attore di origine africana Idris Elba. È chiaro sin dai primi minuti di questa affascinante produzione come sia lo stesso attore, noto ai televisionari più incalliti per aver interpretato lo ’Stringer’ Bell di The Wire, a convogliare su di sé e sul proprio personaggio le attenzioni del pubblico, rivelando in pochi istanti le peculiarità principali di un ’tipo’ televisivo enigmatico, difficile ma dall’appeal esagerato.
La prima scena della prima puntata ci porta di fatto dentro il mondo di Luther, ci descrive chiaramente i suoi punti di forza e le sue debolezze, senza tralasciare i dettagli che lo spettatore sarà poi in grado di richiamare durante la visione dell’intero percorso narrativo. L’idea di Cross è quella di mettere a confronto l’arguzia del suo protagonista con l’intelligenza criminale dei fuorilegge che invadono Londra, creando in tal modo uno scontro giocato in prima battuta sul filo dell’astuzia, della perspicacia e, in un ultimo stadio, sul campo della fisicità. La rappresentazione dell’atavica lotta tra bene e male trova così il suo naturale sfogo, in questa miniserie, nelle schermaglie dialettiche dei personaggi e nelle cervellotiche partite a scacchi giocate metaforicamente sul territorio londinese. Anche se, in aggiunta, lo stesso scontro avviene simultaneamente all’interno dello stesso personaggio principale, tra la sua anima doppia, tra una personalità impetuosa che, entrando in contatto con una genialità alla Sherlock Holmes, provoca una prima fondamentale scintilla narrativa da cui si propagano poi le fiamme successive.
Per questo motivo e per altre componenti di natura prettamente formale o estetica, il Luther di Cross sembra essere ispirato da una miscela di tradizione fumettistica sofisticata o decadente in cui si confondono le dinamiche di supereroi non più molto ’super’ e un richiamo spasmodico alle convenzioni tipiche del thriller psicologico, del noir e del poliziesco anomalo. L’action più pura è infatti (re)legata quasi esclusivamente all’istintività del protagonista o al fattore tempo, che incalza l’evoluzione delle storie e le trascina nel campo delle nevrosi. Per il resto l’incedere riflessivo, compassato, sul battere di un ritmo mentale continuo e progressivo è l’elemento costante di una miniserie che non disdegna il ricorso all’emotività e al pathos, ma che cerca sempre di raggiungerli alla stessa maniera. Tramite cioè un’escalation costante della partecipazione spettatoriale agli eventi, una continua e sorprendente alimentazione della componente narrativa, mai chiusa su se stessa o destinata a compiersi in modo banale (sia sul piano verticale che su quello orizzontale) e una puntigliosa ricercatezza nelle storie selezionate. Tutte molto avvincenti, sofisticate, intelligenti, perfettamente a metà tra l’adrenalinico di Human Target e il ’simildocumentaristico’ alienante di Southland.
Quello che rende Luther differente dagli altri prodotti è proprio il suo senso del ritmo, non solo quello diegetico ma anche il ritmo dell’indagine in sé, dell’evento ripreso e descritto in maniera completamente opposta rispetto alla confusione della serialità poliziesca americana. Sulla scia di questo elemento tutto è destinato a cambiare all’interno del prodotto inglese. Innanzitutto la raffigurazione del personaggio: solitario, isolato nello spirito e nel suo modo di rapportarsi agli altri, è meno predisposto alla condivisione pubblica della propria personalità e della propria professionalità rispetto al tipico collega d’oltreoceano; mentre il conflitto interiore tra la riflessività del suo approccio alle indagini e un’incontrollabile impulsività nel portarle a destinazione crea esso stesso il primo piano di attrazione nei confronti di un pubblico assuefatto ormai a personaggi standardizzati.
Anche l’immagine statica di un contesto dormiente e sonnacchioso come quello rappresentato contribuisce ad accentuare le caratteristiche atipiche del prodotto sottraendo elementi scenici da cartolina e inserendo, nelle piaghe del racconto, il sottobosco marcio di una Londra distratta, assente. Una città che ricopre le proprie falle con il trasparente velo di una normalità apparente che disorienta più della criminalità emersa ed eclatante.
Luther è una serie drammatica, crepuscolare ed enigmatica, è un prodotto che merita di essere ascoltato, visto, sezionato con particolare attenzione, senza la frenesia della fruizione televisiva contemporanea. Se ne scoprirebbero pregi impensabili o inimmaginabili al primo impatto, come la qualità di una scrittura complessa, sostenuta su più livelli testuali o una impostazione visiva completamente dedicata alla costruzione dell’immagine idealizzata e mitica di quell’antieroe chiamato John Luther. Per cui è consigliabile sorpassare se possibile quelle eventuali reticenze che potrebbe provocare in un primo momento la diversità della miniserie e continuare a seguirla, se necessario anche rivederla, con l’obiettivo di captarne ogni scelta compiuta dagli autori e apprezzarne definitivamente lo stile singolare. Unico nel panorama televisivo contemporaneo.


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