Cinefonino. Le immagini al telefono si muovono on line.

Fin dagli albori le capacità creative si sono appoggiate a strumenti di fortuna: i graffiti parietali paleolitici sulle grotte di Altamira in Spagna o Lascaux in Francia, le miniature medievali con testi scritti su pergamena prodotta dalla pelle degli animali. Con il telefonino dotato di videocamera è possibile filmare la realtà, inciderla in una memoria virtuale e avere la possibilità di catturare ciò che quotidianamente sfugge alla possibilità di essere fissato. Il gesto lapidario è alla base della ripresa effettuata con il cellulare, quasi scorbutico piuttosto che la capacità di filmare in una scenografia pomposa davanti a cui reciti un attore. Eppure è proprio il contrasto tra l’umiltà del mezzo e la realtà filmata a sancire anche il massimo della sublimità, per il troppo grande spettacolo che può essere contenuto in un troppo piccolo mezzo. Pensate ad Anita Ekberg nella Fontana di Trevi ne La dolce vita (1960, di Federico Fellini), filmata con un telefonino che ha la possibilità di 176x144 pixel: non avrebbe sancito la stessa immortalità alla scena ma l’avrebbe resa più credibile, accordandole la possibilità che una donna possa davvero fare un bagno in una fontana come quella di Trevi. Al di là dell’aspetto diegetico della storia da riprendere con telefonino a noi interessa soprattutto la possibilità di catturare una realtà altrimenti non registrabile. È qui che si concentrano le possibilità del mezzo. L’immagine in movimento, di per sé costosa e relegata a una schiera di produttori munifici, col telefonino diventa abbordabile; ma ormai una buona videocamera costa meno di un telefonino munito di videocamera: perché usare un mezzo di comunicazione per fare intrattenimento? Sarebbe più logico usare un mezzo di comunicazione per fare informazione, o pseudo-informazione. Tra l’altro il videofonino concepito inizialmente per effettuare le videochiamate ha fallito la sua funzione. Il cinefonino, neologismo che useremo per classificare i video registrati col telefonino può essere riversato in un computer, montato con un semplice programma di editing e distribuito. Realizzare un video è diventato facile come scrivere un romanzo, dipingere un quadro: solo ora ha senso fare un concorso per cortometraggi, dove i concorrenti hanno a disposizione gli stessi strumenti: una penna, un pennello, un videofonino. La distribuzione avviene per lo più con il mezzo che al pari del telefonino offre con il massimo risparmio l’assoluta visibilità: Internet. Ognuno può distribuire i video, aprire una sala cinematografica virtuale dove trasmettere i propri video (come accade su Second Life). L’ipotesi peregrina delle compagnie telefoniche di far scaricare a esoso pagamento i video è fallita perché contraddice l’assunto iniziale dell’operazione cinefonino: la gratuità. La fisionomia formale e contenutistica che più si addice al cinefonino non è quindi becera come i video di Internet che segneranno un nuovo immaginario collettivo, fatto di bullismi, bravate esibite dei figli, momenti extra-quotidiani che si presume possano interessare gli internauti.
L’articolo prosegue sul numero 22 di Close-up carta
Giovanni Menicocci

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