Chiamatemi Kowalski, il ritorno.

Non siamo più nel Medio Evo, eppure nella meravigliosa epoca della comunicazione la figura del giullare torna, stranamente, ed essere necessaria se non indispensabile.
Dario Fo definisce il giullare come una figura al contempo scomoda e indispensabile che, attraverso l’uso di allegorie e metafore, attacca e critica potenti e corrotti aiutando il popolo a comprendere meglio la natura di chi lo governa, incoraggiandolo alla ribellione e alla lotta contro l’ingiustizia.
Una sorta di rivoluzionario in calzamaglia colorato e allegro, un po’ volgare forse ma la volgarità, qui, fa parte del gioco.
Con Chiamatemi Kowalski, il ritorno, Paolo Rossi torna (dopo diciotto anni dalla prima edizione del recital) a fare il giullare, dunque, ed oggi pare che se ne abbia veramente bisogno per risvegliare le coscienze assopite e un po’ instupidite.
Buffo e vestito appunto da giullare Kowalski ci scuote facendoci presente quanto paradossale sia la condizione in cui viviamo: sospesi tra reale e irreale, governati da “politici” i quali sostengono che affermando una menzogna con forza gli elettori finiranno per credere a stupidaggini come le bombe intelligenti e le guerre giuste.
Kowalski ricomincia a fare casino: perché la nostra democrazia somiglia ormai ad una malattia autoimmune, perchè stiamo vivendo un sogno al contrario e stiamo dimenticando la nostra storia così come Kowalski ha dimenticato la sua.
“Ma fuori dalla storia non c’é nulla e se la storia sta sparendo allora viviamo nel... nulla”
Con Chiamatemi Kowalski, Rossi riafferma con forza la funzione sociale del comico e della satira; ripescando e attualizzando il testi di suoi precedenti spettacoli l’attore viaggia nel tempo e nello spazio trascinando lo spettatore in un recital coinvolgente e, per certi versi, surreale.
Rossi non scade mai nel populismo e nel qualunquismo abbandonandosi a battute scontate o colpendo bersagli veramente troppo facili, perché oggi paradossalmente e nonostante tutte le censure e i divieti, fare satira é molto più facile e il pubblico, dopo cinque anni di oscurantismo e propaganda spudorata, ride ed applaude con facilità quando si parla della situazione politica di questo paese.
Torniamo indietro, allora, e cerchiamo di ricordare ognuno la nostra di storia, quella della nostra famiglia e della nostra tradizione perché stanno tentando di farcela dimenticare, di rendendoci un popolo privo di memoria.
Uno spettacolo colorato e animato dalla bella voce di Syria (un po’ fuori luogo nelle parti recitate) e da una eccezionale band di esuberanti musicisti.
Rossi é un attore eclettico che passa dall’interpretare la figura di se stesso a quella di Dio il quale, é garantito, alle prossime elezioni andrà a votare e moltiplicherà anche le schede, non per particolari simpatie politiche ma perché “... di Dio ce ne é uno solo, non possiamo mica essere in due!”
Regia: Paolo Rossi; testo: Paolo Rossi; con la collaborazione di Carolina De La Calle Casanova, Emanuele dell’Aquila, Carlo Giuseppe Gabardini, Riccardo Piferi; musica: Syria, Emanuele dell’Aquila, Alex Orciari, Marco Parenti; produzione: Paolo Guerra per Agidi S.r.l.
