CARA PROFESSORESSA

Sull’isola del teatro, l’isola di realtà-incubo è l’humus stilistico di Cara Professoressa nella lettura del regista Valerio Binasco. Dopo il fulminante allestimento di Tradimenti di Pinter, stavolta la sua scelta cade su un testo diverso, una “cara vecchia storia”, la chiama, forse realmente accaduta, compiuta, con una “buona scrittura drammatica”, ma sconvolgentemente straniante, intensa, cruda: nel fittizio assoluto del teatro, vera.
L’interno di un appartamento degli ultimi anni dell’impero sovietico, dall’arredamento e dai personaggi corrispondenti ai nostri Anni ’50, costituisce il trifronte impianto scenico senza soluzione di continuità: nell’ordine, alla destra dello spettatore, salotto, bagno, cucina; dietro s’intuisce, ma non si vede, la porta d’ingresso e un breve corridoio di raccordo.
L’arredo è “realista” senza essere naturalistico: fondamentali gli “oggetti”, grazie al loro racconto parallelo e/o contrappuntistico (es.: il vecchio giradischi a valigetta) e alla potenzialità di essere sostanza, materia viva nelle mani dei personaggi, di parlare per, con, o contro di loro. La sapienza di Binasco è nel condurre la recitazione ad un punto tale di “verità”, e precisione, a partire dal quale scatta la metafora, che in teatro si traduce nel risvegliare l’interesse di un perfetto sconosciuto - lo spettatore - alla vita di qualcun altro mentre questa si svolge davanti ai suoi occhi in scena: un evento straordinario, se s’intende che accada veramente.
L’intreccio dei punti di fuga dello sguardo sulla scena, sulla dinamica interno/esterno materializza il senso di reclusione che con un climax spinoso dà il via al Dramma: da neutra, l’isola di realtà diventa gradualmente sinistra, per chiudersi in una morsa agghiacciante. Siamo ingabbiati infatti nell’intensificarsi dei livelli di lettura, nella casa, nella storia, nei personaggi - ognuno complesso e ben scolpito nella sua poliedricità - nel Dramma della Russia, dell’Occidente. Il plot, l’aggressione verbale, fisica, psicologica di quattro studenti nei confronti della loro professoressa di matematica, progressivamente umiliata e schiacciata da chi ha obnubilato la propria anima in nome di un nulla che prende subdolamente le forme di tutto ciò che è l’Occidente in negativo, è sostenuto egregiamente dai quattro giovani interpreti e dalla più esperta Maria Paiato. Un macigno è piombato sull’Occidente, su ognuno, su ciò che ci riguarda ogni giorno.
Quanto è potente lo specchio, e lucida la lente rivolta verso l’Ovest? Una chiave gettata in un bicchiere: eccolo il gesto semplice che lascia glacialmente consapevoli e muti. Il testo di Cara Professoressa di L. Razumovskaja (scritto nel 1989) ha ricevuto il Premio Ubu 2003 per la migliore novità straniera: oggi il senso di questo riconoscimento offre aguzzi, inquietanti significati.
[febbraio 2004]
Doragai Elena Sergeevna di Ludmila Razumovskaja
regia: Valerio Binasco
interpreti: Maria Paiato, Claudia Coli, Denis Fasolo, Aram Kian, Fulvio Pepe
scenografia: Antonio Panzuto
costumi: Sandra Cardini
luci: Pasquale Mari
produzione: Fondazione Teatro Due in collaborazione con Teatro Stabile delle Marche
